Jogging Con Freud

Fare jogging da soli è bello: mentre ti alleni puoi concentrarti sui battiti del cuore,  ascoltare la tua musica preferita, liberare la mente da ogni preoccupazione.  Ma non c’è niente di meglio che andare a correre con un amico. Correre con un amico è più che bello, è terapeutico: si stabilisce un ritmo comune, ci si incoraggia vicendevolmente e si possono anche scambiare quattro chiacchiere. Per esempio, ieri pomeriggio sono andato a correre con Ermete. Non so per quale motivo, ma ad un certo punto abbiamo iniziato a parlare di psicanalisi.

G.-Freud sostiene che la nostra illusione di essere importanti è stata per la prima volta ridimensionata quando Copernico ci ha insegnato che non siamo al centro dell’universo e sarà definitivamente sconfitta dai suoi studi sull’inconscio. Perché grazie alla scoperta dell’inconscio l’io capisce di non essere padrone in casa sua.

E. -Aspetta un attimo, questo non è Freud… è Salvini!

G.- …

E.- Maledetti immigrati, l’ho sempre detto che ci rubano il lavoro!

G.- Te lo immagini Freud con la felpa VIE NNA?

E. – Meglio di no… fermati un attimo!

G. -Che c’è?

E. – Ho bisogno di prendere fiato… e di una sigaretta…

FREUD

G. – Mentre corriamo?! Possibile che non riesci a smettere? Freud sostiene che il piacere orale è mancanza di essere.

E. – Sarà… nel mio caso si tratta di mancanza di nicotina.

G. – Devi essere regredito – o più facilmente bloccato – alla prima fase dello sviluppo psichico, quella in cui il bambino prova piacere nel suggere latte dal seno della madre.

E. -Se vuoi dire che sono nato con la sigaretta in mano ti sbagli di grosso… io ho iniziato con i sigari.

G. – Passare dai sigari alle sigarette è come passare dai romanzi di Joyce ai fumetti di Zero Calcare.

E. – Di fatti, Joyce è superato… Comunque sia… ti informo che io sono riuscito a smettere di fumare, di bere e di correre dietro alle donne…

G. – Davvero?

E. – Certo. Sono stati i quindici minuti più brutti della mia vita. Sediamoci qui, dai… solo il tempo di una siga

G. – …insomma la differenza tra Freud e Jung sarebbe che Freud si è dedicato allo studio della psiche umana malata, mentre Jung intendeva studiare la vita psichica nella sua interezza. Inoltre, Freud era interessato al passato dei suoi pazienti, aveva una concezione statica della psiche, mentre Jung preferiva pensare che la salute psichica fosse qualcosa di dinamico, di evolutivo… mi segui?

E. – Certo, ma solo perché ci siamo seduti… è incredibile come vanno in giro, vero?

G. Io ti parlo di Freud e tu guardi le ragazze?!

E.- Scusami, ma quella porta una minigonna così corta che non può permettersi di sorridere.

G. Pessimo… Ti comunico ufficialmente che questa è l’ultima volta che andiamo a correre insieme.

E. – Frena amico! Tu mi hai chiesto se volevo venire a correre! Se mi avessi chiesto se mi interessava discutere di Freud ti avrei detto quello che rispondo alla mia fidanzata quando inizia a parlare di matrimonio.

G.-?

E.- “Se vuoi farlo davvero, fallo. Ma non contare sulla mia presenza”.

G. -…

E.- Guarda, non è lei, è la sua famiglia che non riesco proprio a tollerare. In particolare, sua madre e il suo cane. Sono certo che si siano alleati contro di me.

G.-Secondo Freud la paranoia dipende dal delirio di onnipotenza. Il soggetto, fermo o peggio ancora regredito ad una certa fase dello sviluppo, si illude di poter controllare tutto e dà la colpa agli altri quando le cose non vanno come aveva inizialmente previsto.

E.- Te la dico io la verità, questo Freud faceva parte del club Bilderberg… assieme alla massoneria illuminata… sarà stato lui a lanciare il piano “scie chimiche”… non fare quella faccia!

G. Non fare quella faccia? In un’ora al parco abbiamo totalizzato dodici minuti di corsa e tre sigarette!

E.- Dovresti essere orgoglioso di me: la volta scorsa ne ho fumate cinque.

G. Andiamo a casa, dai… Ti ho mai detto quanti psicologi ci vogliono per cambiare una lampadina?

E. -Sicuramente, ma adesso non mi ricordo…

G.- Uno solo. Ma costerà un sacco di soldi, ci vorrà un sacco di tempo e soprattutto la lampadina deve voler essere cambiata.

Le Nutrie Non Avranno Nessuna Pietà

Era una splendida giornata di maggio ed io mi trovavo a scuola. Mi pare di ricordare che a quei tempi frequentassi la quarta o la quinta elementare. La maestra ci aveva dato come compito a casa quello di disegnare su un foglio un simbolo, l’ideale per cui avremmo voluto impegnarci e lottare da grandi. Io avevo disegnato il profilo di una donna. Non fraintendetemi, la mia idea era che tutti avrebbero dovuto lottare per i diritti delle donne, troppo spesso sottovalutate e discriminate per il semplice fatto di non essere nate maschi. Mia madre si dichiarava apertamente femminista e io ero convito che avesse ragione. Inoltre, pensavo che avrei fatto un figurone davanti a tutta la classe – soprattutto con Gaia, la bambina del primo banco di cui ero segretamente innamorato sin dal primo giorno di scuola.

Al momento di correggere i compiti, la maestra chiamò alla cattedra il pingue Scottani che, con il suo solito fare saccente, mostrò a tutti un bel disegno – aggiungendo banali ma condivisibili considerazioni sui diritti delle donne. Per fortuna io avevo preparato un piano b. Temevo che qualcuno potesse aver avuto la mia stessa idea, per questo motivo, su un altro foglio, avevo disegnato un bambino di colore. La maestra chiamò però alla cattedra Giulietti, che, dopo aver balbettato tre o quattro parole incomprensibili, smise di contorcersi le mani e mostrò a tutti il suo disegno, provando a spiegare che siamo tutti uguali davanti agli occhi di Dio e che “il colore, in fondo, è solo luce”.

Seguirono nell’ordine: Valeri – che aveva disegnato un povero -, Stellacci – che aveva disegnato un disabile – e Carpignneti  -che aveva disegnato quello che, a suo dire, era un disoccupato.

Avevo lo stomaco in fiamme. Sentivo il latte della prima colazione che mi stava risalendo  prepotente e acido nella gola. Se chiamerà me, pensavo, farò scena muta e la figura del cretino davanti a tutta la classe. I miei compagni avevano già detto tutto quello che c’era da dire e per me sarebbe stato molto più dignitoso restare in silenzio, piuttosto che fare la figura del copione.

La Maestra puntò quindi il suo indice assassino sul registro di classe e disse: “come ultimo disegno vediamo… vediamo… ve-dia-mo…” – cambiando tono di voce ad ogni vediamo, come se stesse cantando una canzoncina. Incrociai le dita e provai ad accartocciarmi sul banco per scomparire dietro i ricci irsuti di Stancucci. “Non può chiamare me”, mi ripetevo, “dopo quattro maschi sentirà sicuramente una femmina. È il suo stile”.

-“Vediamo… Splendori! Simona, che disegno hai fatto?”

Il mondo è un posto meraviglioso – pensai.

– “Nessuno signora Maestra, ieri ero al catechismo per la prima comunione. Ho la giustificazione”.

Lo sapevo che c’era una fregatura – pensai.

-“Vaaaa beeeene. E Saraceni invece? Vieni Guido, vieni.”

Mai una gioia – pensai.

Mi alzai riluttante dal mio banco.  Strusciai i piedi per terra sperando di guadagnare secondi preziosi,  sperando con tutto me stesso che la magia provvidenzale della campanella arrivasse a salvarmi esattamente come un super eroe raccoglie al volo un uomo che sta cadendo dal quinto piano. La distanza che mi separava dalla cattedra era diventata un mare di gomma. Un passo alla volta. Inspira. Espira. Inspira… Poco prima di arrivare alla cattedra incrociai gli occhi di Gaia che mi guardava con fare interrogativo. Venni così folgorato dall’ispirazione. Scarabocchiai qualcosa sul foglio e lo mostrai raggiante alla classe.

-“Che be disegno, Guido! Cosa è?”

-“Una nutria, Signora Maestra!”

-“Cosa?”

-“Una nutria. Da grande voglio combattere per i diritti delle nutrie!”

Confesso che a quei tempi non avevo ben chiaro cosa fosse una nutria. Avevo sentito quella parola qualche giorno prima, quando i miei genitori mi avevano portato a Sabaudia, in gita al lago, e me ne ero immediatamente innamorato. Mi era rimasta attaccata alla mente come chewing gum sotto la suola di una scarpa da ginnastica. Nuuuutria, nutrìa, nu-tria, mi piaceva il suono e non perdevo occasione per ripeterla. A parte questo non sapevo altro, ma immaginavo che dovesse trattarsi di una qualche bestia.

-“Ma come Guido, i tuoi compagni si preoccupano delle donne, delle persone di colore, dei disabli… E tu vuoi combattere per i diritti delle nutrie?”

-“Certo, io voglio combattere perché siano pienamente rispettati i diritti di tutti: donne, persone di colore, anziani, poveri, disabili… disoccupati… e animali!”.

Boato della classe.
Seguirono venticinque minuti di applausi.
Senza alcuna soluzione di continuità.

La povera maestra si mise una mano sulla fronte e nei suoi occhi, per la prima volta in vita mia, lessi chiaramente un pensiero, un cruccio, che mi sarebbe tornato in mente qualche anno dopo – “Andiamo male. Molto. Molto male”.

A quei tempi non potevo sapere che l’affermazione “voglio combattere perché siano pienamente rispettati i diritti di tutti” non avesse alcun senso. Non aveva senso dal punto  di vista teorico: perché i diritti sono tanti ed hanno la cattiva abitudine di  entrare in conflitto tra loro. Siamo quindi costretti a ponderare, a mediare, e quando proprio non possiamo fare altrimenti, a sacrificarne alcuni per garantire la piena realizzazione di altri. Ad esempio: siamo costretti ad uccidere un gorilla per garantire il diritto alla vita di un bambino.

Ma non aveva soprattutto senso dal punto di vista pratico: perché il tempo e le energie a nostra disposizione sono limitate. Dobbiamo scegliere con attenzione le nostre battaglie, altrimenti, avendo la presunzione di (pre)occuparci di tutto e di tutti, rischiamo di non riuscire ad occuparci di niente.

Siamo quindi costretti ad elaborare una scala di priorità. Per questo motivo, spero che mi perdonerete se oggi ritengo che i diritti delle nutrie vengano molto dopo tutte le categorie citate. Vi svelo un segreto: questo non è un mondo perfetto. Ci sono tante ingiustizie e tante sofferenze di cui occuparsi. Partendo, senza ombra di dubbio, da quelle che affettano i nostri simili.

Poi, se avremo tempo e modo, ci occuperemo anche delle nutrie.

Sperando che esse abbiano pietà di noi.

Perché Renzi NoN è Mai Stato Votato

Sabato mattina, ore 8.25, sono a Roma, nel mio quartiere. Entro nel solito bar per prendere il solito cappuccino e fare la solita passeggiata – sono un tipo abitudinario. Mentre faccio colazione senza dare fastidio a una mosca, capto una pericolosissima “frase di apertura” che proviene dal tavolino accanto al mio. La frase di apertura è una frase buttata lì a caso da qualcuno con noncuranza, come se fosse una cosa ovvia, scontata (in periodo di saldi) e soprattutto, universalmente condivisibile… gli avventori poco esperti ne trascurano le conseguenze, ma chi ha una certa esperienza di bar fiuta immediatamente il pericolo.

La frase è: “che poi Renzi non è mai stato votato…”.

A pronunciarla è stato un giovanotto sulla ventina, impegnato a fare colazione con una biondina che avrà più o meno la sua età. Noto questi dettagli con la coda dell’occhio, mentre il mio sesto senso inizia a vibrare.

Incrocio lo sguardo allarmato del gestore: lui sa che io so. A questo punto, abbiamo tre possibilità 1) alzare al massimo il volume della radio 2) distogliere l’attenzione dei presenti pronunciando ad alta voce una domanda che non ha niente a che fare con il tema della frase di apertura – del tipo: “sarà vero che nelle arance c’è la vitamina c?” 3) infilare di corsa l’uscita gridando: “a fuoco! A fuoco!”.

Purtroppo, è già troppo tardi.
-Mi scusi se mi intrometto, giovanotto, ma nessun Presidente del Consiglio è mai stato votato.

Nel locale cala improvvisamente il gelo.

A parlare è stato Giovanni Margottini, detto il Ragionere. Uno dei più assidui, antichi e stimati avventori del bar. Margottini è un pensionato che passa buona parte delle sue giornate leggendo il suo giornale al suo tavolino nel suo bar. Ex sessantottino, ex dipendente statale, ex comunista, ex pds, ora fervente sostenitore del Governo Renzi. Si vocifera che nel portafoglio, accanto alla foto dei nipotini, conservi gelosamente un santino della Boschi che illumina a giorno questa valle di lacrime sgranando i preziosissimi occhioni azzurri.

– Come scusi?

Il ragazzetto è rimasto a bocca aperta. Evidentemente non è del quartiere. Deve essere “uno di fuori” che ha pensato bene di passare il sabato mattina con la fidanzatina all’Ikea.

– Ma sì, giovanotto, non ho potuto fare a meno di ascoltare… come diceva quello: mi consenta – il ragioniere abbassa il giornale e lo guarda in tralice, da sotto gli occhiali. Veda, siamo in Italia. Il nostro sistema elettorale non prevede che il Presidente del Consiglio venga eletto – sorride sornione, ammiccando alla biondina, che lo guarda perplessa.
Il ragazzo si innervosisce: “A perché vuole dire che noi non avevamo votato a Berlusconi?”

Lentamente, mi alzo, sguardo basso, nella tasca tengo stretti i soldi. Alla cassa c’è la madre del gestore. La saluto con un sorrisetto di intesa. Sono certo che lei capirà e non mi tirerà dentro questa discussione.

“Proffe! Te che dichi? Chi c’ha ragione?”

Ecco.

Vediamo se riesco a cavarmela in maniera diplomatica.
“Buongiorno Ragioniere” – sorrido.“Ciao Prof.” – mi saluta con un cenno del capo,  ma, a giudicare dall’espressione, non deve essere per niente contento che sia stato chiamato in causa.

Il ragazzetto ha incrociato le braccia sul petto, assumendo un comprensibile atteggiamento di chiusura e di sfida. La biondina lo cinge con un braccio alla vita, forse per trasmettergli sicurezza, come a dire: “stai calmo”.

-Cosa volete che vi dica? Avete ragione entrambi.

-Ah! Mi meraviglio di te, che insegni pure diritto…

-Scusi, ma come facciamo ad avere ragione entrambi?

-Che ce stava nel cappuccino prof? In base a ciò che dice la nostra Carta Costituzionale il popolo vota i suoi rappresentati in Parlamento… mica vota il Presidente del Consiglio.

-Grazie Margottini, credo di sapere come funziona.

– E allora!? De che stamo a parlà?

-Il discorso è un pochino più complesso. Quando diciamo che Renzi non è stato votato intendiamo esprimere una critica politica, non un giudizio giuridico.

-In che senso?

-Nel senso che quando abbiamo votato non avevamo idea del fatto che ci saremmo ritrovati con un Governo Renzi. La scorsa campagna elettorale l’ha fatta Bersani, davanti alle televisioni, sui giornali, il leader era chiaramente Bersani, gli italiani che hanno votato Pd l’hanno fatto sperando in un Governo Bersani.  Alle Primarie gli elettori del Pd votarono Bersani. Ma dopo aver votato “la faccia, le idee e le parole di Bersani”, ci siamo ritrovati con un Governo Letta che è stato sostituito – a seguito di una stranissima crisi lampo – da un Governo Renzi. Mi segui Margottini? Siamo di fronte ad un difetto di legittimazione politica.

– E io che ho detto?!  – interviene raggiante il ragazzetto – Nessuno ha votato Renzi, questo è un Governo illegittimo frutto di un colpo di Stato sionista!

– Frena, non c’è stato nessun colpo di Stato, nessun difetto di legittimità formale – e ci mancherebbe altro.

– E le europee allora?  – interviene nuovamente il ragioniere – nun te scordà che Renzi ha stravinto le europee.

Scusa Margottini ma le Europee non c’entrano proprio nulla con le elezioni politiche. 1) cambia l’elettorato – parliamo di sette/otto milioni di voti di differenza 2) non si presentano le stesse alleanze e/o gli stessi partiti 3) alle europee Renzi ci è arrivato dopo essere già stato nominato Presidente del Consiglio – un vantaggio da niente…

Il ragioniere mi guarda perplesso, muove la bocca come per dire qualcosa,  ma non dice nulla, si limita a fare una smorfia, poi, chiaramente contrariato, torna a nascondersi dietro il suo giornale. La biondina sussurra qualcosa all’orecchio del fidanzato che dice: “vabbè va, famme sta zitto va… ce vorrebbe Lui ce vorrebbe… quanto devo?”

Finale: mi odiano entrambi.
Posso essere certo di aver detto la verità.

Lo Scioccante Esperimento del Prof. Milgram.

La Germania è una nazione civile che ha dato i natali ad importanti filosofi, scienziati e musicisti: uomini di spiccato genio ed indiscutibile caratura morale. Come si spiega allora l’abominio dei campi di concentramento? Come si spiegano le torture che furono perpetrate ai danni di donne, vecchi, bambini, uomini innocenti e inermi? Nel breve volgere di venti anni, molte persone comuni – tra cui medici, infermieri, scienziati – insomma, molti “normali cittadini” si trasformarono in sadici “aguzzini” al servizio di un disegno sanguinario. Come è stato possibile che accadesse tutto ciò?

Queste erano le domande che ossessionavano Stanley Milgram, lo psicologo americano di origini ebraiche, che nel 1961 realizzò un esperimento “scioccante” e giustamente passato alla storia.

Milgram fece mettere un annuncio sul giornale dell’Università di Yale e reclutò in tal modo una manciata di studenti che avrebbero avuto il ruolo di “cavie”. Quando uno di questi – che chiameremo per comodità A – si recava nell’aula deputata all’esperimento, trovava ad attenderlo il Prof. Milgram – con il suo bel camice bianco -; un folto gruppo di assistenti – altrettanto ben vestiti – e un altro studente – che chiameremo studente B – legato su di una sedia e collegato ad un imprecisato numero di elettrodi. A quel punto, Milgram spiegava allo studente A come si sarebbe svolto l’esperimento: lo scopo era di verificare la capacità mnemonica di uno studente sotto stress. A tal fine, Milgram avrebbe rivolto alcune domande allo studente B – lo studente che si trovava legato sulla sedia. Se B avesse risposto correttamente non sarebbe accaduto nulla. Ma se B avesse sbagliato la risposta, A avrebbe dovuto sanzionarlo manovrando una leva e fornendogli, in tal modo, una scarica elettrica.

Ogni volta che B avesse sbagliato risposta, l’entità della scarica elettrica sarebbe stata superiore, sino a raggiungere una portata potenzialmente letale. Come dico sempre ai miei studenti: questo è il metodo che utilizzo normalmente in sede d’esame. La classe ride. Ma chissà per quale motivo, si tratta di una risata un po’ tesa…

Ad ogni modo, iniziamo l’esperimento.

Milgram pone le prime domande e B, che si è giustamente preparato, risponde alla perfezione. Ma dopo una ventina di minuti – vuoi per distrazione, vuoi perché le domande si fanno via via più complicate – inizia a cadere in errore. L’altro studente, diligentemente, svolge il suo compito e aziona il meccanismo che, a giudicare dalle reazioni di B, non produce niente di più che un leggero fastidio – paragonabile ad un pizzico, un piccolo morso. Con il passare del tempo, le scariche si fanno però più dolorose. B inizia quindi a piangere, afferma di soffrire di cuore, chiede che venga interrotto l’esperimento. Lo studente preposto ad azionare la leva si ferma per un attimo, sembra indeciso sul da farsi… Milgram e i suoi assistenti capiscono il momento di difficoltà e provano a convincerlo: “il tuo amico sapeva a cosa andava incontro”; “esattamente come te, ha firmato un contratto e sarà giustamente retribuito”; “dobbiamo andare avanti, per il bene della scienza”.

Ovviamente, non c’era nessuna scarica elettrica – a questo punto la classe tira un sospiro di sollievo. Il vero oggetto dell’esperimento era lo studente che avrebbe dovuto azionare la leva, mentre lo studente che era stato legato alla sedia era solo un attore, pagato per recitare sofferenze e dolori che non avrebbe dovuto avvertire. Milgram voleva vedere quanti ragazzi, a fronte di un ordine dell’autorità, sarebbero arrivati a comminare l’ultima scarica, la scarica potenzialmente letale.

Totale: nell’America liberale, istruita e democratica degli anni Sessanta, un numero estremamente esiguo di studenti universitari si rifiutò di portare a termine l’esperimento. Le conclusioni cui giunse l’Autore sono che quando ci troviamo a dover eseguire un compito – non importa quale esso sia – tendiamo a mettere da parte la nostra coscienza morale: ci accontentiamo delle spiegazioni che ci vengono fornite dai capi e ci concentriamo sul nostro piccolo dovere quotidiano, ci trasformiamo nel più servizievole ed oliato ingranaggio di un grande meccanismo – un ospedale, una università, un carcere – senza avere più la capacità – la forza  morale – di opporci, di riflettere sul senso e sul valore delle nostre azioni.

Credo che questo esperimento riguardi e interroghi tutti. Credo che dovremmo sempre tenerlo a mente quando svolgiamo il nostro lavoro. Amiamo pensare di essere pienamente consapevoli e responsabili delle nostre azioni. Pensiamo a noi stessi come ad individui corretti che agiscono in maniera razionale. Ma la verità è che siamo tutti schiavi di preoccupazioni concrete, contingenti, banali. Per questo motivo, tendiamo a perdere di vista il disegno di insieme: la nostra coscienza morale si addormenta, si fiacca, perde inesorabilmente vitalità e  vigore.

Il nostro compito è allora di continuare a sentire la scossa del prof. Milgram, impedire che tutto questo accada, restare vigili e di continuare a muoverci in direzione ostinata e contraria.

“Io eseguivo gli ordini” è solo una piccolissima foglia di fico. Nemmeno il più piccolo degli uomini può sperare di trovarvi adeguato riparo.

Nel Nome Del Padre.

L’antica saggezza biblica ci ha insegnato che gli errori dei padri ricadranno sui figli. Si tratta di una frase estremamente sintetica, ma colma di significati. Proviamo a riflettere insieme.

1. Giustizia.
Quando leggiamo questa frase, la prima idea che abbiamo è che essa faccia riferimento ad una sorta di imperscrutabile legge del destino per cui i figli saranno condannati per errori che non hanno commesso.  In un primo senso, parecchio semplice ed intuitivo, questa frase ha quindi il sapore della pena divina che sancisce una profonda ingiustizia. Di fatti, uno dei principi più importanti di un sistema legale moderno e civile è che la responsabilità penale è personale: che colpa abbiamo noi se i nostri padri sono stati deboli, cattivi o incapaci? Perché dobbiamo saldare il conto per le loro malefatte?  Tuttavia, se ci togliamo gli occhiali dell’avvocato e consideriamo la questione da un altro punto di vista, ci rendiamo conto che questa frase può essere letta in maniera diversa. E sicuramente meno urticante.

Di fatti, essa non fa altro che illustrare una inequivocabile e chiarissima legge naturale per cui ciò che viene prima è causa di ciò che viene dopo. In questa seconda accezione, che potremmo chiamare “la teoria del debito pubblico”, non si tratta tanto di essere costretti a pagare per le colpe dei padri, quanto di dover porre rimedio alle colpe dei propri antenati – a prescindere dal fatto che fossero madri o padri. In questa seconda accezione, la frase diventa forse più tollerabile. Anche se risulta comunque parziale e pessimista, perché dimentica di evidenziare l’altra faccia della medaglia, ovvero che i figli mangeranno i frutti dl un campo che è stato arato con il sudore dei padri.

Insomma, se dobbiamo lamentarci di qualcosa – la qualità del cibo e dell’aria, i posti di lavoro, la entità delle pensioni che non riceveremo –  possiamo giustamente puntare il dito contro chi ci ha preceduto. Tuttavia, non dobbiamo dimenticare che se posiamo essere felici di qualcosa – come, ad esempio, l’aumento della vita media, l’ingegneria genetica o la crescente qualità delle pizze surgelate -, lo dobbiamo alla lungimirante saggezza degli uomini e delle donne che ci hanno preceduto.

2. Ambiente.
Dal punto di vista sociologico, questa frase significa invece che un bambino sarà sempre giudicato per la famiglia di provenienza. A scuola, in chiesa, in un campo di calcio, ovunque si trovi, le persone che lo circondano avranno un pregiudizio basato sulla ricchezza, sulla fama o sul lignaggio dei genitori. Ogni bambino si porta dietro la lunga ombra del proprio cognome. In maniera tanto stupida quanto spontanea, tutti noi saremmo portati ad affidare un progetto di ricerca al figlio di Einstein,  il cappello da Chef al figlio Cannavacciuolo, una fabbrica di ruspe al figlio di Salvini.

3. Fare come te.
In senso più sottile, questa frase sta a significare che ogni bambino pagherà per le nevrosi, i tic e le manie di suo padre. In questo caso, la frase afferma qualcosa di più sottile e profondo. Non si tratta esattamente di errori, di colpe, che i padri hanno commesso più o meno volontariamente, ma della possibilità che i loro demoni contagino i figli, segnandone in maniera netta ed irrimediabile il destino. Come insegna la saggezza popolare: “il frutto non cade lontano dall’albero”; “tale padre, tale figlio”; “per fortuna Formigoni ha fato voto di castità”.

Scherzi a parte, non può essere negato che gli uomini imparano per imitazione. Tutti noi cresciamo facendo ciò che abbiamo visto fare agli altri. Questo meccanismo è profondo e parecchio radicato, al punto che agisce in maniera del tutto inconsapevole. Automatica. Non dobbiamo necessariamente decidere di imitare quello che fanno le persone che ci sono accanto, lo facciamo e basta. Perché crescere per imitazione fa parte della nostra natura. Pensate a come nascono e si diffondono le rivoluzioni, le mode e le bufale che condividiamo su Facebook.  Pensate a quanto è facile piangere ad un funerale, quando tutti attorno a noi piangono. O ridere quando Gasparri scrive su Twitter. Qualcuno direbbe che tutto ciò accade per il lavorio incessante dei nostri neuroni specchio, ma questo ci porterebbe davvero troppo lontano e probabilmente fuori tema. Il fatto è che un bambino osserva suo padre, perché il padre è l’uomo saggio, buono e potente che egli vorrebbe diventare in futuro. La cosa più importante, al riguardo, è che si insegna con l’esempio molto più che con le parole.

Alla ricerca di Nemo. Per quanto possa sembrare paradossale, il richiamo e lo stimolo ad imitare non giunge solo da una figura paterna presente, vicina, visibile, ma arriva altrettanto e forse più chiaramente da un padre assente, lontano, irraggiungibile. Non mi riferisco solo a quelle situazioni in cui il figlio non si trova fisicamente con suo padre ed avverte dunque la fame, l’urgenza quasi fisica, reale, concreta, di parlare con lui – immaginando dove sia o cosa stia facendo mentre è assente -, ma parlo di quei padri che, pur vivendo con i propri figli, si sottraggono più o meno consapevolmente al proprio ruolo. Questi padri sono i padri che generano figli imitatori. Immancabilmente, il bambino non troverà niente di meglio da fare che ripercorrere i passi dell’adulto, incamminandosi sulla stessa strada. Più o meno coscientemente, ne sceglierà gli studi, la professione e le passioni, illudendosi, in tal modo, di poter (ri)costruire un dialogo che manca o è mancato in passato.

Esattamente come Telemaco, ogni figlio si lancia alla ricerca del padre.

Come ho letto da qualche parte:

Un padre disse al figlio: “fa attenzione a dove metti i piedi!”
Il figlio rispose: “sta’ attento tu, perché io seguirò i tuoi passi”.