Il Bambino Magico

“Reprimere un’artista è un crimine: significa uccidere una vita che germoglia” – Egon Schiele, 1912.

“Diventa ciò che sei” è uno degli insegnamenti fondamentali della saggezza greca.  Potremmo addirittura sostenere che rappresenti uno dei pilastri su cui poggia l’intera speculazione filosofica occidentale.  L’altro, come tutti sanno, è “conosci te stesso”  – e chiedigli se c’ha un’amica.

Scherzi a parte, non sarebbe sufficiente un intero corso di laurea per spiegare il significato della frase “diventa ciò che sei”. Ad una prima lettura, il senso di questo motto potrebbe suonare semplice, lineare – se non addirittura ovvio, banale, in periodo di saldi (scontato). Invece, rappresenta il biglietto di sola andata per un lungo e pericoloso viaggio. Un po’ come la decisione di mettere la riforma costituzionale in mano alla Boschi.

Provo a spiegarmi: il verbo “diventare” – utilizzato all’imperativo – implica che lo sguardo del soggetto sia rivolto verso il futuro. Mentre il verbo essere – utilizzato al presente – implica che il soggetto si trovi già in una certa condizione. A stretto rigor di logica, saremmo dunque di fronte ad un paradosso: niente può trasformarsi in ciò che è. Un gatto è un gatto, una candela è una candela, un sasso è un sasso. Tuttavia, a differenza del gatto, della candela e del sasso, l’essere umano è libero e può negare la sua natura. Al contrario del gatto, della candela e del sasso, l’uomo può rifiutare se stesso, fare violenza alla sua identità, disconoscere il suo vero volto. Mettere la cipolla nella carbonara.

Insomma, il nostro primo e più importante compito è fare in modo di realizzare la nostra vera natura. Qualsiasi sofferenza della nostra anima e della nostra coscienza dipende dal fatto che in un certo momento del nostro sviluppo abbiamo smesso di realizzare la nostra vocazione ed abbiamo assunto – o siamo stati costretti ad assumere – un ruolo che non ci appartiene.

Per questo motivo, una delle peggiori violenze che si possa fare ad una persona consiste nel non riconoscerne il volto: forzandola ad indossare una maschera. Pretendere che un animale si comporti come un essere umano; che un bambino agisca e pensi come un adulto; che Salvini diventi un politico.

Quando parlo di queste cose  mi viene sempre in mente un mio caro amico che fu costretto con la forza dalla sua maestra delle elementari ad utilizzare esclusivamente la mano destra, sebbene fosse mancino. Spesso, i figli sono costretti a prendersi una laurea, fare uno sport o sposarsi solo perché i genitori preferiscono avere un figlio laureato, sportivo, sposato  – insomma, un figlio come lo immaginano loro – piuttosto che accettare il figlio che hanno ricevuto in dono da Dio e che, magari, non ha nessuna intenzione di studiare, di fare sport o di sposarsi.

Il Bambino Magico

Pensieri come questi sono germogliati nella mia mente qualche giorno fa, quando ho finito di leggere il libro di Maria Paola Colombo (Il bambino magico, Mondadori, Milano 2016, 268 p.). Si tratta di un romanzo – ben scritto e facile da leggere – che racconta la vita di tre bambini africani – seguendoli dalla prima infanzia sino al raggiungimento della maturità. Nella lineare semplicità della prosa – non priva di delicata magia e di validi slanci poetici – ritroviamo molti ed interessanti argomenti di discussione, come, ad esempio, la povertà, l’immigrazione, l’educazione, la globalizzazione… tuttavia, se dovessi scegliere un solo argomento – se dovessi identificare il perno attorno al quale “gira” questo romanzo – direi che esso consiste nel tema del miscoscimento. Più precisamente, nelle difficoltà a cui vanno incontro i “diversi” per crescere, accettare se stessi e diventare uomini, sopravvivendo alla propria adolescenza.

Utilizzando il termine “diversi” intendo qui fare riferimento ai poeti, agli artisti, ai disabili, ai malati, ai ribelli, agli stranieri, agli omosessuali, ai poveri… Insomma, a tutti coloro i quali  sentono di essere naturalmente altro dalla società che li ospita e li circonda.

Come tutti sanno, la logica basilare del gruppo implica la ricerca di un capro espiatorio. Ovvero, di una vittima predestinata, un agnello sacrificale da immolare sull’altare della normalità. Per questo motivo, ogni bambino magico viene normalmente temuto, deriso ed isolato dai suoi simili. Per crescere, egli dovrà affrontare mille difficoltà, ma in questa sofferenza potrà trovare la sua più grande forza. Se è vero come è vero che “un adulto creativo è un bambino sopravvissuto” (U. K. Le Guin).

Non pensiate, però, che Il bambino magico sia un romanzo triste. Tutt’altro, grazie a questa storia si viaggia con il pensiero, si ride, ci si innamora della infinita saggezza africana. Mi sento quindi di consigliarvi di leggere il libro e di farlo leggere ai vostri amici, figli e studenti.

Il bambino magico è un’ottima occasione per sognare, discutere e riflettere. Non lasciatevelo sfuggire.

La scelta

Davanti a te ci sono tre pacchi di diversi colori. Uno è rosso, uno è nero e uno è bianco. Hai appena scelto il pacco rosso. In sala non si sente volare una mosca, la tensione si taglia con il coltello. Il conduttore ti mostra il suo miglior sorriso made in china e dice: “ottima scelta amico mio, ma io ti voglio comunque aiutare”. Quindi apre il pacco bianco e  fa vedere a tutti che dentro c’è una foto di Pupo. Numerata e autografata. “A questo punto rimangono due pacchi” – prosegue – “ in uno ci sono cinque milioni di euro, nell’altro c’è una felpa rosa di Dolce & Gabbana con la scritta Sal Vini. Ora ti chiedo, per l’ultima volta, vuoi cambiare il pacco che hai scelto?”

Per vincere la cifra contenuta in uno di quei pacchi impiegheresti circa cento anni, nove giorni e tre ore di duro lavoro. Domeniche incluse.  Ma tu hai mantenuto il tuo proverbiale sangue freddo: sudi come un lottatore di Sumo nella metropolitana ad agosto e senti la testa pulsare ritmicamente, come se la sera prima fossi stato ad un baccanale di addio al celibato organizzato da una confraternita americana sponsorizzata da una marca di birra. Mentre il conduttore condisce una insulsa insalata di parole per prendere tempo e accrescere la suspense, tu ti stai domandando: devo o non devo cambiare il mio pacco? C’è un modo razionale per prendere una decisione? La risposta che ti dai è che, a questo punto, una scelta vale l’altra. “Il pacco rosso o quello nero, ho comunque il 50% delle possibilità…”.

Ma le cose stanno davvero così?

No. Le cose non stanno così. In questa situazione c’è una scelta scientificamente giusta e una scientificamente sbagliata.

1. Teorema. La scienza insegna che per avere maggiori probabilità di vincere devi necessariamente cambiare il tuo pacco. Ovvero, ci sono maggiori probabilità che il premio si trovi nel pacco che non hai scelto all’inizio del gioco. Per cui, fiondati a cambiare prima che Flavio Insinna ci ripensi e ti costringa ad aprire il pacco sul quale avevi puntato originariamente. Non ne sei convinto? In America, negli anni settanta, c’era un programma televisivo nominato Let’s Make a Deal – facciamo un patto, un accordo, un affare. Il concorrente aveva a disposizione tre porte. Dietro due porte c’era una capra, mentre dietro una porta c’era una macchina. Dopo che il concorrente aveva fatto la sua scelta, il presentatore apriva una delle porte – ovviamente, non quella che era stata scelta – e mostrava al pubblico una capra. Si trattava di un mero espediente per accrescere la suspence, perché non c’era alcuna possibilità di cambiare la scelta fatta in partenza. Fatto sta che un giorno, una giornalista che curava una rubrica pseudoscientifica su di un rotocalco, scrisse che, nel caso in cui avesse potuto scegliere, il concorrente avrebbe fatto meglio a cambiare porta. Questa tesi fece scalpore e l’autrice venne letteralmente sommersa dalle critiche. Si scomodarono persino alcuni tra i più famosi ed apprezzati matematici americani. Eppure, Maryln vos Savant aveva perfettamente ragione. Si tratta di un paradosso probabilistico già formulato nel 1889 sotto il nome paradosso delle tre scatole di Bertrand.

2. Dimostrazione. Il fatto è questo: quando il concorrente sceglie per la prima volta, la domanda a cui deve rispondere è: dove si trova il pacco con cinque milioni di euro? In quel momento, avendo tre pacchi a disposizione, ha il 33% delle possibilità di fare la scelta giusta.  Dopo che ha fatto la sua scelta, la domanda che gli viene posta non è: “ora dove si trova il premio?” – perché se la domanda fosse questa egli avrebbe effettivamente il 50% di possibilità di scegliere il pacco giusto – ma vuoi cambiare la tua precedente scelta? Tendiamo a pensare che si tratti di domande equivalenti, ma le cose non stanno affatto così. Quando il concorrente ha fatto la sua prima scelta, aveva solo il 33% di possibilità di scegliere il pacco giusto (1 su 3), mentre aveva il 66% di possibilità di prendere il pacco sbagliato (2 su 3). Per questo motivo, adesso è molto più saggio cambiare pacco.

Non siete ancora convinti? Facciamo così, chiedete aiuto a due amici e organizzate una gara di dieci round. Uno di voi avrai il ruolo del presentatore, un giocatore cambierà sempre il pacco, l’altro terrà sempre la scelta fatta in precedenza. Vedrete che il giocatore che cambia vince molto più spesso del giocatore che tiene il pacco scelto inizialmente.

3. Conclusioni. Vi ho parlato di questo esperimento – universalmente noto con il nome di Enigma di Monty Hall – perché mi sembra un modo molto carino per sottolineare la nostra incapacità di scegliere in maniera razionale. Ci illudiamo di essere in grado di prendere decisioni sensate, ma la verità è che spesso decidiamo sulla base di inganni, presupposti errati, errori di prospettiva.

Per quanto possa essere acuta, la nostra intelligenza non è sempre in grado di darci una mano Mentre è  sempre bravissima a inventare giustificazioni per scelte che non abbiamo fatto con la testa, ma con il cuore – nel migliore dei casi. Come aveva capito Bergson: una delle funzioni principali dell’intelletto è la capacità fabulatrice. Ovvero, la capacità di inventare favole che possano giustificare comportamenti, ragionamenti e scelte irrazionali. Per ogni decisione di un certo peso, ci sono sempre moltissimi pro e contro da considerare. Ma noi facciamo fatica a gestire più di sette informazioni alla volta – per questo motivo dividiamo i numeri di telefono e le targhe delle automobili. Per questo stesso motivo, le compagnie telefoniche, le case automobilistiche, i gestori delle televisioni a pagamento e tutti gli altri venditori del mondo ci mettono sempre davanti centinaia di offerte e di opzioni complicatissime. Giocano sulla nostra confusione. Ovviamente, mi riferisco alla maggioranza delle persone. Un filosofo serio e preparato conosce benissimo questi meccanismi e sa esattamente come massimizzare il profitto in ogni occasione. Ora però, devo lasciarvi, non riesco a trovare la mia nuovissima felpa rosa.

Nel Nome Del Padre.

L’antica saggezza biblica ci ha insegnato che gli errori dei padri ricadranno sui figli. Si tratta di una frase estremamente sintetica, ma colma di significati. Proviamo a riflettere insieme.

1. Giustizia.
Quando leggiamo questa frase, la prima idea che abbiamo è che essa faccia riferimento ad una sorta di imperscrutabile legge del destino per cui i figli saranno condannati per errori che non hanno commesso.  In un primo senso, parecchio semplice ed intuitivo, questa frase ha quindi il sapore della pena divina che sancisce una profonda ingiustizia. Di fatti, uno dei principi più importanti di un sistema legale moderno e civile è che la responsabilità penale è personale: che colpa abbiamo noi se i nostri padri sono stati deboli, cattivi o incapaci? Perché dobbiamo saldare il conto per le loro malefatte?  Tuttavia, se ci togliamo gli occhiali dell’avvocato e consideriamo la questione da un altro punto di vista, ci rendiamo conto che questa frase può essere letta in maniera diversa. E sicuramente meno urticante.

Di fatti, essa non fa altro che illustrare una inequivocabile e chiarissima legge naturale per cui ciò che viene prima è causa di ciò che viene dopo. In questa seconda accezione, che potremmo chiamare “la teoria del debito pubblico”, non si tratta tanto di essere costretti a pagare per le colpe dei padri, quanto di dover porre rimedio alle colpe dei propri antenati – a prescindere dal fatto che fossero madri o padri. In questa seconda accezione, la frase diventa forse più tollerabile. Anche se risulta comunque parziale e pessimista, perché dimentica di evidenziare l’altra faccia della medaglia, ovvero che i figli mangeranno i frutti dl un campo che è stato arato con il sudore dei padri.

Insomma, se dobbiamo lamentarci di qualcosa – la qualità del cibo e dell’aria, i posti di lavoro, la entità delle pensioni che non riceveremo –  possiamo giustamente puntare il dito contro chi ci ha preceduto. Tuttavia, non dobbiamo dimenticare che se posiamo essere felici di qualcosa – come, ad esempio, l’aumento della vita media, l’ingegneria genetica o la crescente qualità delle pizze surgelate -, lo dobbiamo alla lungimirante saggezza degli uomini e delle donne che ci hanno preceduto.

2. Ambiente.
Dal punto di vista sociologico, questa frase significa invece che un bambino sarà sempre giudicato per la famiglia di provenienza. A scuola, in chiesa, in un campo di calcio, ovunque si trovi, le persone che lo circondano avranno un pregiudizio basato sulla ricchezza, sulla fama o sul lignaggio dei genitori. Ogni bambino si porta dietro la lunga ombra del proprio cognome. In maniera tanto stupida quanto spontanea, tutti noi saremmo portati ad affidare un progetto di ricerca al figlio di Einstein,  il cappello da Chef al figlio Cannavacciuolo, una fabbrica di ruspe al figlio di Salvini.

3. Fare come te.
In senso più sottile, questa frase sta a significare che ogni bambino pagherà per le nevrosi, i tic e le manie di suo padre. In questo caso, la frase afferma qualcosa di più sottile e profondo. Non si tratta esattamente di errori, di colpe, che i padri hanno commesso più o meno volontariamente, ma della possibilità che i loro demoni contagino i figli, segnandone in maniera netta ed irrimediabile il destino. Come insegna la saggezza popolare: “il frutto non cade lontano dall’albero”; “tale padre, tale figlio”; “per fortuna Formigoni ha fato voto di castità”.

Scherzi a parte, non può essere negato che gli uomini imparano per imitazione. Tutti noi cresciamo facendo ciò che abbiamo visto fare agli altri. Questo meccanismo è profondo e parecchio radicato, al punto che agisce in maniera del tutto inconsapevole. Automatica. Non dobbiamo necessariamente decidere di imitare quello che fanno le persone che ci sono accanto, lo facciamo e basta. Perché crescere per imitazione fa parte della nostra natura. Pensate a come nascono e si diffondono le rivoluzioni, le mode e le bufale che condividiamo su Facebook.  Pensate a quanto è facile piangere ad un funerale, quando tutti attorno a noi piangono. O ridere quando Gasparri scrive su Twitter. Qualcuno direbbe che tutto ciò accade per il lavorio incessante dei nostri neuroni specchio, ma questo ci porterebbe davvero troppo lontano e probabilmente fuori tema. Il fatto è che un bambino osserva suo padre, perché il padre è l’uomo saggio, buono e potente che egli vorrebbe diventare in futuro. La cosa più importante, al riguardo, è che si insegna con l’esempio molto più che con le parole.

Alla ricerca di Nemo. Per quanto possa sembrare paradossale, il richiamo e lo stimolo ad imitare non giunge solo da una figura paterna presente, vicina, visibile, ma arriva altrettanto e forse più chiaramente da un padre assente, lontano, irraggiungibile. Non mi riferisco solo a quelle situazioni in cui il figlio non si trova fisicamente con suo padre ed avverte dunque la fame, l’urgenza quasi fisica, reale, concreta, di parlare con lui – immaginando dove sia o cosa stia facendo mentre è assente -, ma parlo di quei padri che, pur vivendo con i propri figli, si sottraggono più o meno consapevolmente al proprio ruolo. Questi padri sono i padri che generano figli imitatori. Immancabilmente, il bambino non troverà niente di meglio da fare che ripercorrere i passi dell’adulto, incamminandosi sulla stessa strada. Più o meno coscientemente, ne sceglierà gli studi, la professione e le passioni, illudendosi, in tal modo, di poter (ri)costruire un dialogo che manca o è mancato in passato.

Esattamente come Telemaco, ogni figlio si lancia alla ricerca del padre.

Come ho letto da qualche parte:

Un padre disse al figlio: “fa attenzione a dove metti i piedi!”
Il figlio rispose: “sta’ attento tu, perché io seguirò i tuoi passi”.

Il Geniale Fan Club Dei Piccoli Penalisti.

Cari amici, in questi ultimi giorni ho avuto un breve scambio di idee con l’autore di una pagina satirica che si fa allegramente chiamare “il triste mietitore”. Il personaggio in questione aveva infatti pubblicato una sua battuta in cui affermava di “non aver mai capito” per quale motivo commettere un delitto sotto l’effetto di stupefacenti rappresentasse un’attenuante e non una aggravante. Considerato che questa battuta ha ottenuto circa ottomila like e un numero impressionate di condivisioni, ho pensato che fosse il caso di provare a spiegare ciò che l’autore stesso affermava di non aver mai capito.

Per questo motivo, ho ricevuto moltissimi e graditi attestasti di stima e di solidarietà, la risposta dello stesso triste mietitore ed una decina di critiche davvero interessanti dal punto di vista psico-socio-antropologico. Diversamente da quanto sono solito fare, non ho risposto a tutti i commenti, ma vi assicuro che li ho letti. Potete stare certi che non vi ho abbandonato,  stavo solo aspettando di scoppiare al momento giusto. “Come le bombe di stato” (JLF).

Sul contegno del triste mietitore non ho davvero niente da eccepire. Va bene, ha pubblicato una battuta “insensata”, contribuendo a diffondere una interpretazione del diritto penale erronea.  E soprattutto, pericolosa. Però, quando ha letto la mia replica ha deciso di ospitarla sulla sua pagina, dimostrando di essere un mietitore serio e corretto. Inoltre, ha provato a giustificarsi, in maniera a dire il vero poco convincente, ma comunque sottolineando che la sua era solo una battuta nata su twitter, che non avrebbe avuto a disposizione i caratteri necessari per sviscerare adeguatamente la questione, che i termini “attenuante/aggravante” da lui utilizzati non avrebbero dovuto essere interpretati in senso penalistico e che comunque era sorpreso del fatto che le sue parole potessero avere tutto questo peso.

Non ho replicato e non intendo replicare. Credo che il discorso sia ormai chiaro e che l’autore di quella pagina se ne sia reso perfettamente conto. Ripeto: sono rimasto molto impressionato dal fatto che abbia deciso di pubblicare la mia replica, ha dimostrato di essere una persona “seria” e pronta al dialogo. Anche se con il post successivo mi ha velatamente augurato di morire.

Detto questo, le persone che più mi hanno stupito sono i follower del suddetto mietitore e la loro penosissima voglia di attaccare me per difendere l’indifendibile. Come disse Woody Allen: non ho nessun problema con Dio, è il suo fan club a farmi paura. Proverò di seguito a commentare le loro argomentazioni.

“Capitan Ovvio”: si tratta di una pagina satirica!
Ma dai, davvero? Chissà quale strana concezione della satira hanno queste persone. Di fatti, uno dei siti satirici più famosi d’Italia chiede ai suoi membri di verificare attentamente le notizie, prima di fare una battuta. Una cosa è fare satira, altra cosa è diffondere bufale. Voglio dire, se scrivo “non ho mai capito perché quando una persona beve succo di limone guarisce dal cancro” non ho fatto una battuta, ho solo affermato una stupidaggine. Contribuendo a mettere in pericolo la vita delle persone. Se il presupposto è completamente errato non ci può essere niente di divertente. A me sembra un discorso semplice, ma deve essere troppo complicato per Capitan Ovvio.

Il Professore: la verità è che se assumi droghe ti becchi una aggravante.
Scusa collega, hai provato a capire ciò che ho scritto, prima di commentare? Quando leggo questo genere di commenti faccio fatica a non vedere la malafede di chi spera solo di attirare l’attenzione. Non so se sia peggio supporre che alcuni utenti siano affetti da una forma parecchio preoccupante di esibizionismo da social, oppure pensare che abbiano la stessa capacità di dialogare di un carapace.

Il Benaltrista: i veri problemi sono altri.
Ovviamente, quando qualcuno critica qualcosa – qualsiasi cosa – la risposta più facile consiste sempre nel dire che “i veri” problemi sono altri: la fame nel mondo, l’inquinamento, la guerra nucleare, Gasparri… Si tratta di un argomento inattaccabile, ci sarà sempre qualcosa di peggio. Eppure, a me sembra parecchio grave che qualcuno diffonda l’idea per cui se commetti un omicidio sotto l’effetto di droghe ti viene riconosciuta una circostanza attenuante. Forse, sarebbe meglio che la gente sapesse che si tratta di una aggravante. Ma io sono “vecchio stampo”. Preferisco vivere in una società sicura. Capisco che questo mio inutile pallino debba essere ponderato con le più alte  esigenze della “satira”. Me ne farò una ragione.

Il Furbo: guardate bene, questa pagina è piena di studenti ruffiani!
Molte persone credono che questa pagina sia popolata dai miei studenti. Ma i dati di geolocalizzazione dimostrano che la città in cui ho più seguito è Milano, seguita da Roma, Genova, Firenze… insomma, i miei alunni si tengono alla larga da questa pagina perché loro, prima e più di chiunque altro, hanno capito che la mia attività professionale è cosa ben più seria, diversa e separata dalla mia istrionica, hobbistica e giocosa presenza sui social network.  Bravi ragazzi, sono sinceramente orgoglioso di voi. Non mi stancherò mai di dire che insegnare è un ottimo modo per apprendere. Detto ciò, il primo che condivide questo post si aggiudica la lode.

Il Dubbioso: quindi, se sparo a mia suocera mentre sono ubriaco non mi ritirano la patente?
No, mio piccolo analfabeta di ritorno, non hai capito nulla. Non stiamo parlando dell’omicidio stradale. il tema è un altro. Adesso, per favore, torna a intrecciare canestri con la paglia e lascia che i grandi si confrontino su internet.

Questo è quanto. Se volete leggere gli originali, potete andare a controllare sulla mia pagina: non ho cancellato nulla, ma non ho neanche risposto. In fondo, il mio segreto preferito resta quello dello sciocco che tace: l’unico modo per far tacere un cretino consiste nel non rivolgergli la parola.

Come dico sempre in questi casi: dalla prossima settimana torniamo a parlare di cose serie.