La Bugia Che Dici Più Spesso

Ricominciare da capo non è follia. La vera follia è abbandonarsi alla depressione e fare finta di essere felici”. Ho letto questa frase su internet, non so chi sia l’autore, però mi piace, mi fa venire in mente il verso di un grande poeta contemporaneo che recita: “la bugia che dici più spesso è sto bene” (Marracash).  Tutti noi attraversiamo periodi in cui sappiamo benissimo che le cose non vanno come dovrebbero andare, ma preferiamo comunque proseguire con le solite vecchie abitudini, mentendo agli altri e a noi stessi, piuttosto che accettare il rischio che ogni cambiamento, inevitabilmente, comporta.

Eppure io sono convinto che la nostra vita sarebbe migliore se solo riuscissimo a investire in coraggio le stesse energie che spendiamo, quotidianamente, in ipocrisia.

I bimbi grandi non piangono.

La nostra società è molto preoccupata di migliorare l’educazione delle bambine, perché a tutti sembra ingiusto che le femmine vengano relegate, sin da piccole, in un ruolo subordinato e limitante che ne frustra drammaticamente le ambizioni e ne compromette lo sviluppo. La critica all’educazione femminile si basa solitamente sul fatto che alle bambine viene proposto il ruolo di “angeli del focolare”, mentre nessuno si preoccuperebbe di spronarle ad essere attive protagoniste e padrone del proprio destino. Questa vetusta educazione sessista è sbagliata, perché colma di pregiudizi e tremendamente superata. Per lo stesso motivo per cui ne mettiamo in dubbio la validità, dobbiamo, tuttavia, mettere in discussione anche l’educazione maschile. Anche questa pedagogia – come quella femminile – si basa su antichissimi e dannosi stereotipi. Anche questa – come quella femminile, meriterebbe di essere profondamente rivisitata. Se proviamo a considerare criticamente ciò che viene insegnato ai bambini, comprendiamo infatti che esistono alcuni spinosi argomenti che meritano di essere affrontati quanto più urgentemente possibile.

Il primo, è che da sempre ai bambini viene insegnato che essere “veri uomini” significa essere in grado soffocare e reprimere le proprie emozioni, soprattutto, viene loro insegnato che essere uomini significa imparare a trattenere le lacrime, perché “i bimbi grandi non piangono”. Anche quando i maschi non vengono apertamente spronati a tenersi tutto dentro, nessuno fa niente per insegnare loro a comprendere, condividere e comunicare come si sentono – cosa che invece riesce benissimo, e spontaneamente, alle femmine. Il risultato è che, una volta cresciuti, i maschi avranno il doppio delle probabilità delle femmine di sviluppare una fobia. Il risultato è che gli uomini sono incapaci di sfogarsi, arrivano quindi facilmente a livelli di stress interiore tali che ne favoriscono la vera e propria implosione.

Il secondo punto è che ai maschi viene insegnato in ogni modo che essere uomini significa essere “competitivi”. Questo secondo punto si trova chiaramente in relazione con il primo, rappresentandone, sotto molti di vista, un presupposto e una conseguenza. Di fatti, se l’altro maschio è un nemico con il quale dovrò combattere per procurarmi il cibo, per quale motivo dovrei mostrarmi debole? Se lo facessi, tutti saprebbero come e dove colpirmi. Dalle favole, ai fumetti, ai cartoni animati, tutti propongono ai bambini un modello educativo in cui l’eroe è sì maschio, ma è generalmente solo e lotta contro il mondo intero per affermare la propria individualità. Il risultato è che un bambino impara da subito che il mondo si divide in vincenti e perdenti. E prega sin dalla più tenera infanzia di non finire mai dalla parte sbagliata della barricata, perché intuisce che la parte più intima della sua identità dipenderà dalle vittorie che porterà a casa. Non c’è bisogno che sottolinei quanto tutto questo possa essere pericoloso.

Il terzo problema è rappresentato dalla violenza sessuale. Immagino che molti di voi saranno rimasti stupiti e avranno dovuto rileggere più volte quest’ultima frase. Non ho sbagliato a scrivere. C’è un’emergenza violenza sessuale di cui nessuno parla. In particolare, non ne parlano le vittime – come diretta conseguenza dei punti uno e due. Non mi riferisco solo ai numerosi casi di stupri dovuti a nonnismo-cameratismo-bullismo, ma, soprattutto, al numero impressionante di di detenuti e soldati che viene stuprato ogni giorno nel mondo. Ma questo, in fondo, non ci interessa, perché  anche in questo caso si tratta di persone che, in qualche modo, “se la sono andata a cercare”. In realtà, non sta scritto da nessuna parte che un detenuto, o un soldato, debba subire questo trattamento orribile e disumano. A fronte di numeri che fanno letteralmente rabbrividire, noi abbiamo “zero” campagne di informazione e prevenzione, “zero” fondi statali, “zero” centri di ascolto e di aiuto per le vittime.

Spero quindi che la festa del papà, in quanto unica festa “maschile” dell’anno, possa servire per riflettere su questi problemi. Se riuscissimo a dedicare un briciolo di attenzione anche a questi temi, potremmo veramente sperare di migliorare la vita di tutti.

 

100libri #2 Siddharta

Probabilmente non è il suo capolavoro, ma sicuramente Siddharta è il libro più letto di Herman Hesse – uno dei più importanti scrittori del XX secolo. Il romanzo, edito nel 1922, racconta la storia del figlio di un Bramino che, arrivato alla soglia della adolescenza, decide di abbandonare una vita fatta di agio e di privilegi per andare, da asceta, incontro al mondo. Siddharta rifiuta la sua cultura, la sua educazione, il suo ambiente nativo per metterne in discussione le regole e i valori. La storia trae dunque origine da un atto di  radicale ribellione. Se vi sembra di aver già sentito questo prologo è perché questo prologo, in sé considerato, non offre particolari spunti di originalità. Intendo dire: se riduciamo la trama al suo schema essenziale, notiamo che l’idea che si trova alla base del romanzo rappresenta un vero e proprio topos narrativo: l’adolescente di buona famiglia che, a seguito di una crisi mistica, si spoglia di tutti i suoi averi per andare alla ricerca della verità. Solo per fare tre esempi cronologicamente cadenzati: questo, prima di Siddharta, ha fatto S. Francesco e altri e importanti Santi; questo fa, a suo modo, Il giovane Holden di cui abbiamo discusso la scorsa settimana; questo fa il protagonista del bellissimo Into The Wild – che, se mai dovessi pubblicare una lista di 100 film da non perdere, sicuramente occuperebbe uno tra i primi posti. L’unica variante rispetto a questo schema è rappresentata dal fatto che Siddharta intraprende il suo viaggio di scoperta assieme all’amico Govinda. Ma a ben vedere, anche questo elemento è originale in senso parecchio relativo – i più grandi viaggi di scoperta che siano mai stati narrati raccontano sempre di due amici: da Dante e Virgilio a Don Chisciotte e Sancho Panza.

Il punto non è dunque la trama, in sé semplice e tutto sommato non troppo originale, ciò che rende questo romanzo davvero unico è la prosa dell’autore, la impareggiabile bravura di Hesse, la sua capacità di narrare una storia bellissima con stile liscio, scorrevole, preciso, ma al tempo stesso sensuale e filosofico. Hesse conosce bene l’Oriente e l’Oriente descrive con magistrale bravura, senza mai abusare della pazienza del lettore, senza mai abusare del suo tempo, intrecciando con estrema perizia elementi narrativi, poesia e meditazione zen.

Di questo Romanzo mi ha colpito particolarmente il punto in cui Siddharta scopre  che egli può liberamente decidere della sua vita, oltre qualsiasi vincolo familiare, culturale o ambientale. Nei primi capitoli il ragazzo scopre che se crede davvero in ciò che fa, i suoi ideali di purezza e di verità gli consentiranno di affrontare qualsiasi sacrificio. Ben prima di qualsiasi “The Secret” – e con una profondità del tutto sconosciuta al best seller di Byrne – Hesse racconta di come fossero gli “obiettivi” che il protagonista si era preposto ad attrarre verso di sé Siddharta – che si lasciava semplicemente cadere verso di essi, come un sasso viene attirato verso il fondo di uno stagno.  Non deve stupire che questo sia stato il libro culto della generazione sessantottina, che, stanca del miasma conservatore e retrogrado che si respirava in Italia, guardava ad Oriente per trovare una nuova e più vera spiritualità.

Siamo dunque di fronte ad un paradigmatico Romanzo di formazione. Hesse racconta una vista spesa alla ricerca dell’illuminazione, nel descrivere questo percorso, l’autore tocca molti e fondamentali punti di snodo da cui, prima o poi, siamo costretti a passare tutti, se vogliamo abbandonare l’infanzia e conquistare la maturità. A mio avviso, si tratta di uno dei capolavori indiscussi della narrativa moderna, insomma, c’è un motivo se Siddharta è il Santo laico di milioni di lettori nel mondo.

Leggetelo se amate l’Oriente, se volete capire cosa significa “maturità”, se volete guardare il mondo con gli occhi illuminati di un grande scrittore: questo romanzo non può davvero mancare nella vostra collezione di perle preziose.

Voto: 10.

Se vi è piaciuto questo libro amerete anche Narciso e Boccadoro, altro, indiscusso capolavoro firmato da Herman Hesse.

Una piccola curiosità: in questi giorni potete trovare in libreria la nuova edizione del romanzo, con il titolo leggermente modificato rispetto alla vecchia. Infatti, Adelphi ha aggiunto una consonante e ora traduzione italiana ha lo stesso identico titolo della versione originale tedesca.

100libri #1 Il giovane Holden.

Qualche settimana fa ho pubblicato un post in cui criticavo scherzosamente i romanzi di Fabio Volo. Da allora, molte persone mi hanno scritto per chiedermi quali fossero i miei libri preferiti, o, più semplicemente, un consiglio per la lettura. Per questo motivo, ho deciso di pubblicare sul blog la recensione dei 100 testi – romanzi, libri di filosofia o biografie – che vi raccomando vivamente di leggere – o, in alcuni casi, di non leggere. Iniziamo oggi, con una breve recensione de Il giovane Holden.

Il giovane Holden è un romanzo pubblicato da J.D. Salinger nel 1951. Si tratta del più classico tra i “romanzi di formazione”, il punto di vista prescelto dall’Autore è interno all’opera: la voce narrante è quella di Holden – protagonista del libro – che racconta ai lettori cosa gli è accaduto dopo che è stato espulso dal College. Quando ho letto questo libro frequentavo il primo anno del liceo. La professoressa di italiano mi consigliò di leggerlo perché, a suo dire, ricordavo molto il protagonista. A quei tempi lo presi come un complimento – e tale l’ho considerato per anni – adesso mi rendo conto che il giovane Holden è un gran brontolone che prende le cose “troppo sul serio”, non riesce a godersi la sua età perché odia tutto e tutti e che, pur essendo molto arguto, non usa la sua intelligenza per essere felice – meno male che crescendo sono cambiato…

Scherzi a parte, quando avevo quattordici anni mi sentivo molto vicino ai pensieri e ai turbamenti del protagonista del libro. Prima di tutto, perché Holden odia l’ipocrisia: è come se il protagonista del libro fosse dotato di un radar che gli consente di intercettare cinicamente la falsità, ovunque essa si annidi. Questo curioso integralismo della verità risulta perfettamente coerente con la cifra stilistica prescelta da Salinger – la narrazione è così nitida e vera da risultare a tratti commovente. Inoltre, Holden sognava, una volta cresciuto, di diventare The Catcher in The Rye – questo è il titolo originale del libro, un titolo intraducibile in italiano. Quando pensava al suo futuro, egli immaginava che esistesse un grande campo di segale – di quelli con le spighe così alte da non riuscire a vedere cosa sta accadendo a due metri dal naso – e che in quel campo ci fossero molti bambini che giocavano e correvano felici. Holden avrebbe vissuto lì, nei pressi di un burrone, e il suo compito sarebbe stato di bloccare quei bambini che, per sbadataggine, avventatezza o altro, si fossero avvicinati troppo al ciglio: avrebbe dovuto prenderli al volo, prima che cadessero. Aprendo una piccola parentesi sulla contemporaneità: questa immagine mi è venuta in mente pochi giorni fa, quando ho visto al cinema l’ultimo film di Tim Burton il cui protagonista è un “bambino speciale” in grado di “vedere alcuni mostri” che uccidono in un modo orribile le persone – nello specifico, questi mostri vanno a caccia di “bambini speciali”.

Salinger è un grandissimo scrittore, peccato che non abbia pubblicato molto e si sia ritirato a vita privata fuggendo da tutti e tutto – aprendo una seconda parentesi sulla nostra epoca, credo che Stephen King si sia ispirato a lui per il personaggio che apre il bel romanzo Chi perde paga.

Tornado a Holden, il libro è scritto con uno stile estremamente semplice e scorrevole, ma è comunque una grandissima opera letteraria, in grado di mostrare con sapienza i dolori di un adolescente – aprendo una terza e ultima parentesi: a me i pensieri di Holden hanno sempre fatto venire in mente la frase di una canzone dei Nirvana: as my bones grew they did hurt/they hurt really bad (mentre crescevano le mie ossa mi facevano male, davvero molto male). Qualcuno dirà che il vero capolavoro di Salinger non è Il giovane Holden, ma il nono racconto della splendida raccolta “i nove racconti” e io sono parzialmente d’accordo: il nono racconto è, effettivamente, un capolavoro. Ma il giovane Holden è un romanzo, non credo che sia del tutto corretto paragonarlo a un racconto breve. In definitiva, se non avete ancora letto Il giovane Holden mettetelo in cima alla vostra lista, questo libro non può assolutamente mancare nella vostra collezione. Leggetelo se avete meno di venti anni, se volete ricordarvi come era essere adolescenti, se vi piace la letteratura con la L maiuscola, se volete conoscere un’opera d’arte senza tempo che ha incantato almeno tre generazioni di lettori.

Voto: 10

La frase che mi è rimasta in testa, di questo libro, non viene pronunciata da Holden, ma da un professore a cui il ragazzo fa visita dopo essere scappato di casa. A memoria, mi sembra che dica: la differenza tra gli adolescenti e gli adulti è che gli adolescenti vogliono morire per i propri ideali, mentre gli adulti si accontentano di vivere dignitosamente per essi.

Jogging Con Freud

Fare jogging da soli è bello: mentre ti alleni puoi concentrarti sui battiti del cuore,  ascoltare la tua musica preferita, liberare la mente da ogni preoccupazione.  Ma non c’è niente di meglio che andare a correre con un amico. Correre con un amico è più che bello, è terapeutico: si stabilisce un ritmo comune, ci si incoraggia vicendevolmente e si possono anche scambiare quattro chiacchiere. Per esempio, ieri pomeriggio sono andato a correre con Ermete. Non so per quale motivo, ma ad un certo punto abbiamo iniziato a parlare di psicanalisi.

G.-Freud sostiene che la nostra illusione di essere importanti è stata per la prima volta ridimensionata quando Copernico ci ha insegnato che non siamo al centro dell’universo e sarà definitivamente sconfitta dai suoi studi sull’inconscio. Perché grazie alla scoperta dell’inconscio l’io capisce di non essere padrone in casa sua.

E. -Aspetta un attimo, questo non è Freud… è Salvini!

G.- …

E.- Maledetti immigrati, l’ho sempre detto che ci rubano il lavoro!

G.- Te lo immagini Freud con la felpa VIE NNA?

E. – Meglio di no… fermati un attimo!

G. -Che c’è?

E. – Ho bisogno di prendere fiato… e di una sigaretta…

FREUD

G. – Mentre corriamo?! Possibile che non riesci a smettere? Freud sostiene che il piacere orale è mancanza di essere.

E. – Sarà… nel mio caso si tratta di mancanza di nicotina.

G. – Devi essere regredito – o più facilmente bloccato – alla prima fase dello sviluppo psichico, quella in cui il bambino prova piacere nel suggere latte dal seno della madre.

E. -Se vuoi dire che sono nato con la sigaretta in mano ti sbagli di grosso… io ho iniziato con i sigari.

G. – Passare dai sigari alle sigarette è come passare dai romanzi di Joyce ai fumetti di Zero Calcare.

E. – Di fatti, Joyce è superato… Comunque sia… ti informo che io sono riuscito a smettere di fumare, di bere e di correre dietro alle donne…

G. – Davvero?

E. – Certo. Sono stati i quindici minuti più brutti della mia vita. Sediamoci qui, dai… solo il tempo di una siga

G. – …insomma la differenza tra Freud e Jung sarebbe che Freud si è dedicato allo studio della psiche umana malata, mentre Jung intendeva studiare la vita psichica nella sua interezza. Inoltre, Freud era interessato al passato dei suoi pazienti, aveva una concezione statica della psiche, mentre Jung preferiva pensare che la salute psichica fosse qualcosa di dinamico, di evolutivo… mi segui?

E. – Certo, ma solo perché ci siamo seduti… è incredibile come vanno in giro, vero?

G. Io ti parlo di Freud e tu guardi le ragazze?!

E.- Scusami, ma quella porta una minigonna così corta che non può permettersi di sorridere.

G. Pessimo… Ti comunico ufficialmente che questa è l’ultima volta che andiamo a correre insieme.

E. – Frena amico! Tu mi hai chiesto se volevo venire a correre! Se mi avessi chiesto se mi interessava discutere di Freud ti avrei detto quello che rispondo alla mia fidanzata quando inizia a parlare di matrimonio.

G.-?

E.- “Se vuoi farlo davvero, fallo. Ma non contare sulla mia presenza”.

G. -…

E.- Guarda, non è lei, è la sua famiglia che non riesco proprio a tollerare. In particolare, sua madre e il suo cane. Sono certo che si siano alleati contro di me.

G.-Secondo Freud la paranoia dipende dal delirio di onnipotenza. Il soggetto, fermo o peggio ancora regredito ad una certa fase dello sviluppo, si illude di poter controllare tutto e dà la colpa agli altri quando le cose non vanno come aveva inizialmente previsto.

E.- Te la dico io la verità, questo Freud faceva parte del club Bilderberg… assieme alla massoneria illuminata… sarà stato lui a lanciare il piano “scie chimiche”… non fare quella faccia!

G. Non fare quella faccia? In un’ora al parco abbiamo totalizzato dodici minuti di corsa e tre sigarette!

E.- Dovresti essere orgoglioso di me: la volta scorsa ne ho fumate cinque.

G. Andiamo a casa, dai… Ti ho mai detto quanti psicologi ci vogliono per cambiare una lampadina?

E. -Sicuramente, ma adesso non mi ricordo…

G.- Uno solo. Ma costerà un sacco di soldi, ci vorrà un sacco di tempo e soprattutto la lampadina deve voler essere cambiata.