Ira. Il Vizio dei Demoni

Roma, quartiere San Giovanni, sono al ristorante con il mio vecchio amico Andrea, ottimo pianista, esperto di arti marziali e gran mangiatore di sushi. L’argomento della conversazione è la collera. Gli sto raccontando un film.

-Insomma, si trovano nel bel mezzo del deserto. Il detective è in piedi e ha la pistola puntata sul serial killer, che, invece, è legato e inginocchiato di fronte a lui. Ad un certo punto arriva un camioncino, scende un uomo e consegna un pacco al detective.  Il detective apre il pacco e scopre che il killer ha ucciso sua moglie. Rimane sconvolto, ha la testa del sospettato sotto tiro e non sa se sparare o meno. Il serial killer, invece, resta  impassibile, anzi, lo provoca e gli dice: “avanti, uccidimi, trasformati in ira”.

-E poi? Che succede dopo?
-Poi niente. Non te lo dico
– Come non me lo dici?
– Non te lo dico, si tratta del finale del film.
– Ma sei serio?
– Certo, ti rovinerei la sorpresa. Non me lo perdoneresti mai.

Rabbia

-A parte questo, cosa hai da dire sulla collera?
-Quattro cose: pubblicità, tempo, sconfitta e salute.
-Adesso è tutto più chiaro.

-L’ira è un vizio parecchio diverso da tutti gli altri perché molto difficilmente si può dissimulare. Intendo dire che l’invidia – come l’avarizia, l’accidia o la lussuria- può essere facilmente nascosta. L’invidioso, al pari di altri viziosi, prova in tutti i modi a fare finta di essere sano – e spesso ci riesce. L’iracondo non può. Perché l’ira esiste nella sua più chiara ed evidente manifestazione, che è sempre pubblica, palese, esteriore. Chi non si mostra adirato non possiede questo vizio. Magari si tratta di qualcuno che cova vendetta, di qualcuno segretamente pieno di odio, ma non di una persona collerica. Aristotele aveva capito molto bene questa differenza. Perché l’odio può essere calcolo, razionalità, freddezza, mentre l’ira è un vulcano che esplode, un fiume che esonda, un Demone che irrompe sulla scena. Divampa sul volto, deforma la postura, cambia il volume ed il tono della voce. Per questo motivo, quando la Bibbia deve descrivere l’ira di Caino, utilizza un’espressione che, letteralmente, significa: “s’infiammò (bruciò)”. Aggiungendo che “il suo volto cadde a terra”.

– Quindi l’ira sarebbe tipicamente “esteriore”…
– Certo, dimmi a cosa pensi se ti dico “rabbia”.
– Mi viene in mente quel video di youtube in cui un uomo litiga con il computer e poi lo butta dalla finestra. Hai presente?
– Come no. Quando devo spiegare ai ragazzi la differenza tra hardware e software dico sempre che l’hardware è tutto ciò che puoi prendere a calci.
-…
-…

– Capisco, ma il tempo cosa c’entra?
-L’ira è subitanea, repentina, fulminante. Mentre gli altri vizi capitali ti avvelenano goccia a goccia, quotidianamente, l’ira è tanto più violenta quanto più rapida. Salta fuori all’improvviso, si sfoga esattamente come fa un fulmine e poi torna a scorrere silenziosa ed invisibile nelle più recondite profondità della coscienza. Il Demone dell’ira prende completamente ed immediatamente possesso del suo schiavo, ordinandogli di fare  qualcosa. Mi segui?
– Certo, mi viene in mente  Totti che rincorre Balotelli  e gli rifila un bel calcione, a palla lontana, durante la Finale di Coppa Italia – con il Presidente Napolitano che osserva sbigottito in tribuna.
-Tutti sappiamo che in quel caso il Capitano ha sbagliato…
-Ovviamente. Ha sbagliato perché l’ha preso di piatto, se l’avesse preso di punta non si sarebbe rialzato tanto facilmente.
-…
-…

La terza caratteristica dell’ira è che è essa sconfigge il soggetto che la prova. L’ira rende deboli, incapaci di intendere e volere. Non a caso, diciamo che una persona iraconda “ha perso le staffe” oppure, che era “fuori di sé”. Per questo motivo, una volta passata la crisi, l’iracondo prova vergogna per ciò che ha fatto. Rifletti su questo: l’essere umano mostra la propria nobile forza quando rimane sereno. Per questo motivo, quando deve descrivere l’ira, Evagrio parla di “vapori nebbiosi” di “nuvole che oscurano il sole”.
– Sono assolutamente d’accordo. Per esempio, l’altro giorno ero al bar e c’erano questi ragazzini che perdevano tempo e bevevano birra – avranno avuto quindici o sedici anni-, a un certo punto, uno di loro inizia a fare battute stupide sulla cameriera Apertamente, senza dissimulare in alcun modo la cosa.
-E tu che hai fatto?
-Mi sono alzato, sono andato da loro ed ho detto: ragazzi non mi sembra il caso di comportarsi in questo modo. E poi, rivolgendomi allo spiritoso: “adesso tu chiedi scusa“.
-E lui?
-Ha detto una cosa del tipo, “vedi di andare a fare il babbo da un’altra parte, zio“. A quel punto ho fatto fruttare gli insegnamenti del mio terapeuta: ho respirato con attenzione, sono andato a trovare il mio spirito guida ed ho iniziato a contare lentamente fino a dieci
-E poi?
-Ho detto che non ero né un babbo, né uno zio, ma avrebbe potuto considerarmi comunque un mezzo parente, dato che conoscevo benissimo sua madre.
-…
-…

-L’ultima caratteristica della collera è che essa ferisce (anche) il soggetto che la prova. Intendo dire, dal punto di vista strettamente clinico, una persona iraconda tende ad avere tutta una serie di problemi medici che gli altri viziosi non hanno. L’avaro vive a lungo – anche se vive male – esattamente come l’accidioso o il superbo, mentre l’iracondo deve prendersi cura del proprio cuore, perché non è detto che sopravviva ad un attacco di ira.

-Insomma questo è ciò che scriverai nel post di domenica prossima?
-Si, che te ne pare? Ti piace?
-Interessante. Adesso ti racconto io una cosa interessante. Hai presente prima, quando ti sei alzato per andare in bagno?
-Si, che è successo?
-Ho preso un pezzo di sushi dal tuo piatto ed ho spalmato una noce di wasabi sotto il pesce. Poi, l’ho rimesso al suo posto.
-E dove l’hai messa? Sotto il salmone? Sotto il tonno?
-Non te lo posso dire.
– Non fare il cretino.
-Ti rovinerei la sorpresa finale, non me lo perdoneresti mai.

“Lo Faccio Dopo”. Istruzioni per Riconoscere il Demone di “Accidia”.

1. Cosa intendiamo per “accidia”.
Secondo me “accidia” è un termine  parecchio appropriato, a suo modo, onomatopeico. Il suono è duro ed al tempo stesso molle – a causa della “i” centrale e, soprattutto, del dittongo finale. Se proviamo ad addentare questa parola, avvertiamo immediatamente una dolcezza acre che evoca lo stare sdraiati sul divano per ore a fissare il soffitto; interminabili viaggi dalla televisione al frigorifero nell’attesa che l’ispirazione per studiare o lavorare scenda magicamente dal cielo e si impossessi della nostra anima; intere giornate passate a crogiolarsi nel nulla, senza avere la forza o il desiderio di lavarsi i denti, farsi la barba, pettinarsi i capelli per uscire di casa. Attenzione, però l’accidia non è l’ozio, non si tratta di semplice pigrizia. Come sa benissimo Homer Simpson – ed i suoi infiniti allievi – il  pigro può essere tranquillo, sereno, felice. L’accidioso no, perché l’accidioso si tortura, infliggendosi il proprio castigo. Per questo, l’accidia rappresenta la ben più grave e perigliosa anticamera della depressione. Risultano davvero illuminanti, sul punto, le parole di uno tra i maggiori pensatori del novecento : “carceriere di me stesso invoco libertà ma so che la porta è chiusa a triplice mandata dall’interno, sono l’anima dannata messa a guardia del mio inferno” (Frankie H-Nrg). Insomma, l’accidia ha a che fare con lo smarrimento che avverte chi si è perso nel deserto: una sofferenza dell’anima, il tormento di chi sa che dovrebbe fare qualcosa, ma proprio non ce la fa – e si disprezza infinitamente per questo motivo. Se penso ad un esempio cinematografico, mi viene in mente Nanni Moretti che, indolente, si aggira ciondolante per casa e confessa alla figlia di annoiarsi a morte, perché nella vita nulla ha senso. Ma la ragazza, saggia ed impertinente, rimanda la palla nel campo del padre, rispondendo con un apparentemente tautologico: “ti annoi perché sei noioso”.
Sartre non avrebbe potuto scrivere di meglio.

Accidia3

Il fannullone iperattivo.
Non è lecito combattere l’accidia facendo semplicemente altre cose. Se leggiamo l’opinione dei classici, notiamo che una parte fondamentale di questo vizio consiste proprio nella smania di agire per stordirsi -per fuggire da sé.  Di nuovo, mi viene in mente il personaggio di un film di Moretti. Si tratta della ragazza a cui il protagonista domanda: “scusa, ma tu cosa fai nella vita?”, sentendosi rispondere con un vago ed estremamente allusivo: “giro, vedo gente, conosco, mi muovo… faccio delle cose”. L’accidioso sente il bisogno di incontrare qualcuno, di andare a trovare un malato, di intraprendere un viaggio, ma tradisce clamorosamente il senso di tutto ciò che fa. Animato dal disprezzo per il presente, per il luogo e per la condizione in cui si trova, egli vorrebbe solo distrarsi, guarire dal sentimento che lo affligge fiaccandone la volontà e la morale. Allora si getta a capofitto nel mondo – con l’urgenza bulimica che ottunde la ragione dell’affamato. Eppure, nel mondo non trova altro che la propria infinita tristezza, perché è stato proprio a causa del mondo e dei suoi eccessi che ha smarrito la retta via. Insomma, l’accidioso spera di trovare una risposta nella causa del suo stare male come l’ubriaco che sente la necessità di avere altro vino, ma non è più in grado di avvertirne il sapore.

Accidiosi lo siamo tutti, perché, tutti siamo, ciascuno a suo modo, “metà scimmia, metà aquila reale” (M.A.). Per salvarci da questo demone, dobbiamo stabilire e rispettare limiti inderogabili – nel lavoro, nella meditazione, nello svago. Se sembra uno sforzo inumano, dipende dal fatto che tendiamo a pensare di poterci salvare grazie alla semplice forza di volontà, mentre per essere sereni, attivi e costanti nel perseguire i nostri obiettivi abbiamo soprattutto bisogno di amore.

Alla fine di tutto questo.
Alcuni anni fa, mio padre mi raccontò la barzelletta del riccone che, un lunedì mattina, decide di lasciare il suo ufficio per andare a fare un giro al mare. Arrivato sulla spiaggia, prende una bella boccata d’ossigeno, sentendosi parecchio felice e realizzato. Tuttavia, mentre osserva compiaciuto il panorama, nota che sulla spiaggia c’è un altro uomo. A giudicare dalla barba lunga e dai vestiti logori, quel signore non deve passarsela proprio bene. Decide allora di mettere la propria sapienza al servizio del poveretto.

-Buongiorno, permetti una parola?
-Ma certo dottore, dica pure.

-Ti voglio spiegare come si sta al mondo, amico mio, affinché anche tu un giorno possa sentirti come mi sento io oggi
-Dica, dica.

-Quando io ero piccolo, avevo sei anni, ho inizato a lavorare nella bottega di mio nonno, mi pagavano 100 lire al giorno, ho lavorato molto duramente sai?
-E poi?

-Poi a dodici anni, con i soldi messi da parte, ho comprato un piccolo carretto per vendere gelati e così, mentre tutti i miei coetani giocavano e si divertivano, io lavoravo, sudavo e mettevo da parte.
-E poi?

-E poi, con quei soldi, ho aperto il primo negozio… ed ho sudato sette camicie, sai? Mentre tutti gli altri andavano in discoteca e si facevano pagare le vacanze dai genitori, io già ero un uomo maturo, con delle responsabilità.
-E poi?

-Poi ho aperto una catena di negozi ed ora che sono finalmente divenato il re del gelato artigianale posso mollare tuttto un lunedì mattina e venire qui, davanti a questo splendido mare, a fumare un sigarette e godermi il panorama.

-Dottò, io proprio quello stavo facendo!

I Sette Vizi Capitali. La Lussuria


Introduzione
Un giorno commisi l’imperdonabile errore di chiedere agli studenti del primo anno cosa fosse, secondo loro, la “hýbris”. La maggior parte della classe rimase basita, due pensavano che fosse un canale di mediaset premium (iris) mentre un altro voleva a tutti i costi convincermi che fosse la salsa di cetrioli normalmente utilizzata per condire il kebab – “mi fa una piadina? Con molta hýbris, grazie”. Ovviamente, mi riferivo al termine greco che allude alla colpa di aver superato i limiti connessi alla condizione umana: la cultura greca riteneva che gli esseri umani avrebbero potuto suscitare l’ira delle divinità per un eccesso di superbia, oppure, comportandosi come bestie. Per questo motivo, credo che la lussuria possa essere interpretata come hýbris. Parliamoci chiaramente: tutti i vizi implicano che il vizioso non abbia il senso della misura, ma nel caso di altre condotte – come, ad esempio l’invidia, l’accidia o l’avarizia – il parallelismo con la sregolatezza animale risulta sicuramente meno lampante e corretto.

Lussuria2

1. Pornography.
In linea di massima la lussuria richiede la presenza di (almeno) un complice. Eppure, si può essere tristemente e banalmente lussuriosi anche da soli. Tutto questo è ancor più vero nell’era di internet. Di fatti, la rete ha contribuito moltissimo alla diffusione della pornografia, mettendo sotto gli occhi di tutti l’infinita varietà delle perversioni sessuali. Pensate a ciò che volete – nomi, cose, animali, vegetali o città – sembra che non esista nulla che non possa essere inserito all’interno di un contesto erotico o, peggio ancora, pornografico. Come disse un mio amico che la sapeva lunga: “Se un giorno dovessero sparire tutti i siti pornografici da internet, resterebbe un solo sito con la scritta: “ridateci il porno”. Detto tra noi, credo che tutta questa pornografia non faccia bene agli internauti.
Avete presente la vecchia storiella per cui la pornografia rende ciechi? Si tratta di una di quelle cose che si dicono agli adolescenti per evitare che prendano cattive abitudini. A prima vista, sembrerebbe una sciocchezza a cui tutti abbiamo creduto almeno da piccoli – una favola paragonabile all’uomo nero che porta via i bambini che si comportano male o all’abolizione delle tasse sulla prima casa. La verità è che la pornografia rende davvero ciechi, non in senso medico, ma in senso filosofico. Di fatti, la visione di questo genere di immagini instaura una sorta di cortocircuito nella mente dei viziosi, impedendo loro di riconoscere il valore ed il senso del corpo (proprio ed altrui). Nella pornografia il corpo viene messo a nudo, ma paradossalmente si nasconde, eclissando il proprio significato più vero dietro la brutalità di un gesto inutile, perché meramente ludico e sportivo. Parliamoci chiaramente, quelli della mia generazione non avevano simili problemi. Noi preferivamo di gran lunga il reale al virtuale. Per questo motivo, pochi di noi hanno dovuto mettersi gli occhiali, mentre i giovani di uggi fanno fatiche anche a leggere quella che scrovono sui propri, insulsi, blog.

2. Il Mascalzone latino tra lussuria e parole.
Tempo fa, su internet, girava un post in cui venivano elencati tutti i modi per dire che una donna è una donna di facili costumi. Ne abbiamo a bizzeffe. Se consideriamo anche il vernacoliere, superiamo i 180 appellativi. Al contrario, esistono pochissimi modi di insultare un maschio asserendo che si tratta di un maschio di facili costumi – per lo più, si tratta di antichi e desueti termini dialettali.

Prestate attenzione a questo semplice ragionamento che chiamerò “il loop infinito della passeggiatrice”:
1) un maschio che ama camminare è un passeggiatore, una passeggiatrice è una donna allegra;
2) un uomo pieno di spirito e di vitalità è un uomo allegro,una donna allegra è una donna disponibile;
3) un maschio pronto a farsi in quattro per gli altri è un maschio disponibile, una femmina disponibile è una buona donna;
4) un uomo che fa volontariato è un uomo buono, una buona donna è una donnaccia;
5) un maschiaccio è un uomo antipatico e brutale, una donnaccia è una passeggiatrice.

Il fatto è che per la nostra cultura l’uomo che frequenta molte donne è un eroe, mentre una donna che frequenta molti uomini è una sciagurata. In tal modo, si palesa l’immensa ingenuità del maschio italiano che, da sempre, si illude di essere un seduttore di sante. Se volessimo trovare una differenza tra maschi e femmine, questa non starebbe di certo nella propensione al vizio, ma nel fatto che i primi “si vantano di fare cose che non hanno mai fatto, mentre le seconde hanno avventure che non racconteranno mai”.

3. Ispirazione
Queste brevissime considerazioni sulla lussuria mi sono venute in mente circa un mese fa, mentre stavo studiando il testo di un collega francese. Verso la metà del libro ho trovato un esplicito riferimento alla sregolatezza delle orge che si svolgono nella zona dei Castelli Romani. Sono rimasto parecchio stupito. Pensavo che i Castelli fossero famosi solo per la porchetta, il vino buono e la perniciosa presenza di tifosi laziali. Come prima cosa, ho dunque aggiornato il mio archivio mentale, aggiungendo a quanto menzionato l’hashtag #orge. Subito dopo, ho iniziato a pormi delle domande: cosa spinge i romani a darsi appuntamento in queste ville per lasciarsi andare alla più sfrenata e disinibita perversione? Per quale motivo persone apparentemente normali sentono il bisogno di scendere ad un tale livello di degradazione animale? Cosa scatta nella testa di questa gente?

Ma soprattutto, perché non mi invitano mai?

Sette Vizi Capitali. L’Invidia.

Senza ombra di dubbio, l’invidia è uno tra i vizi capitali più diffusi nel nostro Paese. Alzi la mano chi non ha mai provato invidia in vita sua e, soprattutto, chi non si è mai sentito invidiato. Non sapete di cosa sto parlando? Non ci credo. Se l’invidia facesse crescere le ali, l’Italia sarebbe un aeroporto. Osservatela bene.
Non è uno stivale, è una portaerei.

Sette VIzi

1. Tre famiglie
Gli invidiosi possono essere divisi in tre grandi famiglie:

1) quelli che scompaiono. Quando le cose non girano per il verso giusto, queste persone vi telefonano, vi scrivono su whatsup, vi mandano sms, lettere, messi comunali e piccioni viaggiatori. Insomma, vi stalkizzano giorno e notte senza alcuna pietà. Al minimo cenno di ripresa, diventano ombre del passato. Privi di sangue e disperati- come anime affogate nello Stige – strisciano furtivi alle vostre spalle. Imitando l’omicida di Scream.

Se proprio non riusciranno ad evitarvi, faranno finta di non sapere nulla di ciò che avete fatto o ottenuto di buono nella vita. Per quanto possano sforzarsi, vi accorgerete immediatamente della loro sofferenza, perché la verità è che niente fa più rumore del silenzio di un invidioso.

2) quelli che ti offendono facendoti i complimenti. “Che occhi fantastici che hai! Si notano molto… forse perché sono l’unica cosa bella del tuo viso!”. “Ho dato un’occhiata al tuo blog. Complimenti per le citazioni! Ed anche per le foto che usi. Peccato che entrambe le cose non siano tue!”. Esattamente come il Sindaco Marino, queste persone partono bene. Ma si tradiscono da sole. E finiscono per fare una brutta figura.

3) quelli che si comportano come la volpe della famosa favola, disprezzando apertamente ciò che non possono avere. Io, ad esempio, me ne sono fregato del fatto che non mi abbiano riconosciuto neanche una misera nomination ai “premi della rete” In fondo, ho solo totalizzato 150.000 visualizzazioni in meno di un anno, per quale motivo avrei dovuto aspettarmi di ricevere un seppur minimo riconoscimento?

2. Invidia è autolesionismo
Gli invidiosi danneggiano prima di tutto se stessi.  Sono vittime di un atteggiamento negativo che li allontana irrimediabilmente dal successo. Chi prova invidia si convince facilmente che il prossimo non ha alcun diritto di avere ciò che ha – o di essere ciò che è. Il risultato di queste convinzioni è che l’invidioso non sarà mai in grado di impegnarsi per ottenere qualcosa.

Che senso avrebbe darsi da fare, se, in fondo, è tutta questione di fortuna?

Questa è la immensa differenza che separa l’invidia dall’ammirazione. Chi ammira riconosce la grandezza altrui, anche se (di)spera di poter raggiungere gli stessi obiettivi raggiunti dal suo modello. Per questo motivo, dall’ammirazione nasce sforzo, passione e, spesso, amore. Dall’invidia, invece, non nasce nulla. Se non cattiveria e frustrazione.

3. Il successo del panino al prosciutto
L’invidia è tanto diffusa perché le persone tendono a confondere due categorie di beni: i beni competitivi ed i beni non competitivi.

Per fare un esempio, pensiamo alla differenza che passa tra un panino al prosciutto – bene competitivo per eccellenza – e la cultura – che è, invece, un bene non competitivo. Il panino è un bene esclusivo e competitivo, perché, per essere sfruttato ed apprezzato pienamente, deve appartenere ad una sola persona. Se (con)dividi il tuo panino, resterai con mezza merenda tra le mani – a meno che tu non sappia fare altri giochetti, come camminare sulle acque o resuscitare i morti.

La cultura, al contrario, è non competitiva: se (con)dividi le tue idee con qualcuno, avrai in cambio idee migliori, oppure, il doppio delle idee.

Per smetterla di essere invidiosi dobbiamo renderci conto che il successo non è un bene esclusivo e competitivo. Il mondo è grande, c’è posto per tutti! Ogni giorno abbiamo infinte occasioni per essere felici e realizzare i nostri desideri – la prima delle quali è svegliarsi presto e rimboccarsi le maniche.

Voglio dire: la scandalosa fortuna del nostro vicino di casa non ci danneggerà in alcun modo. Se lui esce con Giorgia Palmas questo non significa che noi saremo costretti a sposare la moglie di Fantozzi.

4. Il genio del manuale
La parola “invidia” deriva dal latino “in”- “videre” che significa, letteralmente, “guardare di sbieco” qualcuno. Forse per questo motivo, ho sempre trovato deliziosa questa storiella: una notte, mentre sta pulendo un polveroso manuale di diritto privato, un docente universitario riesce ad evocare un genio.

“Chiarissimo, Professore, La ringrazio per avermi liberato! Per compensarLa, esaudirò un Suo desiderio”.

“Solo uno?” .

“Solo uno. C’è la crisi. E poi, ce lo chiede l’Europa” .

“Qualsiasi cosa?”.

“Si, ma tenga presente che farò avere il doppio di ciò che mi chiede
al suo più acerrimo rivale accademico”.

“Cavami un occhio”.