Il due novembre ricordiamo tutti quelli che, almeno una volta nella vita, hanno perso la fede o la speranza, hanno commesso gravi errori, hanno fatto promesse troppo grandi per essere mantenute.
È la festa di chi è andato via senza avere il tempo di pentirsi, di chiedere scusa e chiarire.
Oggi ricordiamo chi, almeno una volta, nella vita, ha giocato d’azzardo, si è trascinato nel fango, ha mentito a se stesso o agli altri.
Ricordiamo quelli che hanno fatto la scelta sbagliata – una sola volta, raramente o spesso -, vittime della propria tristezza, della propria rabbia, della propria paura.
È la festa di quelli che non ci sono più, ma non hanno chiese né altari, perché non sono stati perfetti modelli di impeccabile virtù.
Li abbiamo avuti accanto, li abbiamo amati e siamo stati ricambiati. Con tutti i loro ed i nostri limiti.
Mi fanno paura quelli che guidano sulla corsia di emergenza per saltare la fila; chi guida sotto l’effetto dell’alcol o di sostanze stupefacenti; chi non rispetta i ciclisti e i pedoni.
Mi fanno paura i razzisti, gli omofobi e i suprematisti, temo chi giudica e discrimina altri esseri umani in base al colore della pelle, al Paese di provenienza, al conto in banca o alla sessualità.
Mi fanno paura gli imprenditori che vanno in televisione ad accusare i giovani di non essere abbastanza sottomessi da accettare 5 euro l’ora per un lavoro usurante, privo di ferie e di garanzie.
Temo i politici italiani che, pur essendo del tutto privi di competenze giuridiche, vogliono riformare il nostro Stato per togliere poteri al Presidente della Repubblica – punto di riferimento imparziale e moderato che ci ha consentito di risolvere molti e spinosi problemi in passato.
Mi fanno orrore i femminicidi, la nostra incapacità di prevenirli, di tutelare le donne.
Rabbrividisco quando penso ai morti sul lavoro, alle loro famiglie disperate e sole.
Mi fa paura la violenza della guerra che ci accerchia, sempre più diffusa, ingarbugliata ed estesa; i bombardamenti sugli ospedali; i civili usati come scudi umani, uccisi come “danni collaterali”.
Temo il terrorismo, la rete mondiale dei sanguinari, pronti a deragliare treni, dirottare aerei, sparare sulla folla.
Mi fanno paura i cani sciolti, isolati e folli, pronti a sacrificare la propria vita pur di toglierla agli altri.
A fronte di tutto questo, lasciate che grandi e bambini esorcizzino il male che ci circonda, travestendosi da streghe, zombie o vampiri, per una notte. Tenete per voi le vostre critiche insulse, la stucchevole morale sovranista della “festa che non ci appartiene”.
31.10.2023
I peggiori mostri sono con noi tutti i giorni. E non hanno bisogno di indosssare maschere.
Perché la Cosa Brutta attacca non solo te facendoti sentire male e mettendoti fuori uso, ma attacca in special modo, fa sentire male e mette fuori uso proprio le cose che ti servono a combattere la Cosa Brutta, a sentirti magari meglio, a restare vivo.
Il modo per combattere la Cosa Brutta sta chiaramente nel ragionare e discutere con voi stessi, giusto per cambiare il vostro modo di percepire, sentire e elaborare le cose.
Ma vi serve la mente per farlo […] vi serve il vostro io, ed è proprio quello che la Cosa Brutta ha fatto ammalare.
Queste sono alcune delle parole con cui David Foster Wallace descriveva la depressione, in un racconto contenuto nella splendida antologia “Questa è l’acqua” (Einaudi, Torino 2009).
Le sue riflessioni mi hanno colpito per la sensibilità letteraria con la quale descrivono uno dei sintomi più feroci della “Cosa Brutta”: l’anedonia. Ovvero la perdita di gusto, di piacere, di interesse, per tutto ciò che un tempo ci faceva sentire grati di essere al mondo.
L’intero racconto suona ancora più duro e vero e profetico, se consideriamo che l’Autore l’ha scritto da malato e che proprio questa malattia l’ha lentamente, inesorabilmente, trascinato al suicidio.
Vorrei quindi trarne spunto per diffondere un messaggio cui tengo molto: impariamo a considerare “normale” il dialogo con un professionista della salute mentale (psicologo, psicoterapeuta, psichiatra).
Arrivati ad una certa età, inseriamolo tra i nostri controlli periodici o di routine – come facciamo con altri organi altrettanto vitali.
Normalizziamo, una volta per tutte, l’idea di chiedere suggerimenti, spiegazioni, aiuto.
La mente è un giardino. Abbiamone cura.
10.8.2023
Chi guarda fuori, sogna. Chi guarda dentro si sveglia.
La mia recensione – senza spoiler, ma con qualche riflessione “politica”.
Dall’8 giugno, su Netflix, è disponibile “Questo mondo non mi renderà cattivo”, la seconda serie di Zerocalcare. Ovviamente l’ho vista tutta l’8 giugno, in una piacevole ed interminabile maratona. Ho aspettato qualche giorno per scrivere una recensione, perché volevo rivedere alcuni passaggi e ponderare meglio alcune idee; sono un grandissimo fan di Zerocalcare – da ben prima che diventasse famoso – e ci tenevo ad avere le idee chiare prima di iniziare a scrivere.
Totale: io credo che “Questo mondo non mi renderà cattivo” sia complessivamente un ottimo lavoro, si vede che la piattaforma ha investito molto su questo progetto, si nota il lavoro delle altre “300 persone” che Michele Rech ringrazia e cita spesso. Nel dettaglio: l’animazione è più fluida e più curata rispetto al precedente; il mixaggio, finalmente pulito, rende giustizia alla dizione di Rech che, al massimo, “c’ha un po’ de inflessione”; la colonna sonora è azzeccata; si ride moltissimo; i temi trattati sono esistenziali, generazionali e politici – nella migliore tradizione della casa.
Allora tutto bene, abbiamo un capolavoro?
No. Consentitemi di muovere anche una sommessa critica. Premettendo che ho letto tutti i libri di Zero, che ho tutte le sue action figures, che regalo da sempre le sue opere a parenti ed amici e che attendevo da mesi che uscisse questa serie (insomma, il pregiudizio per quanto mi riguarda c’è, ma è positivo).
Tutto ciò premesso, io non sono troppo convinto del messaggio politico che emerge da questa serie. Perché nel messaggio politico complessivo, per quanto mi riguarda, ci sono troppi “anche”. È vero x ed è vero anche y; ed è vero anche r ed è vero anche z.
Qualcuno dirà che questa è la maturità e la bellezza dell’opera, che evita di mostrare il mondo in bianco e nero, rifuggendo il codice binario del semplicistico “amico/nemico”.
Ma io credo che quando il tema è nuovi “nazisti” (come li chiama lui) contro nuovi partigiani, non ci sia nessuno spazio per tutti questi “ma anche”, per tutta questa comprensione, per i secchi di destra che lanciano bomboni come i secchi di sinistra, per le Sare complottiste che addossano la colpa dello scontro ai poteri forti ed ai giornalisti (qui ho sentito Moretti che mi urlava nelle orecchie “siamo in un film di Alberto Sordi?); per i vecchi amici che sbagliano – ma solo perché la sinistra (radical chic e borghese) li ha abbandonati al loro destino.
Zero spazio per le preoccupazioni dei produttori che ti chiedono di unire e non dividere, caro Zero.
Perché, come scrivevi qualche tempo fa, questa non è una partita a bocce.
Conclusioni Ottimo prodotto, vale sicuramente la pena vederlo, complessivamente più curato del primo, ma discutibile e confuso per quanto riguarda il senso: un messaggio di ecumenico perdono per tutti i “vecchi amici che sbagliano”, ma, in fondo in fondo, sono bravi ragazzi, esattamente come i nuovi partigiani.
Insopportabile la beatificazione a reti unificate, il lutto nazionale stabilito dal governo, la narrazione dell’uomo saggio, fautore di miracoli, baluardo della libertà, argine al “comunismo”, in Italia, anni dopo la caduta del muro.
Uno schiaffo sul viso della magistratura, che così viene implicitamente accusata di aver inventato, mistificato e perseguitato per anni un avversario politico.
Un insulto per milioni di italiani onesti.
Cosa vuoi che sia il falso in bilancio, la frode fiscale, i festini con la classe dirigente, aver fondato il suo partito con un uomo condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, se in cambio ti danno striscia la notizia, il grande fratello e gli scudetti del Milan?
Insopportabile, chi esulta per la morte di un uomo che ha “rovinato l’Italia”.
Prima di tutto, perché non si esulta mai per la morte di un uomo – a meno che non sia un sanguinario dittatore. In secondo luogo, perché l’Italia l’hanno rovinata i milioni di italiani che lo hanno amato, adulato e votato per almeno venti anni. Assieme a quelli che avrebbero dovuto osteggiarne l’ascesa, invece, si sono fatti beatamente comprare.
Ci vuole rispetto e misura. Per l’uomo, per la sua e per la nostra storia.
13.6.2023
Il lutto nazionale proprio no. Non era davvero il caso.