Lo Scioccante Esperimento del Prof. Milgram.

La Germania è una nazione civile che ha dato i natali ad importanti filosofi, scienziati e musicisti: uomini di spiccato genio ed indiscutibile caratura morale. Come si spiega allora l’abominio dei campi di concentramento? Come si spiegano le torture che furono perpetrate ai danni di donne, vecchi, bambini, uomini innocenti e inermi? Nel breve volgere di venti anni, molte persone comuni – tra cui medici, infermieri, scienziati – insomma, molti “normali cittadini” si trasformarono in sadici “aguzzini” al servizio di un disegno sanguinario. Come è stato possibile che accadesse tutto ciò?

Queste erano le domande che ossessionavano Stanley Milgram, lo psicologo americano di origini ebraiche, che nel 1961 realizzò un esperimento “scioccante” e giustamente passato alla storia.

Milgram fece mettere un annuncio sul giornale dell’Università di Yale e reclutò in tal modo una manciata di studenti che avrebbero avuto il ruolo di “cavie”. Quando uno di questi – che chiameremo per comodità A – si recava nell’aula deputata all’esperimento, trovava ad attenderlo il Prof. Milgram – con il suo bel camice bianco -; un folto gruppo di assistenti – altrettanto ben vestiti – e un altro studente – che chiameremo studente B – legato su di una sedia e collegato ad un imprecisato numero di elettrodi. A quel punto, Milgram spiegava allo studente A come si sarebbe svolto l’esperimento: lo scopo era di verificare la capacità mnemonica di uno studente sotto stress. A tal fine, Milgram avrebbe rivolto alcune domande allo studente B – lo studente che si trovava legato sulla sedia. Se B avesse risposto correttamente non sarebbe accaduto nulla. Ma se B avesse sbagliato la risposta, A avrebbe dovuto sanzionarlo manovrando una leva e fornendogli, in tal modo, una scarica elettrica.

Ogni volta che B avesse sbagliato risposta, l’entità della scarica elettrica sarebbe stata superiore, sino a raggiungere una portata potenzialmente letale. Come dico sempre ai miei studenti: questo è il metodo che utilizzo normalmente in sede d’esame. La classe ride. Ma chissà per quale motivo, si tratta di una risata un po’ tesa…

Ad ogni modo, iniziamo l’esperimento.

Milgram pone le prime domande e B, che si è giustamente preparato, risponde alla perfezione. Ma dopo una ventina di minuti – vuoi per distrazione, vuoi perché le domande si fanno via via più complicate – inizia a cadere in errore. L’altro studente, diligentemente, svolge il suo compito e aziona il meccanismo che, a giudicare dalle reazioni di B, non produce niente di più che un leggero fastidio – paragonabile ad un pizzico, un piccolo morso. Con il passare del tempo, le scariche si fanno però più dolorose. B inizia quindi a piangere, afferma di soffrire di cuore, chiede che venga interrotto l’esperimento. Lo studente preposto ad azionare la leva si ferma per un attimo, sembra indeciso sul da farsi… Milgram e i suoi assistenti capiscono il momento di difficoltà e provano a convincerlo: “il tuo amico sapeva a cosa andava incontro”; “esattamente come te, ha firmato un contratto e sarà giustamente retribuito”; “dobbiamo andare avanti, per il bene della scienza”.

Ovviamente, non c’era nessuna scarica elettrica – a questo punto la classe tira un sospiro di sollievo. Il vero oggetto dell’esperimento era lo studente che avrebbe dovuto azionare la leva, mentre lo studente che era stato legato alla sedia era solo un attore, pagato per recitare sofferenze e dolori che non avrebbe dovuto avvertire. Milgram voleva vedere quanti ragazzi, a fronte di un ordine dell’autorità, sarebbero arrivati a comminare l’ultima scarica, la scarica potenzialmente letale.

Totale: nell’America liberale, istruita e democratica degli anni Sessanta, un numero estremamente esiguo di studenti universitari si rifiutò di portare a termine l’esperimento. Le conclusioni cui giunse l’Autore sono che quando ci troviamo a dover eseguire un compito – non importa quale esso sia – tendiamo a mettere da parte la nostra coscienza morale: ci accontentiamo delle spiegazioni che ci vengono fornite dai capi e ci concentriamo sul nostro piccolo dovere quotidiano, ci trasformiamo nel più servizievole ed oliato ingranaggio di un grande meccanismo – un ospedale, una università, un carcere – senza avere più la capacità – la forza  morale – di opporci, di riflettere sul senso e sul valore delle nostre azioni.

Credo che questo esperimento riguardi e interroghi tutti. Credo che dovremmo sempre tenerlo a mente quando svolgiamo il nostro lavoro. Amiamo pensare di essere pienamente consapevoli e responsabili delle nostre azioni. Pensiamo a noi stessi come ad individui corretti che agiscono in maniera razionale. Ma la verità è che siamo tutti schiavi di preoccupazioni concrete, contingenti, banali. Per questo motivo, tendiamo a perdere di vista il disegno di insieme: la nostra coscienza morale si addormenta, si fiacca, perde inesorabilmente vitalità e  vigore.

Il nostro compito è allora di continuare a sentire la scossa del prof. Milgram, impedire che tutto questo accada, restare vigili e di continuare a muoverci in direzione ostinata e contraria.

“Io eseguivo gli ordini” è solo una piccolissima foglia di fico. Nemmeno il più piccolo degli uomini può sperare di trovarvi adeguato riparo.

La Camera da Letto del Vicino – Due Righe su “Terrore” e “Terrorismo”.

1. Breve fenomenologia dei sentimenti.
La paura è importante, perché ci insegna ad essere prudenti. Molte delle cose che facciamo – o che non facciamo – dipendono dal fatto che abbiamo paura di subire un danno o di provare un dolore. Ad esempio, mio nonno materno era un fumatore incallito. Un giorno decise di farsi visitare da un medico perché aveva una brutta tosse ed il dottore gli spiegò che la colpa era delle sigarette, che il fumo faceva male e che, se continuava a fumare, rischiava di ammalarsi seriamente. Nonno rimase sbigottito. Cinquanta anni fa la dannosità del fumo non era tanto scontata ed ovvia come lo è per noi oggi. Così, nonno uscì dallo studio di quel medico e buttò in un cestino la sua ultima marlboro. Da allora, e per il resto dei suoi giorni, non toccò più una sigaretta. Se le faceva accendere da nonna. Scherzi a parte, la paura è una maestra saggia che mostra agli uomini la retta via. In questo senso Thomas Hobbes ne parla come di una “passione ragionevole” che, spingendo gli uomini a sottoscrivere il contratto sociale, rappresenta la base fondante dello Stato.  Non dobbiamo quindi rinnegare le nostre paure, perché vivere senza paura significherebbe rinunciare ad una parte fondamentale della nostra umanità. L’uomo che non ha paura è un uomo a metà – come l’uomo che non piange, l’uomo che non ride o l’uomo che non ama. Al pari di tutti gli altri sentimenti, la paura rappresenta una parte essenziale della nostra umanità. Per questo motivo, esattamente come ogni altro sentimento, anche la paura può “ammalarsi” e crescere sino a subire una metamorfosi, divenendo terrore.

Provare paura è sano, addirittura utile, mentre essere terrorizzati è certamente deleterio. In questo, come in moltissimi altri casi, risulta dunque comprovato un antico insegnamento alchemico secondo cui “è la quantità che fa il veleno”.

Veleno

2. Stallo
L’ossessione per una persona non è amore, ma una perversione. La depressione suicida non è tristezza, ma una perversione. Il terrore non è  paura, ma una perversione. A differenza della paura – che induce ad agire; a continuare a fare; ad iniziare a fare; a smettere di fare o non fare mai qualcosa – il terrore blocca, paralizza, impedisce persino di ragionare. Per questo motivo, il nostro peggiore nemico cercherà in tutti modi di spaventarci: i pugili, prima o durante un incontro, rivolgono sempre  garbate paroline al proprio avversario; alcuni difensori, nel sottopassaggio che porta al campo di calcio, restano volutamente a petto nudo, in modo che gli attaccanti dell’altra squadra possano apprezzarne la muscolatura, e capire da che parte tira il vento. Perché spaventare qualcuno a morte significa aver assestato un colpo di fondamentale importanza. Ancor prima di aver iniziato il match.

3. Sfumature
In un Paese come il nostro, che ama fare certe distinzioni, il terrorismo viene solitamente suddiviso in terrorismo di destra e terrorismo di sinistra. La differenza starebbe nel fatto che il terrorismo di sinistra avrebbe sempre colpito obiettivi specifici – magistrati, sindacalisti, politici – con la finalità di “colpirne uno per educarne cento”. Dal canto suo, il terrorismo di destra avrebbe sempre sparato nel mucchio, mettendo bombe nelle piazze, nelle stazioni, nelle banche… A prescindere dalla validità di questa distinzione, è certo che la finalità del terrorista sia quella di diffondere, il più brutalmente possibile, un messaggio di morte: nessuno, in nessun luogo ed in nessun momento, deve sentirsi al sicuro. Per questo motivo non credo che il terrorista debba essere considerato un rivoluzionario. Perlomeno, non è detto che si tratti di due figure perfettamente sovrapponibili. Di fatti, il terrorista non si impegna necessariamente per sovvertire lo status quo. Non è detto che egli, provocando il caos, agisca contro il potere e non finisca, più o meno volontariamente, per favorirne il mantenimento – sollecitando l’adozione di leggi speciali e giustificando, con la propria azione, rappresaglie di ogni ordine e genere.  Voglio dire: il gruppo di esuli che decise di fare la rivoluzione a Cuba era sicuramente formato da rivoluzionari, perché, agendo con lo specifico fine di sovvertire una dittatura, colpiva i militari avversari utilizzando la micidiale tecnica della guerrilla. Al contrario, i gruppi dell’ISIS non hanno affatto attaccato la polizia, l’esercito o i centri del potere, ma un teatro, alcuni bar e lo stadio – non avendo apparentemente altra intenzione che non fosse quella di diffondere  il terrore tra la popolazione.

La tesi per cui le rivoluzioni nascono dal terrorismo ricorda molto da vicino la tesi per cui bombardare i civili aiuta a sconfiggere le dittature: il valore di entrambe è ancora tutto da provare.

4. Conclusioni
Dobbiamo quindi distinguere la paura dal terrore
: la prima è quel sentimento che ci spinge a controllare periodicamente il cellulare del nostro partner, il secondo è quel sentimento che nasce il giorno in cui scopriamo che esiste (almeno) un secondo telefono da tenere sotto controllo.

Scherzi a parte, a me pare evidente che stiamo combattendo una guerra contro un esercito di fantasmi che vive sul nostro stesso territorio. Non possiamo dunque sperare di vincere fino a quando non decideremo di adottare una strategia adatta alle peculiarità del nostro avversario.

Intendo dire che il terrorismo si combatte con le operazioni di intelligence. Sperare di sconfiggerlo lanciando bombe su di uno Stato straniero è come provare ad uccidere una zanzara dando fuoco alla camera da letto del vicino.

Infine, credo che sia opportuno concludere questo breve articolo con un messaggio per i nostri acerrimi nemici.

Cari terroristi, sarà anche vero che noi occidentali siamo una massa inerme di consumatori senza spina dorsale, ma potete stare certi che siamo pronti a morire quando si tratta di difendere i nostri valori.

Per questo motivo, io dico che siete stati fortunati a non mettere piede dentro lo stadio.

Ira. Il Vizio dei Demoni

Roma, quartiere San Giovanni, sono al ristorante con il mio vecchio amico Andrea, ottimo pianista, esperto di arti marziali e gran mangiatore di sushi. L’argomento della conversazione è la collera. Gli sto raccontando un film.

-Insomma, si trovano nel bel mezzo del deserto. Il detective è in piedi e ha la pistola puntata sul serial killer, che, invece, è legato e inginocchiato di fronte a lui. Ad un certo punto arriva un camioncino, scende un uomo e consegna un pacco al detective.  Il detective apre il pacco e scopre che il killer ha ucciso sua moglie. Rimane sconvolto, ha la testa del sospettato sotto tiro e non sa se sparare o meno. Il serial killer, invece, resta  impassibile, anzi, lo provoca e gli dice: “avanti, uccidimi, trasformati in ira”.

-E poi? Che succede dopo?
-Poi niente. Non te lo dico
– Come non me lo dici?
– Non te lo dico, si tratta del finale del film.
– Ma sei serio?
– Certo, ti rovinerei la sorpresa. Non me lo perdoneresti mai.

Rabbia

-A parte questo, cosa hai da dire sulla collera?
-Quattro cose: pubblicità, tempo, sconfitta e salute.
-Adesso è tutto più chiaro.

-L’ira è un vizio parecchio diverso da tutti gli altri perché molto difficilmente si può dissimulare. Intendo dire che l’invidia – come l’avarizia, l’accidia o la lussuria- può essere facilmente nascosta. L’invidioso, al pari di altri viziosi, prova in tutti i modi a fare finta di essere sano – e spesso ci riesce. L’iracondo non può. Perché l’ira esiste nella sua più chiara ed evidente manifestazione, che è sempre pubblica, palese, esteriore. Chi non si mostra adirato non possiede questo vizio. Magari si tratta di qualcuno che cova vendetta, di qualcuno segretamente pieno di odio, ma non di una persona collerica. Aristotele aveva capito molto bene questa differenza. Perché l’odio può essere calcolo, razionalità, freddezza, mentre l’ira è un vulcano che esplode, un fiume che esonda, un Demone che irrompe sulla scena. Divampa sul volto, deforma la postura, cambia il volume ed il tono della voce. Per questo motivo, quando la Bibbia deve descrivere l’ira di Caino, utilizza un’espressione che, letteralmente, significa: “s’infiammò (bruciò)”. Aggiungendo che “il suo volto cadde a terra”.

– Quindi l’ira sarebbe tipicamente “esteriore”…
– Certo, dimmi a cosa pensi se ti dico “rabbia”.
– Mi viene in mente quel video di youtube in cui un uomo litiga con il computer e poi lo butta dalla finestra. Hai presente?
– Come no. Quando devo spiegare ai ragazzi la differenza tra hardware e software dico sempre che l’hardware è tutto ciò che puoi prendere a calci.
-…
-…

– Capisco, ma il tempo cosa c’entra?
-L’ira è subitanea, repentina, fulminante. Mentre gli altri vizi capitali ti avvelenano goccia a goccia, quotidianamente, l’ira è tanto più violenta quanto più rapida. Salta fuori all’improvviso, si sfoga esattamente come fa un fulmine e poi torna a scorrere silenziosa ed invisibile nelle più recondite profondità della coscienza. Il Demone dell’ira prende completamente ed immediatamente possesso del suo schiavo, ordinandogli di fare  qualcosa. Mi segui?
– Certo, mi viene in mente  Totti che rincorre Balotelli  e gli rifila un bel calcione, a palla lontana, durante la Finale di Coppa Italia – con il Presidente Napolitano che osserva sbigottito in tribuna.
-Tutti sappiamo che in quel caso il Capitano ha sbagliato…
-Ovviamente. Ha sbagliato perché l’ha preso di piatto, se l’avesse preso di punta non si sarebbe rialzato tanto facilmente.
-…
-…

La terza caratteristica dell’ira è che è essa sconfigge il soggetto che la prova. L’ira rende deboli, incapaci di intendere e volere. Non a caso, diciamo che una persona iraconda “ha perso le staffe” oppure, che era “fuori di sé”. Per questo motivo, una volta passata la crisi, l’iracondo prova vergogna per ciò che ha fatto. Rifletti su questo: l’essere umano mostra la propria nobile forza quando rimane sereno. Per questo motivo, quando deve descrivere l’ira, Evagrio parla di “vapori nebbiosi” di “nuvole che oscurano il sole”.
– Sono assolutamente d’accordo. Per esempio, l’altro giorno ero al bar e c’erano questi ragazzini che perdevano tempo e bevevano birra – avranno avuto quindici o sedici anni-, a un certo punto, uno di loro inizia a fare battute stupide sulla cameriera Apertamente, senza dissimulare in alcun modo la cosa.
-E tu che hai fatto?
-Mi sono alzato, sono andato da loro ed ho detto: ragazzi non mi sembra il caso di comportarsi in questo modo. E poi, rivolgendomi allo spiritoso: “adesso tu chiedi scusa“.
-E lui?
-Ha detto una cosa del tipo, “vedi di andare a fare il babbo da un’altra parte, zio“. A quel punto ho fatto fruttare gli insegnamenti del mio terapeuta: ho respirato con attenzione, sono andato a trovare il mio spirito guida ed ho iniziato a contare lentamente fino a dieci
-E poi?
-Ho detto che non ero né un babbo, né uno zio, ma avrebbe potuto considerarmi comunque un mezzo parente, dato che conoscevo benissimo sua madre.
-…
-…

-L’ultima caratteristica della collera è che essa ferisce (anche) il soggetto che la prova. Intendo dire, dal punto di vista strettamente clinico, una persona iraconda tende ad avere tutta una serie di problemi medici che gli altri viziosi non hanno. L’avaro vive a lungo – anche se vive male – esattamente come l’accidioso o il superbo, mentre l’iracondo deve prendersi cura del proprio cuore, perché non è detto che sopravviva ad un attacco di ira.

-Insomma questo è ciò che scriverai nel post di domenica prossima?
-Si, che te ne pare? Ti piace?
-Interessante. Adesso ti racconto io una cosa interessante. Hai presente prima, quando ti sei alzato per andare in bagno?
-Si, che è successo?
-Ho preso un pezzo di sushi dal tuo piatto ed ho spalmato una noce di wasabi sotto il pesce. Poi, l’ho rimesso al suo posto.
-E dove l’hai messa? Sotto il salmone? Sotto il tonno?
-Non te lo posso dire.
– Non fare il cretino.
-Ti rovinerei la sorpresa finale, non me lo perdoneresti mai.

La Rivolta dei Piccoli Hater

0) Premessa
Qualche giorno fa ho scritto un post contro una nuova bufala sulla privacy che stava iniziando a circolare su Facebook. L’ho fatto perché molti utenti mi hanno sollecitato, ed anche, perché da docente di informatica giuridica credevo di poter contribuire in tal modo alla diffusione della verità – che, diciamocelo pure, è sempre una bella cosa. Tenete presente che circa un anno fa, quando mi sono occupato per la prima volta di questo tema, moltissime persone si domandavano se quel post fosse o meno efficace per tutelare la propria privacy. Al punto che La Repubblica scrisse alla Direzione di Facebook per avere notizie certe e successivamente pubblicò una smentita ufficiale. Tutto ciò premesso e considerato, alcuni utenti hanno sentito il bisogno di venire sul mio profilo a giustificarsi. Nella migliore delle ipotesi, si sono limitati commentare con frasi del tipo: “io non ho mai fatto una foto con il telefono che mi ha regalato l’amante!”; oppure, con l’altrettanto geniale: “io ho letto tutti i libri che cito!”. Nella peggiore hanno creduto di essere in diritto di insultarmi personalmente. Per questo motivo, ho pensato che fosse giusto dedicare il mio consueto articolo domenicale ai miei piccoli hater.

Nella convinzione che una sola risposta non sarebbe bastata, ne ho elaborate sette.

1) Religiosa I (Ecumenica)
La prima metà del post – la parte che vi ha fatto molto indignare – era volutamente eccessiva, iperbolica e sardonica, ma soprattutto, era strumentale: serviva per arrivare alla conclusione. Vi confesso che a me tutto questo sembrava evidente  – almeno quanto il fatto che il post sulla privacy fosse una colossale bufala. Quindi, considerato che oggi è il giorno del Signore, vi propongo di deporre definitivamente le armi e scambiarci un segno di pace. Abbracciamoci fraternamente e torniamo ciascuno sulla propria strada, nella convinzione che il confronto è sempre un ottimo modo per crescere ed arricchirsi reciprocamente. Che ne dite? Pace fatta? Benissimo. Adesso potete tornare sul vostro profilo a fare finta di essere le persone che non siete.

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2)  Logica
Andiamo al succo: cosa mi rimproverate?  Di aver espresso un giudizio negativo sugli utenti di Facebook, dimenticando che “tutti sono liberi di scrivere ciò che vogliono”. Spiegatemi una cosa: perché questa regola dovrebbe valere per tutti tranne che per me?

3) Giuridica
La libertà di espressione del pensiero è una cosa seria. Si fa presto ad affermare di esserne convinti paladini quando non ci sentiamo in alcun modo chiamati in causa. Qualche tempo fa eravate tutti Charlie, poi siete diventati tutti Erri, ma guai a toccare il profilo Facebook altrui, perché il sentimento religioso ed il rispetto della legalità valgono molto meno delle vostre bufale virali. Alla fin fine, pochissimi di noi possono dire di essere veramente Charlie. La maggior parte assomiglia di più a Snoopy.

4) Medica
Guarda caso, i piccoli hater hanno tutti il vizio di scrivere almeno ottantacinque commenti, provando a sollevare le masse ed alimentare uno shit storm nei miei confronti. Insomma, si sentono offesi per ciò che ho scritto ed in dovere di intervenire nel dibattito; nella convinzione che il mondo giri tutto intorno a loro. A tal riguardo, consiglierei una visita specialistica. Potrebbe essere labirintite.

5) Religiosa II 
Quando Dio stava distribuendo l’ironia voi eravate in fila per il bagno.
Ma sul vostro profilo avete scritto che eravate in fila per la sincerità.

6) Filosofica
Riferendomi alla più gran parte degli utenti di questo social network, ho solo ripreso il pensiero di uno dei più interessanti filosofi contemporanei – attualmente docente presso la prestigiosa Università di Heidelberg – che ha spesso e molto chiaramente criticato la falsità dilagante su Facebook. Mi rendo perfettamente conto del fatto che anche io scrivo su Facebook e dunque la stessa accusa di falsità potrebbe essere rivolta nei miei confronti. Ma sapete qual è la cosa più bella? Non faccio nessuna fatica ad ammetterlo. Chi più chi meno, tutti utilizziamo il nostro profilo come una vetrina. La differenza tra me e voi non è la sincerità, ma l’(auto)ironia. Io indosso il vestito elegante dell’intelligenza, mentre voi andate in giro con i jeans a sigaretta.

7) Conclusiva
Insomma, sono assolutamente convinto che ci siano tantissime persone che citano solo frasi di autori che conoscono, non divulgano bufale, non hanno l’amante e non fanno finta di essere sempre felici.

Solo che nessuna di queste persone ha un profilo su Facebook.

Ps: Se Dio vuole, domenica prossima torniamo a parlare di cose serie ;)

“Lo Faccio Dopo”. Istruzioni per Riconoscere il Demone di “Accidia”.

1. Cosa intendiamo per “accidia”.
Secondo me “accidia” è un termine  parecchio appropriato, a suo modo, onomatopeico. Il suono è duro ed al tempo stesso molle – a causa della “i” centrale e, soprattutto, del dittongo finale. Se proviamo ad addentare questa parola, avvertiamo immediatamente una dolcezza acre che evoca lo stare sdraiati sul divano per ore a fissare il soffitto; interminabili viaggi dalla televisione al frigorifero nell’attesa che l’ispirazione per studiare o lavorare scenda magicamente dal cielo e si impossessi della nostra anima; intere giornate passate a crogiolarsi nel nulla, senza avere la forza o il desiderio di lavarsi i denti, farsi la barba, pettinarsi i capelli per uscire di casa. Attenzione, però l’accidia non è l’ozio, non si tratta di semplice pigrizia. Come sa benissimo Homer Simpson – ed i suoi infiniti allievi – il  pigro può essere tranquillo, sereno, felice. L’accidioso no, perché l’accidioso si tortura, infliggendosi il proprio castigo. Per questo, l’accidia rappresenta la ben più grave e perigliosa anticamera della depressione. Risultano davvero illuminanti, sul punto, le parole di uno tra i maggiori pensatori del novecento : “carceriere di me stesso invoco libertà ma so che la porta è chiusa a triplice mandata dall’interno, sono l’anima dannata messa a guardia del mio inferno” (Frankie H-Nrg). Insomma, l’accidia ha a che fare con lo smarrimento che avverte chi si è perso nel deserto: una sofferenza dell’anima, il tormento di chi sa che dovrebbe fare qualcosa, ma proprio non ce la fa – e si disprezza infinitamente per questo motivo. Se penso ad un esempio cinematografico, mi viene in mente Nanni Moretti che, indolente, si aggira ciondolante per casa e confessa alla figlia di annoiarsi a morte, perché nella vita nulla ha senso. Ma la ragazza, saggia ed impertinente, rimanda la palla nel campo del padre, rispondendo con un apparentemente tautologico: “ti annoi perché sei noioso”.
Sartre non avrebbe potuto scrivere di meglio.

Accidia3

Il fannullone iperattivo.
Non è lecito combattere l’accidia facendo semplicemente altre cose. Se leggiamo l’opinione dei classici, notiamo che una parte fondamentale di questo vizio consiste proprio nella smania di agire per stordirsi -per fuggire da sé.  Di nuovo, mi viene in mente il personaggio di un film di Moretti. Si tratta della ragazza a cui il protagonista domanda: “scusa, ma tu cosa fai nella vita?”, sentendosi rispondere con un vago ed estremamente allusivo: “giro, vedo gente, conosco, mi muovo… faccio delle cose”. L’accidioso sente il bisogno di incontrare qualcuno, di andare a trovare un malato, di intraprendere un viaggio, ma tradisce clamorosamente il senso di tutto ciò che fa. Animato dal disprezzo per il presente, per il luogo e per la condizione in cui si trova, egli vorrebbe solo distrarsi, guarire dal sentimento che lo affligge fiaccandone la volontà e la morale. Allora si getta a capofitto nel mondo – con l’urgenza bulimica che ottunde la ragione dell’affamato. Eppure, nel mondo non trova altro che la propria infinita tristezza, perché è stato proprio a causa del mondo e dei suoi eccessi che ha smarrito la retta via. Insomma, l’accidioso spera di trovare una risposta nella causa del suo stare male come l’ubriaco che sente la necessità di avere altro vino, ma non è più in grado di avvertirne il sapore.

Accidiosi lo siamo tutti, perché, tutti siamo, ciascuno a suo modo, “metà scimmia, metà aquila reale” (M.A.). Per salvarci da questo demone, dobbiamo stabilire e rispettare limiti inderogabili – nel lavoro, nella meditazione, nello svago. Se sembra uno sforzo inumano, dipende dal fatto che tendiamo a pensare di poterci salvare grazie alla semplice forza di volontà, mentre per essere sereni, attivi e costanti nel perseguire i nostri obiettivi abbiamo soprattutto bisogno di amore.

Alla fine di tutto questo.
Alcuni anni fa, mio padre mi raccontò la barzelletta del riccone che, un lunedì mattina, decide di lasciare il suo ufficio per andare a fare un giro al mare. Arrivato sulla spiaggia, prende una bella boccata d’ossigeno, sentendosi parecchio felice e realizzato. Tuttavia, mentre osserva compiaciuto il panorama, nota che sulla spiaggia c’è un altro uomo. A giudicare dalla barba lunga e dai vestiti logori, quel signore non deve passarsela proprio bene. Decide allora di mettere la propria sapienza al servizio del poveretto.

-Buongiorno, permetti una parola?
-Ma certo dottore, dica pure.

-Ti voglio spiegare come si sta al mondo, amico mio, affinché anche tu un giorno possa sentirti come mi sento io oggi
-Dica, dica.

-Quando io ero piccolo, avevo sei anni, ho inizato a lavorare nella bottega di mio nonno, mi pagavano 100 lire al giorno, ho lavorato molto duramente sai?
-E poi?

-Poi a dodici anni, con i soldi messi da parte, ho comprato un piccolo carretto per vendere gelati e così, mentre tutti i miei coetani giocavano e si divertivano, io lavoravo, sudavo e mettevo da parte.
-E poi?

-E poi, con quei soldi, ho aperto il primo negozio… ed ho sudato sette camicie, sai? Mentre tutti gli altri andavano in discoteca e si facevano pagare le vacanze dai genitori, io già ero un uomo maturo, con delle responsabilità.
-E poi?

-Poi ho aperto una catena di negozi ed ora che sono finalmente divenato il re del gelato artigianale posso mollare tuttto un lunedì mattina e venire qui, davanti a questo splendido mare, a fumare un sigarette e godermi il panorama.

-Dottò, io proprio quello stavo facendo!