Tutti i Libri Sono Inutili

1. Contagio.
Io credo che tutti i libri siano inutili ed il più grande pregio che possiedono consista proprio nel contagiare il lettore con questa “inutilità”. Vuoi leggere? Devi tenere ferme le mani. In termini molto banali e concreti: non puoi costruire un ponte mentre leggi, non puoi pulire casa mentre leggi, non puoi fare l’amore mentre leggi. Soprattutto, mentre leggi non puoi scrivere. La lettura inchioda gli occhi e le dita. Quando apri un libro, la tua affannosa e perenne tendenza a “fare” viene messa in un angolo, si trova sotto scacco, svilita e definitivamente mortificata. Ecco perché molte persone leggono solo d’estate, in ferie, sotto l’ombrellone. Oppure, poco prima di andare a dormire o mentre sono sul treno. Insomma, molte persone leggono quando non hanno nulla da fare, collegando il gesto – ed il gusto – della lettura ad un momento di inattività. Sapete perché il libro, ai giorni nostri, è diventato un oggetto di largo consumo? Perché richiama alla mente esattamente questa esigenza di stare fermi, questa inutilità. Passiamo la vita tra mille –frenetici- impegni. Per questo motivo, subiamo il fascino di un oggetto che promette – o forse sarebbe meglio dire “impone”- ore di silenzio e di stasi. Comprando un libro facciamo un patto con noi stessi: promettiamo – o forse solo speriamo- che tra le mille avventure e disavventure quotidiane, sapremo trovare e proteggere un “tempo di vuoto”, da dedicare alla cura della nostra anima. Voi direte che quando leggiamo stiamo apprendendo qualcosa e che quindi stiamo comunque facendo qualcosa di utile. Direte che il lettore sembra fermo, ma si muove interiormente: preso per mano dall’autore, egli raggiunge ed esplora immensi territori. E’ vero. Ma non si tratta di un’attività come tutte le altre, questa è una attività essenzialmente passiva. Proverò a spiegarmi meglio nel prossimo paragrafo.

2. Fermo. Passivo.
I libri insegnano la passività. Questa è la prima, fondamentale, fatica che essi impongono. Di conseguenza, non tutti tollerano la lettura. Di fronte alla sola ipotesi di leggere un libro alcune persone provano noia, fastidio. Si tratta di coloro i quali sono troppo pieni di sé per ascoltare la voce di un altro. Si tratta di coloro i quali, mentre parli, pensano a come replicare, piuttosto che provare a capire cosa stai dicendo. Le persone egocentriche non amano leggere, perché leggere vuol dire “accogliere”. Vuol dire “ospitare”. Leggere significa propiziare il miracolo di un contatto. Fare in modo che dentro di noi, nel più intimo della nostra mente, si accenda ed inizi a brillare un’altra voce. La cosa più difficile di tutte è accettare senza paura che questo contatto avvenga. Se vuoi capire un libro, devi essere in grado di interrompere la tua voglia di fare ed il tuo continuo dialogo interiore: devi smettere di dire “io” per comprendere ciò che l’autore ha inteso comunicare. Nel modo, e con i tempi, che egli ha scelto.

A mio avviso, la principale lezione della lettura è tutta qui: nella peculiare ed illuminata cura della passività che essa suggerisce ed impone.

ZENDUE

La tazza di tè.
Un giorno, un maestro zen accolse due pellegrini che avevano fatto molta strada per raggiungerlo. Mentre preparava il tè, i suoi ospiti gli spiegarono che, in passato, avevano provato a studiare con molti maestri, ma nessuno li aveva aiutati a raggiungere l’illuminazione. Erano dunque giunti da molto lontano per supplicarlo di essere accolti come allievi. A quel punto, il maestro offrì loro due tazze fumanti di tè. Dopo il primo sorso, il più giovane degli aspiranti allievi tornò a chiedere, impaziente: allora, maestro, ci accoglierai nella tua scuola? Il Maestro rispose: se vuoi che ti conduca all’illuminazione, impara prima a svuotare la tua tazza.

Un Magnifico Regalo

So che molto probabilmente deluderò molti di voi, ma la verità è che io sono un egoista. A me piace vivere bene e, per vivere bene, prima di tutto, penso a me stesso. Scusatemi, a chi altro dovrei pensare? In fondo, la società è un branco di lupi affamati dove tutti sono in guerra con tutti. Ci sono almeno tre citazioni che mi girano in testa da qualche giorno ed esprimono in maniera nitida questo concetto. La prima è il motto latino homo homini lupus;  la seconda è una frase che recita: “il tuo amore per il prossimo è il tuo cattivo amore per te stesso”; la terza, è una banale domanda retorica: “quando c’ho il mal di stomaco, ce l’ho io mica te, o no?”. La prima frase è stata resa celebre da Thomas Hobbes, la seconda è di Friedrich Nietszche e la terza di Vasco Rossi. A prescindere da quale sia il vostro filosofo preferito, il dato di fatto è che l’egoismo è una cosa naturale. L’uomo è schiavo dell’istinto di conservazione e, per conservare se stesso, è naturalmente disposto a fare qualsiasi cosa. Considerato che io sono molto uomo, e ci tengo a conservarmi bene, ho messo a punto alcune strategie che mi consentono di godermi pienamente la vita.

La prima di queste strategie consiste nel perdonare chi mi ha fatto del male. Lasciate che vi spieghi: dietro questa azione – apparentemente nobile ed altruista- si cela un grande equivoco dovuto al fatto che il verbo “perdonare” viene comunemente pensato ed utilizzato come se si trattasse di un verbo transitivo. Voglio dire, normalmente noi diciamo che abbiamo perdonato qualcuno o qualcuno ci chiede di essere perdonato. Ma la verità è che quando perdoniamo un’altra persona, stiamo, in realtà lavorando su noi stessi. Perdonare è un’azione essenzialmente riflessiva che coinvolge solo marginalmente altri esseri umani. Non ne siete convinti? Pensate un attimo a questo dato di fatto: la persona che abbiamo perdonato potrebbe anche non saperne nulla del nostro perdono – potrebbe persino essere morta, oppure, trovarsi lontano, in un’altra città, in un altro Paese. Queste circostanze non toglierebbero nulla al valore del gesto che abbiamo compiuto. Perché la verità è che il primo – ed alle volte anche l’unico- a beneficiare del perdono è lo stesso soggetto che perdona. A che serve infatti provare astio e rancore? Secondo una saggia frase -la cui paternità è, a dire il vero, incerta- “serbare rancore è come bere veleno e sperare che il tuo nemico muoia”.  Le cose stanno esattamente così: il rancore è un veleno di cui non abbiamo alcun bisogno. Fino a quando sarai inquieto, sentirai il dolore e l’umiliazione del torto che hai subito. Così facendo, aiuterai il tuo nemico a tenere sotto scacco la tua anima. Per quanto possa sembrare paradossale, persino chi ha deciso di vendicarsi non deve provare rancore, perché, insegna la saggezza popolare, la vendetta è come una red bull, deve essere consumata ghiacciata.

Zen

Si racconta di un uomo che si recava ogni giorno a pregare Dio perché lo aiutasse a perdonare il fratello maggiore che, a suo dire, aveva commesso un gravissimo torto nei suoi confronti. Un bel giorno, quell’uomo entrò nel tempio e cambiò finalmente la sua preghiera: “Dio mio, Ti ringrazio dal profondo del cuore per avermi dato la forza di perdonare mio fratello. Da oggi, posso tornare a vivere serenamente, perché, grazie ai Tuoi insegnamenti ed alla santa interdizione del Tuo spirito, mi sento finalmente in pace con il mio antico nemico. Vorrei solo chiederTi un ultimo consiglio: sapresti dirmi cosa devo farne del cadavere?”.

Al contrario di quell’uomo, io sono un egoista ed ho quindi imparato a perdonare. Non per superficialità, ma perché so benissimo che “rimettere” il debito altrui curerà, prima di tutto, le ferite della mia anima. Come dice la parola stessa, il perdono è un magnifico dono – ed io adoro farmi dei regali.

Camminare senza pesi
Un giorno, due monaci zen stavano percorrendo una strada di montagna per raggiungere un monastero che distava molti chilometri dalla città. Su quello stesso sentiero, a pochi passi di distanza, camminava spedita anche una giovane e graziosa ragazza. I monaci fecero in modo di non prestarle la minima attenzione, nel rispetto dei doveri che erano stati loro insegnati. Quando, dopo aver molto camminato in silenzio, arrivarono nei pressi di una grande pozza piovana, videro che la ragazza si era fermata, palesemente imbarazzata ed incerta sul da farsi. A quel punto, uno dei due decise di sollevare la ragazza e di aiutarla ad attraversare la pozza. Una volta giunti dall’altra parte, la giovane ringraziò e, con molto garbo, si allontanò, prendendo un diverso sentiero. Dopo molti chilometri, uno dei monaci ruppe finalmente il silenzio e chiese all’altro: “Perché hai toccato quella ragazza? Non ricordi che le nostre regole impongono di non avere nessun contatto con le donne?” L’altro rispose: “Io ho lasciato quella ragazza alla fine della pozza che abbiamo trovato sul nostro cammino, molti chilometri fa. Tu, invece, la stai ancora portando con te.”.

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La Festa di Confucio. Riflessioni semiserie sul mondo del lavoro.

La scorsa settimana ho fatto quattro passi con mia cugina Simona. Ogni tanto, Simona si ricorda del suo vetusto e saggio cugino e viene a trovarmi. L’idea che si trova alla base delle nostre chiacchierate è che io risponda alle mille domande che affollano la sua mente di giovane studentessa universitaria e la aiuti, attraverso molti ed eruditi riferimenti filosofici, a capire che direzione sta prendendo la sua vita.

La scorsa settimana ho fatto quattro passi con mia cugina Simona. Ogni tanto, Simona si ricorda del suo vetusto e saggio cugino e viene a trovarmi. L’idea che si trova alla base delle nostre chiacchierate è che io risponda alle mille domande che affollano la sua mente di giovane studentessa universitaria e la aiuti, attraverso molti ed eruditi riferimenti filosofici, a capire che direzione sta prendendo la sua vita.

In realtà, passiamo la metà del tempo a prenderci in giro e l’altra metà a litigare. Comunque sia, alla fine della passeggiata, sono sempre le sue domande ad aver chiarito i miei dubbi.

Fiori

1. Dal Giornalaio

Il vecchio esercente sta discutendo animatamente di politica con un cliente. Più precisamente, si lamenta perché hanno aumentato le tasse e conseguentemente diminuito la sua pensione. Io e Simona ascoltiamo pazientemente, compriamo i nostri settimanali ed usciamo.

– Hai capito Simò? Lui si lamenta perché gli hanno diminuito la pensione! A parte che lavora… ma poi dico: ti lamenti? Al posto di essere felice perché hai una pensione… io verso i contributi da almeno quindici anni e non so se ce l’avrò mai, una pensione.
-Beato te.
-…
-Io non so se avrò mai un lavoro.
-Che c’entra? Studiare è già un lavoro, no?
-Affatto, lavoro è quando ti pagano.
-E “rigore è quando arbitro fischia”. Lavoro è quando sudi, ti impegni e fai qualcosa al massimo delle tue possibilità…
-Quindi tu sei stato recentemente assunto da Facebook?
-Ti ho mai detto che sei diventata una signorina acida?
-Dai, seriamente, pensi che io troverò mai un lavoro?
-Ma tesorinomio… certo che lo troverai!
-…
-Solo che dovrai emigrare.
-Cretino.

2. La Festa dei ladroni

Ci incamminiamo verso un centro commerciale che si trova a quindici minuti da casa mia. Accanto al centro commerciale c’è un Mac Donald’s. Accanto al Mac Donald’s, c’è Ikea. Poi dicono che le periferie sono trascurate. Se avessero aperto anche un multisala, avremmo tutto quello che serve per dichiarare l’indipendenza dal Comune di Roma e vivere felici in fiera ed italica autarchia. Raccolgo l’invito di Simona e provo ad essere serio.

 – La situazione è questa: il Paese è letteralmente spaccato, da sempre. La vera divisione non è tra ricchi e poveri, belli e brutti, maschi e femmine o giovani e vecchi. La summa divisio è tra lavoratori autonomi e lavoratori dipendenti. I primi accusano i secondi di non lavorare, soprattutto se statali, i secondi accusano i primi di non pagare le tasse, soprattutto se imprenditori.
-E tu da che parte stai?
-Dalla parte di entrambi. Perché, a loro modo, hanno ragione entrambi. I lavoratori dipendenti non lavorano quasi mai al massimo delle proprie possibilità – per usare un eufemismo. E questo significa che rubano. I lavoratori autonomi hanno il vizio dell’evasione fiscale. E questo significa che rubano.
-Quindi la festa dei lavoratori sarebbe, in realtà, la festa dei ladroni?
-No. No. Per carità.
-…
-Casomai è la festa del Concertone di Piazza San Giovanni.
-Se non la smetti di fare battute torno a casa a piedi.
-Va bene, va bene. Keep calm. Secondo te perché imprenditori e dipendenti rubano?
-Perché sono ladri?
-Perché lo Stato mette queste persone nelle condizioni di poterlo o, peggio ancora, di doverlo fare. Hai presente quanto è alta la pressione fiscale nel nostro Paese? Se gli imprenditori pagassero le tasse, fallirebbero prima ancora di aprire. Il sistema politico vuole che questa gente viva nell’illegalità. Solo così possono essere ricattati.
-E gli statali?
-Punto primo: gli statali non vengono pagati. Uno statale guadagna la metà della metà della metà di quanto guadagnerebbe chiunque svolgesse le sue stesse identiche mansioni nel privato. Punto secondo: gli statali sono costretti a lavorare dentro strutture fatiscenti, nel rispetto di milioni di regole assurde, combattendo con pochi ma molto pericolosi colleghi scansafatiche che non possono, non vogliono o non sanno fare nulla. Indovina chi ha fatto costruire le strutture fatiscenti, ha creato le regole assurde ed ha fatto assumere gli scansafatiche?
-Insomma, tu giustifichi entrambi.
-Assolutamente no. Io ho solo individuato una causa. Ricordati sempre: “due torti non fanno una ragione”.
-Aspetta che questa me la segno, di chi è? Jovanotti?
-Confucio.

3. Al bar.

Entriamo nel centro commerciale. Al solito bar, io prendo un caffè, Simona prende un caffè macchiato freddo con latte scremato in un bicchierino di vetro. La sua non è un’ordinazione, è un algoritmo evolutivo.

– Insomma secondo te cosa bisognerebbe fare?
-Abbassare drasticamente le tasse, stabilire pene severe per gli evasori e far rispettare la legge. Pagare meno, pagare tutti.
-E con gli statali?
-Alzare gli stipendi, migliorare le strutture, semplificare la burocrazia e licenziare senza pietà chi non può, non vuole o non sa fare il proprio lavoro.
-Bello…. C’è posto anche per gli unicorni in questa tua visione politica?
-Non c’è niente di peggio che una giovane renziana che non sa sognare.
-Sognare? Ma di che parli? Non hai capito che c’è la crisi?
-Adesso sei tu che scherzi. I tempi facili non sono mai esistiti. In passato, i giovani dovevano fare i conti con altri ed altrettanto gravi problemi. Voglio dire: tuo padre è nato durante la guerra; prima della guerra c’è stata la dittatura, dopo la guerra c’è stato il terrorismo. Non sto dicendo che la situazione sia facile, sto dicendo che le sfide non ti devono spaventare. Ricordati sempre quello che diceva il Comandante Ernesto Guevara: “le battaglie non si perdono, si vincono. Sempre”.
-Il Comandante non tifava per l’Inter.
-…
-…
-Soprattutto, ti raccomando una cosa: non assecondare mai la legge generale che vuole che ciascuno si venda ad un prezzo inferiore di quello che vale.
-Aspetta… aspetta… anche questa è una citazione! Hegel?
-Jovanotti.

Come Desideravi di Respirare.

1. La cosa più importante di tutte.
Un giorno chiesero ad un vecchio Maestro zen quale fosse la cosa più importante di tutte.  Dopo un lungo silenzio, egli rispose: “la cosa più importante di tutte è la testa di un gatto morto. Perché nessuno può dire quale prezzo abbia”. Questo aneddoto mi fa venire in mente una massima di Elias Canetti – i ricchi possono comprare ogni cosa. E poi si illudono che sia davvero tutto – ed un aforisma di Oscar Wilde: “al giorno d’oggi le persone conoscono il prezzo di ogni cosa ed il valore di nessuna”.

Il fatto è che le cose importanti non possono essere semplicemente comprate. Ma non dobbiamo pensare che siano gratuite.

Solo gli allocchi credono a chi promette grandi risultati con il minimo sforzo. “Dimagrisci mangiando mezzo limone al giorno”; “Impara a parlare perfettamente il tedesco giocando a tre sette con gli amici”; “Ferma la caduta dei capelli con un semplice clic.”.

Date retta a me, sono tutte fregature.

Superata una certa età, l’unica cosa che arresta la caduta dei capelli è il pavimento.

Tutto e subito non stanno bene insieme. Le cose importanti hanno bisogno di tempo per crescere. Dobbiamo saper preparare il terreno, gettare le giuste sementi, averne cura ed aspettare, pazientemente, che cresca qualcosa di buono. Perché, come recita un antico proverbio africano, ciò che che cresce lentamente getta radici profonde.

2. Beato lui.

Gli attori famosi, i grandi artisti, i campioni dello sport… tendiamo a pensare che queste persone abbiano ricevuto un dono. Immaginiamo che si siano svegliate un bel giorno ed abbiano scoperto, come per magia, di possedere dei superpoteri. Si tratta di un pensiero rassicurante: in fondo, se qualcuno sa fare bene qualcosa, è solo perché è stato più fortunato di noi.

Sarà anche vero che alcune persone possiedono spiccate attitudini naturali.  Ma dobbiamo anche considerare che dietro quasi tutti i grandi campioni c’è una lunga storia fatta di  eroiche rinunce, di  atroci sofferenze e di feroce determinazione.

Nel suo best seller “Open”, Andre Agassi racconta che quando era ancora un bambino passava ogni minuto di ogni ora del suo tempo libero sul campo da tennis. Il padre, che aveva appositamente costruito una portentosa macchina spara palline, sottoponeva il piccolo Andre ad interminabili sedute di allenamento, urlandogli continuamente nelle orecchie di colpire “più forte”. Prima di un match, quando il figlio non aveva ancora compiuto quindici anni, questo padre/padrone provò a fargli assumere una pasticca di anfetamina.

Andate a guardare su youtube i filmati delle vittorie di Agassi.

Quel volto sconvolto. Quello sguardo perso. Quelle interminabili lacrime.

Aveva proprio ragione Gibran: “Quando siete felici, guardate in fondo al vostro cuore e scoprirete che è solo ciò che vi ha procurato dolore a darvi gioia”.

Affogare

3. Il segreto che non vuoi conoscere.
L’ultima storia Zen di questo articolo racconta del giorno in cui un giovane allievo chiese al suo Maestro che cosa avrebbe dovuto fare per raggiungere l’illuminazione. Il Maestro ordinò all’allievo di entrare in uno stagno. Poi, gli mise una mano sul capo e lo costrinse a restare a lungo sott’acqua. Quando l’allievo riuscì finalmente ad emergere, il Maestro disse: ti ricordi quanto desideravi l’aria mentre eri sott’acqua? Per raggiungere l’illuminazione, devi desiderarla esattamente allo stesso modo.

Avvicinati allo schermo, voglio svelarti un segreto che non vuoi conoscere.

Le cose belle costano.
La qualità si paga.

A renderci capaci di tutto non è la forza di cui disponiamo.
Ma l’intensità del nostro desiderio.

Istupid. Dieci categorie di persone che non dovrebbero possedere un cellulare.

Dieci categorie di persone che non dovrebbero possedere un telefono cellulare.

1. I “ricchi”.
Da almeno quindici anni, hai più debiti che capelli. Eppure, continui a comprare  telefoni cellulari che superano di molto la quotazione dei tuoi organi interni al mercato nero. Elias Canetti ha scritto che il valore di un uomo dipende dal numero delle cose a cui può rinunciare. Se è vero, tu vali leggermente meno del tuo abbonamento ad alta velocità. All inclusive. Al posto di buttare il denaro per queste sciocchezze, potresti provare a risparmiare per comprare qualcosa di serio. Come, ad esempio, la playstation 4, o l’abbonamento in curva.

Cellulare

2. Disturbi ossessivi-compulsivi.
Se passate intere giornate con il cellulare in mano, vi consiglio di prendervi una pausa. Tra qualche anno avrete i polsi di un ottantenne ed i polpastrelli completamente consumati dallo schermo. A meno che non stiate progettando di darvi alla latitanza, vi conviene salvaguardare le vostre impronte digitali. Se non altro, perché il riconoscimento biometrico potrebbero essere l’unico modo per avere accesso ad un cellulare.

3. Breaking Bad.
Non tutti possono permettersi l’amante, il doppio lavoro, l’identità segreta. Non tutti hanno il fisico per queste cose. Per tutti gli altri, ci sono le dual sim. Dai retta a me, non mettere mai la tua vita nelle mani di una persona che possiede due numeri di telefono. Se ne conosci solo uno, non sai abbastanza, se li conosci entrambi, sai troppo.

4. Dite “cheese”, ovvero, i patiti dei selfie.
Poche settimane fa, tre adolescenti di Piacenza sono stati arrestati in flagranza mentre rubavano capi di abbigliamento in un negozio del centro. Una volta giunti in caserma, i ragazzi hanno chiesto ai carabinieri di poter fare un selfie che li ritraesse tutti insieme. Per celebrare la loro prima giornata in caserma. I tutori delle forze dell’ordine sono rimasti letteralmente sbigottiti. E che diamine ragazzi, aspettate almeno la condanna definitiva!

5. Quelli che condividono tutto.
Il mio amico Adriano si rifiuta di utilizzare il cellulare. Alcuni giorni fa, stavo provando a convincerlo del fatto che si tratta di uno strumento davvero imprescindibile

-“Tu non ti rendi conto di quanto possa essere importante avere uno smartphone”.
-“Lo so, ma proprio non fa per me”.
-“Solo perché non hai ancora iniziato ad utilizzarne uno”.
-“Spiegami perché dovrei diventare dipendente da questa nuova tecnologia? La verità è che voi non avete più un attimo di privacy“.
-“Vedo che non ci siamo capiti. Ti ricordi cosa è accaduto lo scorso anno, quando sei stato accerchiato da quel gruppo di energumeni ubriachi?”.
-“Certo che me lo ricordo”.
-“Ecco. Riesci ad immaginare che cosa avrei potuto fare io, con il mio smartphone, se solo fossi passato da quelle parti”.
-“Avresti chiamato la polizia?”.
-“Avrei ripreso la scena e caricato il video su youtube.

6. I kamikaze.
Forse le persone che scrivono messaggi mentre guidano  sono stanche di vivere. Di sicuro, non meritano di avere una macchina, né di possedere un cellulare. Per favore, fatela finita. Con questa condotta scriteriata state mettendo a repentaglio la vostra incolumità, e, soprattutto, la nostra. Se proprio ci tenete a scrivere sciocchezze dalla mattina alla sera, andate a lavorare in una trasmissione di Barbara D’Urso. Continuerete a scrivere stupidaggini ed a giocare con la vita degli altri, ma almeno vi pagheranno.

7. Le vittime del t9.
Non è ancora chiaro se il correttore automatico eviti o propizi le brutte figure. Quel che è certo è che, almeno una volta nella vita, tutti noi abbiamo partecipato ad uno scambio di sms degno del miglior teatro dell’assurdo. Il mio consiglio è di disattivare il t9. I vostri amici potrebbero scoprire che non sapete scrivere apofantico, ma almeno non riceveranno messaggi del tipo “Sto arrivando! FRANCO dagherrotipo domani?”.

8. Quelli che fanno confusione.
Al posto di affermare che la batteria di uno smartphone si sta esaurendo, i giovani d’oggi amano dire che “sta morendo il cell.” Si tratta di un’ulteriore prova del fatto che le nuove generazioni trattano le cose come se fossero persone e le persone come se fossero cose. No ragazzi, i cellulari non muoiono. Anche se non è difficile ipotizzare che i modelli più avanzati, essendo parecchio più intelligenti dei rispettivi proprietari, tentino il suicidio già dopo il terzo “sks, d dv dgt?”

9. I salutisti, ovvero, quelli che hanno paura delle onde.
In metropolitana, per strada,  in fila alla cassa del bar. Lo sguardo fisso, l’atteggiamento professionale, l’auricolare ben nascosto dentro l’orecchio. Per un attimo, penserai che stiano parlando con te, poi, avrai paura che abbiano un disturbo mentale. Non stanno parlando con te e non sono folli. Si tratta di persone che hanno a cuore la propria salute. Per questo motivo, essi evitano di tenere il cellulare vicino alla testa. Preferiscono custodire lo smartphone nella tasca dei pantaloni. Che senso ha salvaguardare il cervello, se poi devi beccarti le onde da un’altra parte, altrettanto delicata? L’unica cosa che mi viene in mente è che potrebbe non essere facile distinguere il primo organo dal secondo.

10) I patiti delle catene.
Ovvero, invia questo messaggio ad altre dieci persone e tutti e dieci sapranno quanto sei stupido. La verità è che un messaggio copia e incolla svilisce la dignità di chi lo invia, e mortifica quella di chi lo riceve. Quando ti invitano a partecipare ad una catena,  rispondi così: caro amico, ho attivato l’opzione “Istupid”, se non cancelli il mio numero entro due ore dalla ricezione di questo sms, il tuo naso diventerà blu ed il tuo cellulare prenderà fuoco. Funziona, credetemi.