Alla Fiera D’Oriente

1. In macchina con il mio amico Marco detto Fritz.
-Sai, Fritz, io non compro mai nulla alle fiere.
-Perché?
-Perché nel commercio ci sono poche ma fondamentali regole da rispettare. Una di esse recita: puoi tosare molte volte una pecora, ma la potrai scuoiare una sola volta.
-Andiamo alla Fiera, mica al Mattatoio.
-Voglio dire: il fornaio dove vado tutti i giorni sa benissimo che, se proprio deve, potrà anche tosarmi, ma non mi scuoierà. Mi segui?
-No. Parla chiaro.
-In una Fiera, i commercianti sono viaggiatori, stranieri… persone che non hai mai visto prima e che non rivedrai mai più… si sentono liberi di rifilarti una fregatura.
-Ho capito, la tua è la regola fondamentale della truffa, non la regola fondamentale del commercio.
-Ti ho già detto che “il modello di imprenditore è il rapinatore”?
-Comunista.
-Ignorante.

Seguono venticinque minuti e trentadue secondi di silenzio ostile ed affilato come una lama.

Zen

Appena arrivati, resto parecchio sorpreso dalla distanza che separa la biglietteria dal parcheggio. Per raggiungere l’entrata dobbiamo infatti camminare molto, tra scale (im)mobili e percorsi obbligati. Non posso fare a meno di domandarmi come potrebbero fare un bambino o una persona anziana ad affrontare questo pellegrinaggio.

2. Pranzo.
Dopo aver pagato il biglietto, finalmente entriamo alla Fiera d’Oriente. Il nostro amico Andrea detto Abramo ci sta aspettando da almeno mezz’ora. Come noi, è molto affamato. Purtroppo, non siamo d’accordo sul cibo: Abramo ha messo gli occhi su l’unico ristorante indonesiano in Italia, io preferirei il sushi e Fritz vorrebbe un kebab. Iniziamo dunque a discutere. In un crescendo di malumore e cattiva coscienza, ci rinfacciamo la scelta di essere venuti alla Fiera; la decisione di incontrarci proprio oggi ed il fatto di non aver invitato lo Smilzo – ciascuno pensava che l’avrebbe chiamato l’altro. Con ben poca signorilità, Fritz si spinge sino a recriminare sulla biglia di Nuvolari che, a suo dire, mi avrebbe prestato durante la gita scolastica della quinta elementare. Decidiamo che ciascuno mangerà per conto suo. E Dio per tutti.

Seguono venticinque minuti e trentadue secondi di silenzio ostile ed affilato come una lama.

3. La spada.
Sarà perché la musica assordante che si sente in questo posto ha ottenebrato la mia capacità di discernimento, sarà perché il cibo mi ha messo di buon umore, sarà che voglio provocare Fritz, sta di fatto che dopo il pranzo tradisco ogni mio principio ed inizio a comprare di tutto. Acquisto i biglietti d’auguri in stile origami; l’incenso da regalare a mia cugina Simona, il cd di canzoni orientali; le bacchette da sushi; la calamita a forma di geisha; un fermacapelli per la mia carissima amica F. Dopo circa un’ora – quando nel portafoglio restano solo dieci euro- mi trovo improvvisamente di fronte ad uno stand che vende spade. Resto colpito dal venditore: un vero commerciante d’armi orientale. Il suo viso, dai tratti tipicamente indiani, è adornato da mille piercing e segnato da una profonda cicatrice sulla guancia sinistra. I suoi occhi, neri come una notte senza stelle, raccontano le infinite tempeste che avrà sicuramente dovuto affrontare per comprare ed importare queste armi.

Fritz si avvicina e mi sussurra all’orecchio:
-La spada costa cinquanta bombe, le hai?
-Veramente no.
-Allora mi sa che ti tocca chiedere uno sconto.
-Scherzi? Non conosci la regola fondamentale della contrattazione?
-…
-“Chi parla per primo perde”.
-Ma non era “chi picchia per primo picchia due volte”?

Incurante dello scialbo sarcasmo di Fritz, provo ad usare le mie proverbiali conoscenze antropo-psicologiche. Decido che sfrutterò il linguaggio universale del corpo. Afferro la spada, la poso. Guardo negli occhi il commerciante. Niente. Afferro di nuovo la spada, la stringo al petto, la poso. Guardo dritto negli occhi il commerciante. Niente. Provo una terza volta. Ancora niente. Il ragazzo è un duro. Non mi lascia altra scelta.

-“Buon giorno, vorrei acquistare questa spada, ma… se guarda bene, noterà che c’è un piccolo graffio…”

Al mio fianco si è materializza una vecchietta. Avrà più o meno l’età della pietra. Il suo viso è una ragnatela di rughe. La voce, graziosa quanto un uncino che graffia su di una lavagna.

-“mi scusi, giovane, ma cosa sta facendo?”
-“come dice, signora?”
-“ non ha visto il prezzo? Le sembra educato chiedere uno sconto?”
-“Mha, veda… mercanteggiare fa parte della loro cultura. Se non lo facessi, il nostro ospite si sentirebbe profondamente offeso” .
-“Dice, giovane? Comunque sia non mi sembra il caso di mettere in dubbio la bontà della merce davanti a tutti”.
-“Guardi, signora, non si tratta di mettere in dubbio, è solo un modo per dialogare.”.

Non c’è niente da fare, non molla. Mi rivolgo dunque al mercante, sperando che possa mettere fine a questa ignobile pantomima.

-“Non è forse vero che nella vostra cultura è consuetudine che il compratore contratti il prezzo della merce?”
-“E io che ne so? Mi padre c’ha er negozio a via de la Scrofa… Fate n po’ come ve pare, basta che nun me mettete in mezzo a me.”

Facendo leva sulla mia innata capacità retorica, riesco ad ottenere un prestito da Fritz. Ma devo promettergli che, assieme al denaro, restituirò anche la biglia di Nuvolari.

FIera

4. Conclusioni
Dopo aver molto riflettuto, ho capito che la Fiera d’Oriente rappresenta la perfetta metafora dell’Europa: 1) paghi per entrare, affascinato dalle bugie che ti hanno raccontato sulla bellezza del posto; 2) una volta dentro, la prima cosa che scopri è che la struttura è stata progettata senza tenere in minima considerazione le esigenze dei più deboli; 3) il tanto decantato dialogo interculturale si limita allo stretto necessario per far funzionare uno sconfinato centro commerciale; 4) quando finalmente inizi ad orientarti, ed a capire come funzionano le cose, sei costretto ad uscire perché sei al verde e nessuno dei tuoi vecchi amici è disposto a prestarti altri soldi

La Benedetta Dannazione di Chi è Nato Secondo

1. “L’abbiamo già visto”.
Per i genitori, l’infanzia del secondogenito è una replica di quanto hanno già visto fare dal primo – interessante quanto i sondaggi elettorali del Tg7. Intendo dire che tutto quello che egli fa, nel bene e nel male, è stato già studiato, affrontato e risolto una prima volta. Il suo primo giorno di scuola è, per i genitori, il “secondo primo giorno di scuola”, la sua prima malattia è la “seconda prima malattia”, le sue prime parole sono le “seconde prime parole”. Considerato che durante l’infanzia l’attenzione e l’approvazione dei genitori è importante più o meno come il sole, l’acqua, o l’aria, non dobbiamo stupirci se i lettini degli psicologi sono pieni di secondogeniti intenti a rimettere insieme i pezzi della propria vita. Non sto dicendo che il secondogenito è meno amato del primo, ma di certo egli non riesce ad ottenere le stesse attenzioni. Per il semplice fatto che i genitori, per quanto buoni, intelligenti e preparati, sono comunque esseri umani. E gli esseri umani ricordano con imperitura emozione il primo bacio. Non il secondo.

Il Secondo

2. Le cose difficili diventano facili.
Ancor di più, mentre il secondogenito è impegnato ad affrontare gli esami di quinta elementare, il primogenito sta affrontando gli esami di terza media, i primi compiti in classe del liceo, o, peggio ancora, i primi esami universitari. Mentre il secondogenito  organizza il suo matrimonio, l’intera famiglia è impegnata a festeggiare il secondo divorzio del primogenito. Insomma, tutto ciò che era difficile ed importante, tremendamente importante, quando veniva affrontato dal primo – al punto da rappresentare un vero e proprio affare di Stato – diventa noiosamente semplice ed ordinario nel momento in cui è il secondo a doversene occupare. Guarire da questo trauma è tanto facile quanto superare il trauma di aver perso una finale di Coppa dei Campioni. In casa. Ai rigori.

Ma c’è di più, e di peggio.

3. Piccoli dittatori crescono
Per un lungo periodo della sua infanzia, il secondogenito è costretto a subire le angherie e le prepotenze del primo. Di fatti, il primogenito viene spesso incaricato dai genitori di prendersi cura del secondo. Ma i bambini sono bambini, non sono fatti per sostituire gli adulti. Siccome sono solo bambini, sanno essere tremendamente prepotenti, egocentrici e dittatoriali. Per questo motivo, molti secondogeniti hanno imparato a giocare a pallone facendo il palo nelle partite dei primi. Avete presente quella pubblicità in cui un attempato ed azzimato signore traccia un cerchio per terra  – indicando, metaforicamente, che il proprio istituto di credito gira tutto intorno al cliente? In quella pubblicità recitano un primogenito – il signore che traccia un cerchio – ed un secondogenito: il bastone.

Lentamente, ma inesorabilmente, nella testa del secondogenito si formerà dunque l’idea per cui egli non è stato voluto, partorito ed amato, esattamente come il primogenito, ma è stato più semplicemente ingaggiato, Perché gli facesse da sparring partner.

4. Ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.
Infine, il secondogenito tende ad avere maggiori problemi nello sviluppo della propria identità: egli non sarà mai del tutto libero di fare una scelta. Andate a controllare. Accade in ogni famiglia. Il primogenito è un campione olimpionico? Il secondo odia quasi tutti gli sport – ad esclusione del sollevamento Cheese Burger. Il primogenito è bravo a scuola? Il secondo va a ripetizioni di latino da Antonio Cassano. Il primo si diploma al Conservatorio? Il secondo ascolta solo canzoni di Gigi D’Alessio reinterpretate da Fedez. Il fatto è che il secondogenito, avendo compreso che sarà sempre e per sempre secondo, non deciderà mai veramente cosa fare della propria vita, ma reagirà, più semplicemente, alle libere scelte identitarie compiute dal primo. Perché, come si usa dire, “è meglio essere primi all’Inferno che secondi in Paradiso”.

5. Conclusioni.
Quando erano piccoli, i secondogeniti hanno imparato che l’unico modo per attirare l’attenzione del mondo era fare qualcosa, qualsiasi cosa, eccezionalmente bene. Di fatti, il messaggio che viene recapitato al secondogenito è che la sua semplice presenza non basta. Fare le cose che ha già fatto il primo non basta. Egli comprende, intuisce o solamente sente che dovrà lottare duro per guadagnarsi il diritto di essere sotto i riflettori. E lo farà per tutta la vita. Tutto ciò premesso e considerato, il mondo – nella sua versione più bella, esaltante, stimolante e ricca –  è opera dei secondogeniti. Sono i secondi che si svegliano alle cinque di mattina per migliorare di uno 0,3 per cento le proprie capacità ed incrementare le possibilità che hanno di essere riconosciuti, ed amati.

6. Postilla
Non fatico molto ad immaginare le critiche che riceverò per questo post. “Noi abbiamo dovuto sopportare lo stress di essere sempre al centro dell’attenzione!”; “Noi abbiamo fatto la battaglia per il motorino, la battaglia per la discoteca, la battaglia contro gli spinaci e di tutte queste battaglie ha tratto profitto il secondo, che si è trovato la strada spianata”. Può essere vero… nessuno lo mette in dubbio… per carità, magari ne parlerò nel prossimo post… ma oggi non stiamo parlando di voi. Smettetela di pensare di essere al centro del mondo, per una buona volta!

Il Viaggiatore

MACCHINA“Devi cambiare d’animo, non di cielo. […] Perché ti stupisci se i lunghi viaggi non ti servono, dal momento che porti in giro te stesso? Ti incalza il medesimo motivo che ti ha spinto fuori di casa, lontano”.

Seneca, Epistole morali a Lucilio

1. Meraviglioso e pericoloso
Sembra che i termini inglesi “trip” e “travel” – così come il francese “travail”- traggano origine dal nome di uno strumento di tortura che gli antichi romani chiamavano tripalium. Mentre la parola italiana “viaggio” – derivando dal latino viaticum – farebbe riferimento all’eucarestia che veniva somministrata ai moribondi affinché potessero affrontare serenamente il passaggio dal mondo dei vivi al regno dei morti. Non mi stupisce che queste parole abbiano in qualche modo a che fare con il dolore e la sofferenza.

Di fatti, ogni viaggiatore deve affrontare molte difficoltà e molti pericoli, come, ad esempio, il rischio di incontrare i briganti, di contrarre una malattia esotica, o, più semplicemente, di smarrire la retta via e non riuscire a raggiungere la propria destinazione. Eppure, viaggiare è bello, è importante. Dio santifica e benedice i viaggiatori. Per questo motivo, moltissimi miti dell’antichità greca e romana insegnano che gli déi amano recarsi sulla terra travestiti da forestieri – per mettere alla prova i mortali, verificarne l’ospitalità ed eventualmente sanzionarne l’egoismo. Potremmo ipotizzare che l’aurea di sacralità di cui godono i viaggiatori dipenda dal fatto che essi si mettono “nelle mani di Dio”. Abbandonando ciò che possiedono, la tranquillizzante sicurezza del luogo in cui sono nati. Accettando il rischio di aprirsi e di perdersi nel mondo. Scoprendosi umani, deboli ed indifesi.

Gli uomini tendono ad essere abitudinari, precisi, ordinati. Fondano città, costruiscono case, erigono mura a difesa di un territorio nel quale gettano profonde radici. Si sentono figli di una nazione, al punto che credono di avere una terra madre da amare e rispettare ed una patria per cui versare il sangue e morire. Gli uomini tendono ad essere tradizionalisti, hanno paura di mettersi in gioco, di perdere ciò che possiedono nell’incontro con altre e diverse culture. Dal canto loro, i viaggiatori sono folli, imprevedibili, disordinati. Mettono continuamente alla prova i propri limiti – i propri confini– attraversando tempeste epocali ed infiniti periodi di siccità. Esattamente come i pesci, traggono ossigeno vitale dal movimento. Esattamente come la rosa di Gerico, possono nascere e morire infinite volte. Per questo motivo, i viaggiatori sono veri e propri eroi da ammirare ed imitare. Eppure, il ruolo che essi assumono è parecchio complicato e può dar luogo a diverse incomprensioni.

 2.Viaggiare non significa “fuggire”.
Mi rendo conto che il discorso che ho svolto sin qui potrebbe dare adito ad alcuni equivoci. In primo luogo, qualcuno potrebbe credere che, esaltando il valore del viaggio e dei viaggiatori, io abbia voluto stigmatizzare la vita di coloro i quali non vogliono o non possono concedersi il lusso di abbandonare la propria casa per un lungo periodo di tempo. Ma ciò che ho scritto è chiaramente metaforico ed allusivo. Possiamo viaggiare senza uscire dalla nostra nazione, dalla nostra città, dalle solite quattro mura. Così come possiamo percorrere migliaia e migliaia di chilometri ed avere comunque la mente chiusa, restando confinati nelle nostre antiche convinzioni. Come ha scritto Marcel Proust: “il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’ avere nuovi occhi”.

La seconda possibile incomprensione, e forse la peggiore, è rappresentata dal fatto che il viaggio si presta ad essere confuso con il turismo: la banalizzazione commerciale di quella che dovrebbe essere un’occasione di maturazione e di crescita. Per questo motivo, è stato giustamente scritto che “il viaggiatore non sa dove sta andando. Il turista non sa dove è stato”. Non sono snob. Mi rendo perfettamente conto che andare in vacanza può essere utile, comodo e spesso anche necessario. Ma questo non significa che possiamo ignorare le differenze che separano Cuore di Tenebra da Abbronzatissima. Chi cerca spasmodicamente un ristorante italiano nel centro di Manila, chi spera di carpire il fascino metafisico dell’India tuffandosi nella piscina di un resort a cinque stelle e chi è disposto a perdersi nel centro di Marrakech solo per trovare un pub che trasmetta il posticipo del campionato di calcio, eviti, per favore, di definirsi “un viaggiatore”. Perché il viaggio è una cosa seria, e come tutte le cose serie, esige rispetto.

Da ultimo, dobbiamo fare in modo di non confondere il viaggio con la fuga. Intendo dire che la curiosità e la smania per la conoscenza non possono diventare la scusa dietro cui trincerarsi per evitare di vivere eticamente. Ovvero, per evitare di assumere qualsiasi vincolo, obbligo o legame. A differenza di passioni più frivole ed estemporanee, l’amicizia e l’amore richiedono tempo, ed una buona dose di dedizione. Avete presente il dialogo in cui la volpe spiega al Piccolo Principe come fare per addomesticarla? Il punto è che senza il rispetto quotidiano di una promessa, senza la stabilità di chi “resta”, è quasi impossibile che nascano l’affidamento e la fiducia necessarie a legare gli esseri umani. Il viaggiatore non possiede nulla, non erige mura a difesa del proprio territorio ed ama attraversare continuamente quei confini che altri uomini sorvegliano con attenzione, ma deve evitare che il viaggio diventi l’occasione per erigere altre e più alte mura. A tutela di una perfetta ed inconsolabile solitudine.

Tutti i Libri Sono Inutili

1. Contagio.
Io credo che tutti i libri siano inutili ed il più grande pregio che possiedono consista proprio nel contagiare il lettore con questa “inutilità”. Vuoi leggere? Devi tenere ferme le mani. In termini molto banali e concreti: non puoi costruire un ponte mentre leggi, non puoi pulire casa mentre leggi, non puoi fare l’amore mentre leggi. Soprattutto, mentre leggi non puoi scrivere. La lettura inchioda gli occhi e le dita. Quando apri un libro, la tua affannosa e perenne tendenza a “fare” viene messa in un angolo, si trova sotto scacco, svilita e definitivamente mortificata. Ecco perché molte persone leggono solo d’estate, in ferie, sotto l’ombrellone. Oppure, poco prima di andare a dormire o mentre sono sul treno. Insomma, molte persone leggono quando non hanno nulla da fare, collegando il gesto – ed il gusto – della lettura ad un momento di inattività. Sapete perché il libro, ai giorni nostri, è diventato un oggetto di largo consumo? Perché richiama alla mente esattamente questa esigenza di stare fermi, questa inutilità. Passiamo la vita tra mille –frenetici- impegni. Per questo motivo, subiamo il fascino di un oggetto che promette – o forse sarebbe meglio dire “impone”- ore di silenzio e di stasi. Comprando un libro facciamo un patto con noi stessi: promettiamo – o forse solo speriamo- che tra le mille avventure e disavventure quotidiane, sapremo trovare e proteggere un “tempo di vuoto”, da dedicare alla cura della nostra anima. Voi direte che quando leggiamo stiamo apprendendo qualcosa e che quindi stiamo comunque facendo qualcosa di utile. Direte che il lettore sembra fermo, ma si muove interiormente: preso per mano dall’autore, egli raggiunge ed esplora immensi territori. E’ vero. Ma non si tratta di un’attività come tutte le altre, questa è una attività essenzialmente passiva. Proverò a spiegarmi meglio nel prossimo paragrafo.

2. Fermo. Passivo.
I libri insegnano la passività. Questa è la prima, fondamentale, fatica che essi impongono. Di conseguenza, non tutti tollerano la lettura. Di fronte alla sola ipotesi di leggere un libro alcune persone provano noia, fastidio. Si tratta di coloro i quali sono troppo pieni di sé per ascoltare la voce di un altro. Si tratta di coloro i quali, mentre parli, pensano a come replicare, piuttosto che provare a capire cosa stai dicendo. Le persone egocentriche non amano leggere, perché leggere vuol dire “accogliere”. Vuol dire “ospitare”. Leggere significa propiziare il miracolo di un contatto. Fare in modo che dentro di noi, nel più intimo della nostra mente, si accenda ed inizi a brillare un’altra voce. La cosa più difficile di tutte è accettare senza paura che questo contatto avvenga. Se vuoi capire un libro, devi essere in grado di interrompere la tua voglia di fare ed il tuo continuo dialogo interiore: devi smettere di dire “io” per comprendere ciò che l’autore ha inteso comunicare. Nel modo, e con i tempi, che egli ha scelto.

A mio avviso, la principale lezione della lettura è tutta qui: nella peculiare ed illuminata cura della passività che essa suggerisce ed impone.

ZENDUE

La tazza di tè.
Un giorno, un maestro zen accolse due pellegrini che avevano fatto molta strada per raggiungerlo. Mentre preparava il tè, i suoi ospiti gli spiegarono che, in passato, avevano provato a studiare con molti maestri, ma nessuno li aveva aiutati a raggiungere l’illuminazione. Erano dunque giunti da molto lontano per supplicarlo di essere accolti come allievi. A quel punto, il maestro offrì loro due tazze fumanti di tè. Dopo il primo sorso, il più giovane degli aspiranti allievi tornò a chiedere, impaziente: allora, maestro, ci accoglierai nella tua scuola? Il Maestro rispose: se vuoi che ti conduca all’illuminazione, impara prima a svuotare la tua tazza.

Un Magnifico Regalo

So che molto probabilmente deluderò molti di voi, ma la verità è che io sono un egoista. A me piace vivere bene e, per vivere bene, prima di tutto, penso a me stesso. Scusatemi, a chi altro dovrei pensare? In fondo, la società è un branco di lupi affamati dove tutti sono in guerra con tutti. Ci sono almeno tre citazioni che mi girano in testa da qualche giorno ed esprimono in maniera nitida questo concetto. La prima è il motto latino homo homini lupus;  la seconda è una frase che recita: “il tuo amore per il prossimo è il tuo cattivo amore per te stesso”; la terza, è una banale domanda retorica: “quando c’ho il mal di stomaco, ce l’ho io mica te, o no?”. La prima frase è stata resa celebre da Thomas Hobbes, la seconda è di Friedrich Nietszche e la terza di Vasco Rossi. A prescindere da quale sia il vostro filosofo preferito, il dato di fatto è che l’egoismo è una cosa naturale. L’uomo è schiavo dell’istinto di conservazione e, per conservare se stesso, è naturalmente disposto a fare qualsiasi cosa. Considerato che io sono molto uomo, e ci tengo a conservarmi bene, ho messo a punto alcune strategie che mi consentono di godermi pienamente la vita.

La prima di queste strategie consiste nel perdonare chi mi ha fatto del male. Lasciate che vi spieghi: dietro questa azione – apparentemente nobile ed altruista- si cela un grande equivoco dovuto al fatto che il verbo “perdonare” viene comunemente pensato ed utilizzato come se si trattasse di un verbo transitivo. Voglio dire, normalmente noi diciamo che abbiamo perdonato qualcuno o qualcuno ci chiede di essere perdonato. Ma la verità è che quando perdoniamo un’altra persona, stiamo, in realtà lavorando su noi stessi. Perdonare è un’azione essenzialmente riflessiva che coinvolge solo marginalmente altri esseri umani. Non ne siete convinti? Pensate un attimo a questo dato di fatto: la persona che abbiamo perdonato potrebbe anche non saperne nulla del nostro perdono – potrebbe persino essere morta, oppure, trovarsi lontano, in un’altra città, in un altro Paese. Queste circostanze non toglierebbero nulla al valore del gesto che abbiamo compiuto. Perché la verità è che il primo – ed alle volte anche l’unico- a beneficiare del perdono è lo stesso soggetto che perdona. A che serve infatti provare astio e rancore? Secondo una saggia frase -la cui paternità è, a dire il vero, incerta- “serbare rancore è come bere veleno e sperare che il tuo nemico muoia”.  Le cose stanno esattamente così: il rancore è un veleno di cui non abbiamo alcun bisogno. Fino a quando sarai inquieto, sentirai il dolore e l’umiliazione del torto che hai subito. Così facendo, aiuterai il tuo nemico a tenere sotto scacco la tua anima. Per quanto possa sembrare paradossale, persino chi ha deciso di vendicarsi non deve provare rancore, perché, insegna la saggezza popolare, la vendetta è come una red bull, deve essere consumata ghiacciata.

Zen

Si racconta di un uomo che si recava ogni giorno a pregare Dio perché lo aiutasse a perdonare il fratello maggiore che, a suo dire, aveva commesso un gravissimo torto nei suoi confronti. Un bel giorno, quell’uomo entrò nel tempio e cambiò finalmente la sua preghiera: “Dio mio, Ti ringrazio dal profondo del cuore per avermi dato la forza di perdonare mio fratello. Da oggi, posso tornare a vivere serenamente, perché, grazie ai Tuoi insegnamenti ed alla santa interdizione del Tuo spirito, mi sento finalmente in pace con il mio antico nemico. Vorrei solo chiederTi un ultimo consiglio: sapresti dirmi cosa devo farne del cadavere?”.

Al contrario di quell’uomo, io sono un egoista ed ho quindi imparato a perdonare. Non per superficialità, ma perché so benissimo che “rimettere” il debito altrui curerà, prima di tutto, le ferite della mia anima. Come dice la parola stessa, il perdono è un magnifico dono – ed io adoro farmi dei regali.

Camminare senza pesi
Un giorno, due monaci zen stavano percorrendo una strada di montagna per raggiungere un monastero che distava molti chilometri dalla città. Su quello stesso sentiero, a pochi passi di distanza, camminava spedita anche una giovane e graziosa ragazza. I monaci fecero in modo di non prestarle la minima attenzione, nel rispetto dei doveri che erano stati loro insegnati. Quando, dopo aver molto camminato in silenzio, arrivarono nei pressi di una grande pozza piovana, videro che la ragazza si era fermata, palesemente imbarazzata ed incerta sul da farsi. A quel punto, uno dei due decise di sollevare la ragazza e di aiutarla ad attraversare la pozza. Una volta giunti dall’altra parte, la giovane ringraziò e, con molto garbo, si allontanò, prendendo un diverso sentiero. Dopo molti chilometri, uno dei monaci ruppe finalmente il silenzio e chiese all’altro: “Perché hai toccato quella ragazza? Non ricordi che le nostre regole impongono di non avere nessun contatto con le donne?” L’altro rispose: “Io ho lasciato quella ragazza alla fine della pozza che abbiamo trovato sul nostro cammino, molti chilometri fa. Tu, invece, la stai ancora portando con te.”.

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