100libri #1 Il giovane Holden.

Qualche settimana fa ho pubblicato un post in cui criticavo scherzosamente i romanzi di Fabio Volo. Da allora, molte persone mi hanno scritto per chiedermi quali fossero i miei libri preferiti, o, più semplicemente, un consiglio per la lettura. Per questo motivo, ho deciso di pubblicare sul blog la recensione dei 100 testi – romanzi, libri di filosofia o biografie – che vi raccomando vivamente di leggere – o, in alcuni casi, di non leggere. Iniziamo oggi, con una breve recensione de Il giovane Holden.

Il giovane Holden è un romanzo pubblicato da J.D. Salinger nel 1951. Si tratta del più classico tra i “romanzi di formazione”, il punto di vista prescelto dall’Autore è interno all’opera: la voce narrante è quella di Holden – protagonista del libro – che racconta ai lettori cosa gli è accaduto dopo che è stato espulso dal College. Quando ho letto questo libro frequentavo il primo anno del liceo. La professoressa di italiano mi consigliò di leggerlo perché, a suo dire, ricordavo molto il protagonista. A quei tempi lo presi come un complimento – e tale l’ho considerato per anni – adesso mi rendo conto che il giovane Holden è un gran brontolone che prende le cose “troppo sul serio”, non riesce a godersi la sua età perché odia tutto e tutti e che, pur essendo molto arguto, non usa la sua intelligenza per essere felice – meno male che crescendo sono cambiato…

Scherzi a parte, quando avevo quattordici anni mi sentivo molto vicino ai pensieri e ai turbamenti del protagonista del libro. Prima di tutto, perché Holden odia l’ipocrisia: è come se il protagonista del libro fosse dotato di un radar che gli consente di intercettare cinicamente la falsità, ovunque essa si annidi. Questo curioso integralismo della verità risulta perfettamente coerente con la cifra stilistica prescelta da Salinger – la narrazione è così nitida e vera da risultare a tratti commovente. Inoltre, Holden sognava, una volta cresciuto, di diventare The Catcher in The Rye – questo è il titolo originale del libro, un titolo intraducibile in italiano. Quando pensava al suo futuro, egli immaginava che esistesse un grande campo di segale – di quelli con le spighe così alte da non riuscire a vedere cosa sta accadendo a due metri dal naso – e che in quel campo ci fossero molti bambini che giocavano e correvano felici. Holden avrebbe vissuto lì, nei pressi di un burrone, e il suo compito sarebbe stato di bloccare quei bambini che, per sbadataggine, avventatezza o altro, si fossero avvicinati troppo al ciglio: avrebbe dovuto prenderli al volo, prima che cadessero. Aprendo una piccola parentesi sulla contemporaneità: questa immagine mi è venuta in mente pochi giorni fa, quando ho visto al cinema l’ultimo film di Tim Burton il cui protagonista è un “bambino speciale” in grado di “vedere alcuni mostri” che uccidono in un modo orribile le persone – nello specifico, questi mostri vanno a caccia di “bambini speciali”.

Salinger è un grandissimo scrittore, peccato che non abbia pubblicato molto e si sia ritirato a vita privata fuggendo da tutti e tutto – aprendo una seconda parentesi sulla nostra epoca, credo che Stephen King si sia ispirato a lui per il personaggio che apre il bel romanzo Chi perde paga.

Tornado a Holden, il libro è scritto con uno stile estremamente semplice e scorrevole, ma è comunque una grandissima opera letteraria, in grado di mostrare con sapienza i dolori di un adolescente – aprendo una terza e ultima parentesi: a me i pensieri di Holden hanno sempre fatto venire in mente la frase di una canzone dei Nirvana: as my bones grew they did hurt/they hurt really bad (mentre crescevano le mie ossa mi facevano male, davvero molto male). Qualcuno dirà che il vero capolavoro di Salinger non è Il giovane Holden, ma il nono racconto della splendida raccolta “i nove racconti” e io sono parzialmente d’accordo: il nono racconto è, effettivamente, un capolavoro. Ma il giovane Holden è un romanzo, non credo che sia del tutto corretto paragonarlo a un racconto breve. In definitiva, se non avete ancora letto Il giovane Holden mettetelo in cima alla vostra lista, questo libro non può assolutamente mancare nella vostra collezione. Leggetelo se avete meno di venti anni, se volete ricordarvi come era essere adolescenti, se vi piace la letteratura con la L maiuscola, se volete conoscere un’opera d’arte senza tempo che ha incantato almeno tre generazioni di lettori.

Voto: 10

La frase che mi è rimasta in testa, di questo libro, non viene pronunciata da Holden, ma da un professore a cui il ragazzo fa visita dopo essere scappato di casa. A memoria, mi sembra che dica: la differenza tra gli adolescenti e gli adulti è che gli adolescenti vogliono morire per i propri ideali, mentre gli adulti si accontentano di vivere dignitosamente per essi.

State Fuori Dalle Nostre Strade.

Cari amici,
il mio ultimo post sui guidatori che occupano stabilmente la corsia di sinistra (senza mai superare i  37km/h), ha ottenuto molti consensi e scatenato una interessante discussione su quali siano i peggiori automobilisti e/o utenti delle strade. Vi propongo, di seguito, la classifica definitiva.

Al decimo posto: quelli che attraversano in diagonale.
È vero, potete attraversare come volete perché tanto il “pedone ha sempre ragione”, ma siete sicuri che avere ragione sia poi così importante, da morti?

Al nono posto: quelli che scrivono sms mentre guidano.
Se proprio volete rovinare la vita degli altri con la scrittura fatevi assumere da un giornale scandalistico. Se invece siete semplicemente stanchi di vivere, dovreste cortesemente evitare di mettere nei guai altre persone.

All’ottavo posto: quelli che si attaccano al paraurti della tua auto perché non stai andando a 220 km/h.
Ora che vi siete avvicinati tanto e avete letto il numero di matricola sul telaio, credo che potreste anche fare un piccolo sforzo ulteriore e darmi un bel bacino sul portabagagli.

Al settimo posto: i possessori di Smart.
Cerchi parcheggio per sei ore e poi – per colpa delle loro odiosissime Smart – ti ritrovi come i Jalisse dopo aver vinto San Remo: pensavi di aver svoltato, ma sei rimasto con un pugno di mosche.

Al sesto posto: quelli che guidano a sinistra a 37 km/h
Gentili amanti dei 37km/h, ci rendiamo conto che vi piace osservare il panorama mentre trasportate le vostre preziose e delicatissime uova di struzzo, inoltre, riconosciamo che avete tutto il diritto di creare una processione funebre per la prematura dipartita del vostro carissimo criceto Willy, vi pregheremmo, tuttavia, di farlo rispettando il codice della strada: spostatevi – nella – maledettissima – corsia – di – destra.
Non costringeteci, ogni volta, a rifarvi la pettinatura con il clacson. Che non è mai bello.

Al quinto posto: quelli che guidano al centro esatto della carreggiata.
Va bene essere “democristiani dentro”, ma a tutto c’è un limite. Siete come il proverbiale ego di Vittorio Sgarbi: occupate davvero troppo, troppo spazio.

Al quarto posto: quelli che mettono la freccia a destra, ma si spostano leggermente a sinistra mentre guardano lo specchietto retrovisore al centro dell’abitacolo.
Immagino che lo facciate per la privacy. Ad ogni modo, potreste cortesemente tirate giù il finestrino e urlare dove diavolo intendete spostarvi, magari riusciamo a salvare delle vite.

Il podio

Al terzo posto: quelli che non mettono la freccia.
Ma sì, bravi, puntate tutto sull’effetto sorpresa… vedrete che sorpresa…

Al secondo posto: quelle che si truccano mentre guidano.
Ottima idea: sarete le più belle del reparto “grandi traumi”.

Al primo posto: quelli che bevono e guidano.
Su questo argomento mi piace ricordare una perla di grande saggezza che ho letto su di un cartello appeso in un pub: “non guidare, ricordati che devi bere”. Scherzi a parte,  gli inglesi dicono: don’t drink and drive, smoke and fly – non bere e guidare, fuma e vola.

Menzione d’onore.
I ciclisti che viaggiano affiancati  – a gruppi di sei -per chiacchierare.
Credo che ogni commento risulterebbe superfluo.

Premio della critica.
I parcheggiatori abusivi.
Siete inutili e dannosi – come il parmigiano sulla pasta col tonno.

Quello Che Non Vi Ho Ancora Detto.

La scorsa settimana ho dedicato un breve articolo al dibattito televisivo tra Renzi e Zagrebelsky. La mia analisi era incentrata sullo stile comunicativo adottato dal Presidente del Consiglio,  per questo motivo, alcuni lettori mi hanno chiesto di approfondire il discorso e di dedicare qualche pensiero anche al Professore.  Ecco, dunque, il seguito del precedente articolo. Oggi vi racconto come ha comunicato uno dei più autorevoli sostenitori del No.

Incipit.
Zagrebelsky inizia pungolando Renzi sul fatto che al dibattito non partecipi il Ministro Boschi. Con un sorrisetto ironico, chiede a Mentana se può aiutarlo a incontrare il Ministro per le Riforme. Gli brillano gli occhi. Dopo questa battuta, chiaramente preparata e altrettanto chiaramente perdente – considerato il clima che si respira in questo momento  in Italia -, rimprovera a Renzi le vecchie dichiarazioni sui parrucconi e sui gufi. Seconda battuta – anche questa preparata. Fine delle battute. Da qui in poi Zagrebelsky assumerà l’atteggiamento serio, pacato e limpido del docente universitario. Sarà chiarissimo, lineare, cristallino. Ma parlerà come se fosse in aula, come se stesse spiegando come stanno oggettivamente le cose ad un suo alunno – neanche troppo dotato. Lascerà cadere le sue affermazioni dall’alto, con il freddo distacco di un medico che analizza il corpo di un defunto e, mentre lavora, prende appunti sul suo registratore vocale.

Immagini sbagliate e altri momenti di debolezza
Verso la fine del dibattito, Zagrebelsky legge il IV comma dell’art. 117.  Mentre declama il testo della riforma, chino sul libro, con due occhialoni spessi spessi e la pelata  a favore di camera, tira fuori un fazzoletto dalla tasca e si asciuga il naso… Inforca di nuovo gli occhiali per leggere l’art.70. Dal punto di vista mediatico, questa scena è un vero e proprio suicidio. Inoltre, il Professore appare debole e spaesato in almeno altre due occasioni. La prima è quando Renzi rimprovera a Zagrebelsky di essere incoerente, citando un vecchio articolo de La Repubblica e poi chiedendo al Professore cosa avesse votato quando D’Alema propose la sua riforma costituzionale. In entrambi i casi Zagrebelsky non fa una bella figura. Tentenna, balbetta, inizia affermando di non ricordare bene – salvo poi ammettere di ricordare l’intervista citata da Renzi e affermare “probabilmente ho votato no” alla riforma D’Alema. Infine, quando affronta il tema delle elezioni del capo dello Stato, Zagrebelsky sembra in difficoltà nel ricordare i numeri esatti, poi, chiama Renzi “Sig. Presidente della Repubblica”. Un disastro.

Temi  e termini ricorrenti.
Zagrebelsky insiste molto sulla “mancata rottamazione”. Non si capisce davvero cosa c’entri il concetto di “rottamazione”. Il tema è chiaramente politico, suona stonato e fuori luogo. Per questo motivo, Renzi ripete spesso che il Refefendum non è su di lui. Zagrebelsky: “ma certo che non è su di lei”,  Renzi: “e allora non parli di me!” . E poi ancora, la paura di una possibile deriva autoritaria – per il futuro, non immediatamente; il fatto che in democrazia non si vince, né si può usare la parola “capo;”  cinque anni per un solo Governo sono troppi, “oggi con cinque anni si può rovinare il Paese!”; il concetto di corpo e di vestito – non si può mettere un bel vestito su di un corpo deforme – e la critica ai nuovi senatori, perché saranno gravati di un secondo munus – oltre a quello di Sindaci o di Consiglieri Regionali. Zagrebelsky sottolinea a più riprese la parola munus. Un termine tecnico. In latino.

Domande.
Una cosa che mi incuriosisce di più in questo dibattito è la quantità di domande dirette che gli interlocutori si rivolgono reciprocamente. Non capita spesso. Anzi, direi che non capita mai. Di solito è il conduttore a porre il tema e gli intervistati – o i contendenti – a rispondere. In particolare, Zagrebelsky fa moltissime domande a Renzi, solo alcuni esempi: Lei conosce bene la legge della continenza? Lo Statuto delle minoranze sarà approvato dalla Camera eletta col premio di maggioranza, le sembra una garanzia questa? Mi sta ad ascoltare sig. Presidente? Perché mi guarda così? Quanti Governi sono cambiati in 70 anni? Perché Forza Italia ora ha cambiato opinione su di Lei?  Non sono chiaro? Secondo lei sono più importanti le forme o è più importante la sostanza politica?  Le pare che le due Camere facciano la stessa cosa?…  Ad un certo momento, il Professore punta tutto su questa domanda: “Se lei fa una legge sul trasporto marittimo da un lato all’altro del Lago Maggiore, che materia è?”  Renzi evita di rispondere.  Chiaramente rischia troppo, allora sta zitto. Quando pronuncia questa domanda, Zagrebelsky assume il massimo del suo atteggiamento professorale, sembra davvero che stia esaminando Renzi. Le sguardo maligno, i gomiti puntati sulla scrivania, le mani incrociate sul petto. So bene cosa sta facendo: questa è la domanda che rivolgiamo agli studenti che non vogliono accettare di essere stati bocciati. La domanda che serve a chiarire alla persona che stai esaminando che non è preparata come pensava. Renzi prova a svicolare sul numero di autorità portuali che abbiamo in Italia, ma Zagrebelsky lo riprende sottolineando che stava dicendo una cosa diversa, ovvero che intendeva spiegare come non si possa affrontare un tema come se fosse una materia.

Conclusioni.
Zagrebelsky non è stato preparato correttamente per affrontare questo dibattito. Oppure è stato preparato male. Mi rendo conto che il compito era tra i più difficili. Se avesse adottato uno stile comunicativo scientifico, avrebbe inesorabilmente perso audience e presa sul pubblico. Se avesse adottato uno stile comunicativo politico, si sarebbe ritrovato a parlare una lingua che non gli appartiene e che non conosce. A fronte di questa alternativa, è rimasto nella posizione peggiore: a metà strada. Mentre l’altro enunciava i vantaggi di avere meno politici, di abolire il CNEL e di far risparmiare qualcosa allo Stato, Zagrebelsky insisteva sul fatto che una materia non è un tema, sulla differenza tra “maggioranza dei presenti” e “maggioranza dei componenti”; sul fatto che in democrazia non si possa usare l’espressione “vincere le elezioni” – per non parlare del doppio munus dei nuovi senatori. La massima distanza tra i contendenti l’abbiamo misurata nell’appello finale. Nel momento più importante del dibattito, Zagrebelsky ha affermato: “La riforma non funzionerà: o il senato non conterà nulla o, se conterà qualche cosa, creerà molte più difficoltà di quanto non sia oggi […] Se verrà respinta, chi ha detto che non si possa fare qualcosa di più semplice?”. Proprio così. Renzi ha parlato di “superare la nostalgia e andare incontro al futuro per evitare che l’Italia diventi un museo”, Zagrebelsky ha affermato: “Chi ha detto che non si possa fare qualcosa di più semplice?”. Una bellissima immagine che sicuramente resterà impressa nella mente degli italiani. Convincendo tutti a votare “sì”.

 

La Vita Dei Sindaci o La Vita Dei Professori? – Una Breve Analisi del Dibattito Tra Renzi e Zagrebelsky

 Un confronto scorretto
Mentana inizia la trasmissione sottolineando che questo non è un confronto asimmetrico. Si tratta di un errore, dal punto di vista formale e contenutistico. Se ci fossero anche solo mille italiani che non ci hanno pensato, adesso tutti hanno chiaro quale sia il principale limite di questo dibattito: da una parte c’è il Presidente del Consiglio – un politico scaltro e preparato – dall’altra, c’è un autorevole costituzionalista – un docente universitario molto stimato che, peraltro, è stato anche Presidente della Corte Costituzionale. Queste persone non parlano lo stesso linguaggio e non sono abituate a confrontarsi. Dal punto di vista mediatico non c’è battaglia: Zagrebelsky è anagraficamente, iconograficamente, irrimediabilmente, anziano. Lo scontro è dunque tra un giovane pieno di vita che vuole cambiare il Paese e un vecchio Professore che si asciuga il naso mentre inforca gli occhialoni per leggere il testo della riforma – per ben due volte, curvo sul libro, con la testa pelata a favore di telecamera. Queste immagini veicolano il significato più comodo per Renzi e per il Governo. Mentana prova timidamente a metterci una pezza: “da una parte c’è chi ha voluto la riforma”, dall’altra c’è “chi mette in discussione quella riforma”. Argomento debolissimo. Il problema è per quale motivo avete deciso di contrapporre proprio queste persone, scegliendo loro nel vasto novero delle autorità pro e contro. Se la giustificazione è che uno è favorevole e l’altro è contrario, la prossima volta mi aspetto Fedez contro Cacciari.

Le parole di Renzi
Renzi chiama Zagrebelsky il “Professore”. Sempre, in ogni frase. Ovviamente il titolo di Professore sancisce l’autorevolezza e la competenza di Zagrebelsky, ma in un dibattito televisivo risultare autorevoli e competenti è utile quanto un cubetto di ghiaccio al Polo Nord. I contendenti devono mostrarsi simpatici, arguti, brillanti… devono convincere gli indecisi e portarli dalla propria parte. Il titolo di Professore sarà anche importante, ma è politicamente perdente perché evoca immagini scomode: allude alla noia, alla seccatura dello studio, alla tortura degli esami.

Dalla stima alle battute…
Renzi chiarisce sino alla nausea che stima e rispetta Zagrebelsky, tanto da portare il Professore a chiedergli esplicitamente di farla finita con questa storia della stima e del rispetto: “la smetta di dire con rispetto, dica le cose, con rispetto o senza rispetto, non è questo il problema”. A quel punto, Renzi si sente autorizzato a cambiare stile linguistico,  rivolgendo al suo avversario alcune battute da avanspettacolo: “Guardi quello è il suo libro, non è la Costituzione”; “Quando ha finito mi faccia un fischio”; “Se volete mi vado a fumare una sigaretta nel frattempo”; “Non è così, glielo dico con… senza rispetto perché senno si arrabbia”; “Porterò un argomento a piacere, la prossima volta”.

…dalle battute alle critiche…
Con il passare dei minuti, inizia ad attaccarlo in maniera diretta e chiaramente “personale” – ribadendo sempre la incolmabile distanza che separa un giovane politico che si dà da fare per il bene del Paese e un vecchio Professore abituato ai formalismi e ai giochi di potere. Il top lo raggiunge verso la fine del dibattito, quando chiede a Zagrebelsky: “Questa è la vita delle persone, o è la vita dei Professori?”. Capite? Da una parte ci siamo noi la gente, dall’altra ci sono questi esseri mitologici con il corpo di uomo e la testa a forma di enciclopedia.

…alle immagini sgradevoli.
“Potrei parlare ore di cosa significa andare nelle case di cura e vedere il 77% degli anziani di quella realtà malati di Alzheimer”. Quale immagine evoca il Presidente del Consiglio? Stizzito, Zagrebelsky domanda: “e che c’entra?”, ma è chiaramente spaesato dal fatto che Renzi sembra aver preso improvvisamente la tangente. Il Presidente del Consiglio si giustificherà dicendo che stava parlando di “politica”, ma io credo che l’esempio non sia stato fatto a caso e che volesse evocare maliziosamente una immagine negativa. Non siete convinti? Renzi propone altre immagini studiate a tavolino: “Per chi è abituato ai superstipendi, questi risparmi sono risparmi minimi, ma per chi lotta tutti i giorni per trovare i fondi sulle pensioni minime, altro che pensioni d’oro, sono risparmi importanti”. Chi dei due collegate istintivamente all’idea di pensione d’oro? Ancora: “Il Sindaco si confronta con i problemi reali, non con i problemi dei salotti o delle auree stanze dei palazzi imbottiti di tanti privilegi e di poche concretezze”. Stiamo parlando di salotti, di stanze dorate,  di posti preclusi ai comuni cittadini, dove alcuni odiosi e vecchi potenti si riuniscono, probabilmente in segreto, per decidere le sorti del Paese. Zagrebelsky capisce che qualcosa non funziona, inarca le sopracciglia, aggrotta la fronte e prova ad incalzarlo: “quali sarebbero questi salotti, scusi?”. Renzi continua a parlare senza rispondere, ormai l’immagine è passata.

Trucchetti
Il Presidente del Consiglio mette in bocca a Zagrebelsky parole mai dette, lo fa, mi pare, due volte, di corsa, infilando queste frasi tra un discorso e l’altro, sapendo che il suo interlocutore non riuscirà a bloccarlo: “Senza alcun rischio autoritario e sono contento che l’abbia riconosciuto” – ovviamente Zagrebelsky non gli ha mai fatto questa concessione.

Curiosità e/o errori
Renzi cita due volte Di Maio – lo prende in giro per la gaffe sul dittatore del Venezuela e poi sottolinea che non sa leggere le e.mail. Ancora, domanda a Zagrebelsky “le sembra normale che il Sindaco di una grande città debba firmare un contratto con una multinazionale?”. Non si capisce bene cosa c’entrino i Cinque Stelle in questo dibattito. Ancora, Renzi insulta senza motivo gli avvocati, e so per certo che non l’hanno presa benissimo. “Perché questo deve essere il Paese degli azzecca-garbugli? I cittadini fanno le cose semplici e gli avvocati le rendono complicate”. La frase è assurda e palesemente fuori luogo, è come se avesse voluto togliersi un sassolino dalla scarpa. O forse ha semplicemente messo un piede in fallo.

L’appello finale.
“Si supera il passato, io lo so che la nostalgia è un sentimento affascinante, bellissimo, affettuoso, è finito il tempo della nostalgia, se vogliamo correre nel mondo globale. Se invece vogliamo restare ai ricordi, faremo di questo Paese un museo. Se vogliamo andare sul futuro, bisogna avere il coraggio di cambiare”. Qui il linguaggio di Renzi è sceso al livello pubblicità dei materassi – slogan di Forza Italia. Infine, Renzi giudica il suo avversario, e, come nel miglior teatro dell’assurdo, lo boccia, rimandandolo al prossimo appello: “Dal Professor Zagrebelsky, sui libri del quale ho studiato, mi aspettavo qualche argomentazione legata alla Costituzione”.

Armature di Cristallo.

Mi faccio largo sicuro in questa folla di debosciati che emette un rumore indecente. Il fatto è che la mattina sono tutti eccitati. Non ci riescono proprio a fare finta di essere superiori, annoiati o tristi, come fanno per il resto del giorno. Le ragazze starnazzano come anatre, mentre i maschi urlano, sguaiati e assordanti come maiali in un mattatoio. Benedetti figlioli. Che cosa ci sarà di così eccitante in questa ennesima mattinata di scuola? Faccio finta di niente, ma vi osservo con la coda dell’occhio. Dentro di me, in basso, in un luogo profondo che ho cura di nascondere e difendere, lo so benissimo come stanno le cose: la verità è che vi voglio bene. A tutti. Uno per uno. Siete una parte essenziale della mia vita. Con tutti i vostri difetti, i vostri drammi, la vostra fisiologica immaturità. Vivete per gli sguardi degli altri. In pubblico, fate a gara a a chi si mostra più ottuso e insensibile. Non è colpa vostra, imitate modelli scadenti: spettacoli televisivi triviali, padri scappati di casa alla prima difficoltà, madri sempre più sole. E tristi. Ingoiate ogni giorno quintali di paure e di tensioni irrisolte. Non mi stupisce che qualcuno di voi si rasi persino la testa e si inventi naziskin. All’esterno indossate armature di cristallo per nascondere la guerra che vivete tutti i giorni dentro di voi. Qualsiasi cosa facciate, qualsiasi sciocchezza, per quanto mi riguarda restate comunque vittime innocenti. Uno per uno. Sto bene qui con voi. Anche se non è mai facile trovare la giusta misura.

L’ho imparato una ventina di anni fa, durante la mia prima esperienza come supplente. Mi spedirono in un liceo di Frascati, a due ore e mezzo di traffico da casa. Il mercoledì facevo un’ora di lezione e cinque ore di viaggio. In base ai miei calcoli, il mercoledì lo Stato italiano mi pagava meno di quanto non spendessi io per raggiungere il mio luogo di lavoro. Per pranzare, mi portavo da casa un panino che consumavo rabbiosamente nel traffico immorale del  gran raccordo anulare, chiedendomi che senso avessero tutti questi sacrifici. Mi domandavo se non avesse ragione mio padre: fare il professore di lettere è un gesto di autolesionismo, diceva. Un gradino prima del suicidio. Eppure, ero felice, perché avevo la mia classe.  Dopo poche lezioni già non studiava nessuno. Avevano preso la mia disponibilità per debolezza e se ne erano approfittati. Piccole canaglie. Ho faticato sette camicie per riprendere in mano la situazione. Da allora, è stato tutto un aggiustare la mira, trovare l’equilibrio, tarare i sorrisi, gli sguardi, il tono di voce. Con gli anni ho capito che i ragazzi non ti devono necessariamente volere bene, anzi. Ho capito che per fare il loro bene devi prima di tutti difenderli e difenderti. Creare zone di decompressione. Tracciare confini. Istituire e rispettare una distanza di sicurezza. Non devi diventare un altro dei tanti amici vecchi che già hanno, uno dei numerosi adulti tristi che, al posto di aiutarli a crescere, preferiscono scendere al loro livello per giocare a fare i compagnucci. Un totale disastro educativo e morale. Per quanto mi riguarda, è meglio che i ruoli siano chiari. Non fraintendetemi, non confondo autorità e autorevolezza, ma preferisco essere odiato che rappresentare un ostacolo per la loro crescita. “In-segnare” significa “scrivere dentro”. Ci vuole la mano ferma, la pazienza e la perizia di un chirurgo.

Nel bel mezzo di questo pensiero mi sfreccia davanti Spallaccini la Preside. Oggi ha indossato il suo completino rosso fuoco. Dalla postura del corpo immagino che abbia puntato una preda. Di fatti, è già a metà del corridoio che sta urlando qualcosa in faccia  a due ragazzine della I D. Probabilmente avevano acceso una sigaretta, oppure, si stavano baciando. Non lo so, da qui non riesco a capire bene. Intuisco però che le ragazzine sono rimaste di sasso. Deve essersene resa conto anche lei, perché smette di urlare, tira su il mento, si aggiusta rapidamente la giacca e riprende immediatamente a sculettare, tacchettando,  autorevole, verso il suo ufficio. Ama sbattere i tacchi per terra quando cammina. Credo che la faccia sentire più alta di venti centimetri. Passando davanti alla porta della I D, lancio uno sguardo distratto e rapido alle ragazze: una delle due ha le guance rosse e gli occhi lucidi, mentre l’altra tiene la testa basta come se l’avessero beccata a rubare qualcosa in un supermercato… “formare”… “educare”… Chi ci capisce più niente? Quale è, esattamente, il mio ruolo, in questa scuola che sta cadendo letteralmente a pezzi? Devo essere io a dir loro di non fumare? Devo sgridarli perché si baciano in classe? Anche se fosse, non è questo il modo. L’anno scorso li ho visti mentre scrivevano sul muro della scuola “Spallaccini Burgunda Zulu”. Benedetti figlioli – ho pensato – ma cosa diavolo fate, usate lo spray rosa su un muro di granito rosso? Che scelta cromatica è? Mi sono girato dall’altra parte e mi sono acceso una sigaretta. Una cosa è mantenere le distanze, altra è sfogare le proprie frustrazioni sui ragazzi. Non accetto il sadismo ingiustificato di chi ha sognato tutta la vita di sentirsi finalmente al comando. Una cosa è in-segnare, altra cosa è imporre ad una intera scuola le proprie malsane ossessioni autoritarie. Questa non è una caserma, non è un carcere. Due anni fa commisi l’errore di chiedere alla Spallaccini se amasse Foucault, mi rispose  di no. Non ascoltava musica straniera, disse. Solo cantautori italiani.

Sono arrivato in fondo al corridoio, mi fermo un attimo sulla soglia della mia prima ora. Lancio un’occhiata alla classe, ci sono più o meno tutti. Oggi hanno la supplente di inglese, mi gioco le chiavi di casa che proveranno a fare lo scherzo della lente. Benedetti figlioli. Non sanno che sono uscito di casa quindici minuti prima del solito, appositamente per intercettare la collega in sala professori. E avvisarla.