La Festa di Confucio. Riflessioni semiserie sul mondo del lavoro.

La scorsa settimana ho fatto quattro passi con mia cugina Simona. Ogni tanto, Simona si ricorda del suo vetusto e saggio cugino e viene a trovarmi. L’idea che si trova alla base delle nostre chiacchierate è che io risponda alle mille domande che affollano la sua mente di giovane studentessa universitaria e la aiuti, attraverso molti ed eruditi riferimenti filosofici, a capire che direzione sta prendendo la sua vita.

La scorsa settimana ho fatto quattro passi con mia cugina Simona. Ogni tanto, Simona si ricorda del suo vetusto e saggio cugino e viene a trovarmi. L’idea che si trova alla base delle nostre chiacchierate è che io risponda alle mille domande che affollano la sua mente di giovane studentessa universitaria e la aiuti, attraverso molti ed eruditi riferimenti filosofici, a capire che direzione sta prendendo la sua vita.

In realtà, passiamo la metà del tempo a prenderci in giro e l’altra metà a litigare. Comunque sia, alla fine della passeggiata, sono sempre le sue domande ad aver chiarito i miei dubbi.

Fiori

1. Dal Giornalaio

Il vecchio esercente sta discutendo animatamente di politica con un cliente. Più precisamente, si lamenta perché hanno aumentato le tasse e conseguentemente diminuito la sua pensione. Io e Simona ascoltiamo pazientemente, compriamo i nostri settimanali ed usciamo.

– Hai capito Simò? Lui si lamenta perché gli hanno diminuito la pensione! A parte che lavora… ma poi dico: ti lamenti? Al posto di essere felice perché hai una pensione… io verso i contributi da almeno quindici anni e non so se ce l’avrò mai, una pensione.
-Beato te.
-…
-Io non so se avrò mai un lavoro.
-Che c’entra? Studiare è già un lavoro, no?
-Affatto, lavoro è quando ti pagano.
-E “rigore è quando arbitro fischia”. Lavoro è quando sudi, ti impegni e fai qualcosa al massimo delle tue possibilità…
-Quindi tu sei stato recentemente assunto da Facebook?
-Ti ho mai detto che sei diventata una signorina acida?
-Dai, seriamente, pensi che io troverò mai un lavoro?
-Ma tesorinomio… certo che lo troverai!
-…
-Solo che dovrai emigrare.
-Cretino.

2. La Festa dei ladroni

Ci incamminiamo verso un centro commerciale che si trova a quindici minuti da casa mia. Accanto al centro commerciale c’è un Mac Donald’s. Accanto al Mac Donald’s, c’è Ikea. Poi dicono che le periferie sono trascurate. Se avessero aperto anche un multisala, avremmo tutto quello che serve per dichiarare l’indipendenza dal Comune di Roma e vivere felici in fiera ed italica autarchia. Raccolgo l’invito di Simona e provo ad essere serio.

 – La situazione è questa: il Paese è letteralmente spaccato, da sempre. La vera divisione non è tra ricchi e poveri, belli e brutti, maschi e femmine o giovani e vecchi. La summa divisio è tra lavoratori autonomi e lavoratori dipendenti. I primi accusano i secondi di non lavorare, soprattutto se statali, i secondi accusano i primi di non pagare le tasse, soprattutto se imprenditori.
-E tu da che parte stai?
-Dalla parte di entrambi. Perché, a loro modo, hanno ragione entrambi. I lavoratori dipendenti non lavorano quasi mai al massimo delle proprie possibilità – per usare un eufemismo. E questo significa che rubano. I lavoratori autonomi hanno il vizio dell’evasione fiscale. E questo significa che rubano.
-Quindi la festa dei lavoratori sarebbe, in realtà, la festa dei ladroni?
-No. No. Per carità.
-…
-Casomai è la festa del Concertone di Piazza San Giovanni.
-Se non la smetti di fare battute torno a casa a piedi.
-Va bene, va bene. Keep calm. Secondo te perché imprenditori e dipendenti rubano?
-Perché sono ladri?
-Perché lo Stato mette queste persone nelle condizioni di poterlo o, peggio ancora, di doverlo fare. Hai presente quanto è alta la pressione fiscale nel nostro Paese? Se gli imprenditori pagassero le tasse, fallirebbero prima ancora di aprire. Il sistema politico vuole che questa gente viva nell’illegalità. Solo così possono essere ricattati.
-E gli statali?
-Punto primo: gli statali non vengono pagati. Uno statale guadagna la metà della metà della metà di quanto guadagnerebbe chiunque svolgesse le sue stesse identiche mansioni nel privato. Punto secondo: gli statali sono costretti a lavorare dentro strutture fatiscenti, nel rispetto di milioni di regole assurde, combattendo con pochi ma molto pericolosi colleghi scansafatiche che non possono, non vogliono o non sanno fare nulla. Indovina chi ha fatto costruire le strutture fatiscenti, ha creato le regole assurde ed ha fatto assumere gli scansafatiche?
-Insomma, tu giustifichi entrambi.
-Assolutamente no. Io ho solo individuato una causa. Ricordati sempre: “due torti non fanno una ragione”.
-Aspetta che questa me la segno, di chi è? Jovanotti?
-Confucio.

3. Al bar.

Entriamo nel centro commerciale. Al solito bar, io prendo un caffè, Simona prende un caffè macchiato freddo con latte scremato in un bicchierino di vetro. La sua non è un’ordinazione, è un algoritmo evolutivo.

– Insomma secondo te cosa bisognerebbe fare?
-Abbassare drasticamente le tasse, stabilire pene severe per gli evasori e far rispettare la legge. Pagare meno, pagare tutti.
-E con gli statali?
-Alzare gli stipendi, migliorare le strutture, semplificare la burocrazia e licenziare senza pietà chi non può, non vuole o non sa fare il proprio lavoro.
-Bello…. C’è posto anche per gli unicorni in questa tua visione politica?
-Non c’è niente di peggio che una giovane renziana che non sa sognare.
-Sognare? Ma di che parli? Non hai capito che c’è la crisi?
-Adesso sei tu che scherzi. I tempi facili non sono mai esistiti. In passato, i giovani dovevano fare i conti con altri ed altrettanto gravi problemi. Voglio dire: tuo padre è nato durante la guerra; prima della guerra c’è stata la dittatura, dopo la guerra c’è stato il terrorismo. Non sto dicendo che la situazione sia facile, sto dicendo che le sfide non ti devono spaventare. Ricordati sempre quello che diceva il Comandante Ernesto Guevara: “le battaglie non si perdono, si vincono. Sempre”.
-Il Comandante non tifava per l’Inter.
-…
-…
-Soprattutto, ti raccomando una cosa: non assecondare mai la legge generale che vuole che ciascuno si venda ad un prezzo inferiore di quello che vale.
-Aspetta… aspetta… anche questa è una citazione! Hegel?
-Jovanotti.

Come Desideravi di Respirare.

1. La cosa più importante di tutte.
Un giorno chiesero ad un vecchio Maestro zen quale fosse la cosa più importante di tutte.  Dopo un lungo silenzio, egli rispose: “la cosa più importante di tutte è la testa di un gatto morto. Perché nessuno può dire quale prezzo abbia”. Questo aneddoto mi fa venire in mente una massima di Elias Canetti – i ricchi possono comprare ogni cosa. E poi si illudono che sia davvero tutto – ed un aforisma di Oscar Wilde: “al giorno d’oggi le persone conoscono il prezzo di ogni cosa ed il valore di nessuna”.

Il fatto è che le cose importanti non possono essere semplicemente comprate. Ma non dobbiamo pensare che siano gratuite.

Solo gli allocchi credono a chi promette grandi risultati con il minimo sforzo. “Dimagrisci mangiando mezzo limone al giorno”; “Impara a parlare perfettamente il tedesco giocando a tre sette con gli amici”; “Ferma la caduta dei capelli con un semplice clic.”.

Date retta a me, sono tutte fregature.

Superata una certa età, l’unica cosa che arresta la caduta dei capelli è il pavimento.

Tutto e subito non stanno bene insieme. Le cose importanti hanno bisogno di tempo per crescere. Dobbiamo saper preparare il terreno, gettare le giuste sementi, averne cura ed aspettare, pazientemente, che cresca qualcosa di buono. Perché, come recita un antico proverbio africano, ciò che che cresce lentamente getta radici profonde.

2. Beato lui.

Gli attori famosi, i grandi artisti, i campioni dello sport… tendiamo a pensare che queste persone abbiano ricevuto un dono. Immaginiamo che si siano svegliate un bel giorno ed abbiano scoperto, come per magia, di possedere dei superpoteri. Si tratta di un pensiero rassicurante: in fondo, se qualcuno sa fare bene qualcosa, è solo perché è stato più fortunato di noi.

Sarà anche vero che alcune persone possiedono spiccate attitudini naturali.  Ma dobbiamo anche considerare che dietro quasi tutti i grandi campioni c’è una lunga storia fatta di  eroiche rinunce, di  atroci sofferenze e di feroce determinazione.

Nel suo best seller “Open”, Andre Agassi racconta che quando era ancora un bambino passava ogni minuto di ogni ora del suo tempo libero sul campo da tennis. Il padre, che aveva appositamente costruito una portentosa macchina spara palline, sottoponeva il piccolo Andre ad interminabili sedute di allenamento, urlandogli continuamente nelle orecchie di colpire “più forte”. Prima di un match, quando il figlio non aveva ancora compiuto quindici anni, questo padre/padrone provò a fargli assumere una pasticca di anfetamina.

Andate a guardare su youtube i filmati delle vittorie di Agassi.

Quel volto sconvolto. Quello sguardo perso. Quelle interminabili lacrime.

Aveva proprio ragione Gibran: “Quando siete felici, guardate in fondo al vostro cuore e scoprirete che è solo ciò che vi ha procurato dolore a darvi gioia”.

Affogare

3. Il segreto che non vuoi conoscere.
L’ultima storia Zen di questo articolo racconta del giorno in cui un giovane allievo chiese al suo Maestro che cosa avrebbe dovuto fare per raggiungere l’illuminazione. Il Maestro ordinò all’allievo di entrare in uno stagno. Poi, gli mise una mano sul capo e lo costrinse a restare a lungo sott’acqua. Quando l’allievo riuscì finalmente ad emergere, il Maestro disse: ti ricordi quanto desideravi l’aria mentre eri sott’acqua? Per raggiungere l’illuminazione, devi desiderarla esattamente allo stesso modo.

Avvicinati allo schermo, voglio svelarti un segreto che non vuoi conoscere.

Le cose belle costano.
La qualità si paga.

A renderci capaci di tutto non è la forza di cui disponiamo.
Ma l’intensità del nostro desiderio.

Istupid. Dieci categorie di persone che non dovrebbero possedere un cellulare.

Dieci categorie di persone che non dovrebbero possedere un telefono cellulare.

1. I “ricchi”.
Da almeno quindici anni, hai più debiti che capelli. Eppure, continui a comprare  telefoni cellulari che superano di molto la quotazione dei tuoi organi interni al mercato nero. Elias Canetti ha scritto che il valore di un uomo dipende dal numero delle cose a cui può rinunciare. Se è vero, tu vali leggermente meno del tuo abbonamento ad alta velocità. All inclusive. Al posto di buttare il denaro per queste sciocchezze, potresti provare a risparmiare per comprare qualcosa di serio. Come, ad esempio, la playstation 4, o l’abbonamento in curva.

Cellulare

2. Disturbi ossessivi-compulsivi.
Se passate intere giornate con il cellulare in mano, vi consiglio di prendervi una pausa. Tra qualche anno avrete i polsi di un ottantenne ed i polpastrelli completamente consumati dallo schermo. A meno che non stiate progettando di darvi alla latitanza, vi conviene salvaguardare le vostre impronte digitali. Se non altro, perché il riconoscimento biometrico potrebbero essere l’unico modo per avere accesso ad un cellulare.

3. Breaking Bad.
Non tutti possono permettersi l’amante, il doppio lavoro, l’identità segreta. Non tutti hanno il fisico per queste cose. Per tutti gli altri, ci sono le dual sim. Dai retta a me, non mettere mai la tua vita nelle mani di una persona che possiede due numeri di telefono. Se ne conosci solo uno, non sai abbastanza, se li conosci entrambi, sai troppo.

4. Dite “cheese”, ovvero, i patiti dei selfie.
Poche settimane fa, tre adolescenti di Piacenza sono stati arrestati in flagranza mentre rubavano capi di abbigliamento in un negozio del centro. Una volta giunti in caserma, i ragazzi hanno chiesto ai carabinieri di poter fare un selfie che li ritraesse tutti insieme. Per celebrare la loro prima giornata in caserma. I tutori delle forze dell’ordine sono rimasti letteralmente sbigottiti. E che diamine ragazzi, aspettate almeno la condanna definitiva!

5. Quelli che condividono tutto.
Il mio amico Adriano si rifiuta di utilizzare il cellulare. Alcuni giorni fa, stavo provando a convincerlo del fatto che si tratta di uno strumento davvero imprescindibile

-“Tu non ti rendi conto di quanto possa essere importante avere uno smartphone”.
-“Lo so, ma proprio non fa per me”.
-“Solo perché non hai ancora iniziato ad utilizzarne uno”.
-“Spiegami perché dovrei diventare dipendente da questa nuova tecnologia? La verità è che voi non avete più un attimo di privacy“.
-“Vedo che non ci siamo capiti. Ti ricordi cosa è accaduto lo scorso anno, quando sei stato accerchiato da quel gruppo di energumeni ubriachi?”.
-“Certo che me lo ricordo”.
-“Ecco. Riesci ad immaginare che cosa avrei potuto fare io, con il mio smartphone, se solo fossi passato da quelle parti”.
-“Avresti chiamato la polizia?”.
-“Avrei ripreso la scena e caricato il video su youtube.

6. I kamikaze.
Forse le persone che scrivono messaggi mentre guidano  sono stanche di vivere. Di sicuro, non meritano di avere una macchina, né di possedere un cellulare. Per favore, fatela finita. Con questa condotta scriteriata state mettendo a repentaglio la vostra incolumità, e, soprattutto, la nostra. Se proprio ci tenete a scrivere sciocchezze dalla mattina alla sera, andate a lavorare in una trasmissione di Barbara D’Urso. Continuerete a scrivere stupidaggini ed a giocare con la vita degli altri, ma almeno vi pagheranno.

7. Le vittime del t9.
Non è ancora chiaro se il correttore automatico eviti o propizi le brutte figure. Quel che è certo è che, almeno una volta nella vita, tutti noi abbiamo partecipato ad uno scambio di sms degno del miglior teatro dell’assurdo. Il mio consiglio è di disattivare il t9. I vostri amici potrebbero scoprire che non sapete scrivere apofantico, ma almeno non riceveranno messaggi del tipo “Sto arrivando! FRANCO dagherrotipo domani?”.

8. Quelli che fanno confusione.
Al posto di affermare che la batteria di uno smartphone si sta esaurendo, i giovani d’oggi amano dire che “sta morendo il cell.” Si tratta di un’ulteriore prova del fatto che le nuove generazioni trattano le cose come se fossero persone e le persone come se fossero cose. No ragazzi, i cellulari non muoiono. Anche se non è difficile ipotizzare che i modelli più avanzati, essendo parecchio più intelligenti dei rispettivi proprietari, tentino il suicidio già dopo il terzo “sks, d dv dgt?”

9. I salutisti, ovvero, quelli che hanno paura delle onde.
In metropolitana, per strada,  in fila alla cassa del bar. Lo sguardo fisso, l’atteggiamento professionale, l’auricolare ben nascosto dentro l’orecchio. Per un attimo, penserai che stiano parlando con te, poi, avrai paura che abbiano un disturbo mentale. Non stanno parlando con te e non sono folli. Si tratta di persone che hanno a cuore la propria salute. Per questo motivo, essi evitano di tenere il cellulare vicino alla testa. Preferiscono custodire lo smartphone nella tasca dei pantaloni. Che senso ha salvaguardare il cervello, se poi devi beccarti le onde da un’altra parte, altrettanto delicata? L’unica cosa che mi viene in mente è che potrebbe non essere facile distinguere il primo organo dal secondo.

10) I patiti delle catene.
Ovvero, invia questo messaggio ad altre dieci persone e tutti e dieci sapranno quanto sei stupido. La verità è che un messaggio copia e incolla svilisce la dignità di chi lo invia, e mortifica quella di chi lo riceve. Quando ti invitano a partecipare ad una catena,  rispondi così: caro amico, ho attivato l’opzione “Istupid”, se non cancelli il mio numero entro due ore dalla ricezione di questo sms, il tuo naso diventerà blu ed il tuo cellulare prenderà fuoco. Funziona, credetemi.

La definizione di “follia”. I miei auguri di buona Pasqua

Sabato scorso, io ed il mio amico Federico ci siamo ritrovati a fare le ore piccole in un locale all’estrema periferia di Roma, in uno dei tanti Irish Pub che, a partire dalla prima metà degli anni novanta, hanno letteralmente invaso la città. Fuori, la notte scorreva liscia e silenziosa. Come acqua su un vetro.

Sabato scorso, io ed il mio amico Federico ci siamo ritrovati a fare le ore piccole in un locale all’estrema periferia di Roma, in uno dei tanti Irish Pub che, a partire dalla prima metà degli anni novanta, hanno letteralmente invaso la città. Fuori, la notte scorreva liscia e silenziosa. Come acqua su un vetro.

F.- Il punto è questo amicomio: nella vita non c’è nulla di così sicuro come il cambiamento. Tutto cambia, sempre. E’ una legge universale. Anche quando a noi sembra che le cose rimangano tali e quali per anni, in realtà, ad un livello più piccolo, sotto una prospettiva diversa, stanno comunque evolvendo. Il cambiamento è la qualità fondamentale ed imprescindibile di tutto ciò che vive. Solo la morte è per sempre.

G.-Certo.

F.-Eppure, cambiare richiede una grandissima fatica. Cambiare richiede uno sforzo. Perché noi siamo abitudinari. Ma l’abitudine è una forma di pigrizia mentale. Quando fai sempre la stessa strada per tornare a casa, puoi mettere il “pilota automatico” e pensare ad altro. Quante volte ti sarà capitato di arrivare in un posto con la macchina e di non ricordare come ci sei arrivato…

Jogging

G.-Con il traffico che c’è sul raccordo anulare, mai. Ma capisco cosa intendi.

F.- Intendevo dire che l’abitudine è un modo per “risparmiare energie mentali”. Ma è anche una trappola. A forza di fare sempre le stesse cose, noi smettiamo di crescere. Mangiamo per anni la stessa minestra e ci dimentichiamo quanto è bello provare nuovi gusti, nuovi sapori. I cinesi dicono “ogni volta che assaggi un nuovo cibo, allunghi la tua vita di sette anni”.

G.-I cinesi dicono così perché mangiano le formiche fritte.

F.-…

G.-Voglio dire, con quello che mangiano… il cibo straniero è tutta salute…

F.-…

G.-No, sul serio. Lo sapevi che la parola latina traditio, che significa “consegnare”, ha dato origine ai termini italiani “tradire” e “tradizione”? C’è chi sostiene che il termine traditio abbia assunto una sfumatura negativa proprio con la consegna che Giuda fece di Gesù. Fu  in quel momento che una traditio – una consegna- divenne un tradimento. Questo significa che la tradizione può diventare una trappola.

F.-Bravo! La tradizione è una trappola. Le persone si affezionano alle gesta che compiono quotidianamente e, dopo molti anni, non si ricordano nemmeno perché si comportano in un certo modo, ma continuano lo stesso a fare o non fare qualcosa. Lo sai perché?

G.-Perché non vogliono correre rischi?

F.-Perché tutto quello che vogliono è perpetrare una liturgia, mantenere in vita un rituale.

G.-Certo che questa apologia del cambiamento suona molto renziana… Secondo te, ogni cambiamento è un bene? Mettiamo che io cambio e peggioro?

F.-Si tratta di una obiezione sensata… Peraltro, non avevo nessuna intenzione di fare l’apologia di Renzie. Mettiamola così, amicomio: noi non sappiamo se il cambiamento porterà un miglioramento, ma sappiamo per certo che se vogliamo migliorare dobbiamo necessariamente cambiare. Mi segui?

G.-Assolutamente. Lo sai cosa dico sempre ai miei studenti?

F.-Lasciate Giurisprudenza ed iscrivetevi a Scienze degli Snack al Formaggio?

G.-No. Domando alla classe se qualcuno sa quale sia la definizione di follia.

F.-Seguire uno dei tuoi corsi e sperare di imparare qualcosa?

G.-Se non la smetti di fare il cretino dico alla tua ragazza che hai flirtato con la cameriera.

F.-Scusa, dimmi.

G.-La definizione di follia, amico mio, è “continuare a fare sempre le stesse cose e sperare che il risultato cambi“.

F.-L’hai detto.

G.-Per andare dove non sai, devi passare per dove non sai.

F.- Ah ah ah… Come dici? “Sai dove”? “Non sai dove”? Temo di essermi perso!

G.-Mi sembra un ottimo punto di partenza.

Lezioni di guida: una preghiera per la serenità.

Sono le 7.00 di mattina di un mercoledì qualsiasi. Sto guidando sulla Roma-L’Aquila. Piove. Più precisamente, diluvia. L’acqua è tutto ciò che riesco a vedere. Di solito, viaggio con il volume della musica così alto da non riuscire neanche a sentire i miei pensieri, ma oggi ho spento la radio per concentrarmi sulla guida. Nelle orecchie ho solo il rombo del motore, misto allo scrosciare impetuoso della pioggia.

Sono le 7.00 di mattina di un mercoledì qualsiasi. Sto guidando sulla Roma-L’Aquila. Piove. Più precisamente, diluvia. L’acqua è tutto ciò che riesco a vedere. Di solito, viaggio con il volume della musica così alto da non riuscire neanche a sentire i miei pensieri, ma oggi ho spento la radio per concentrarmi  sulla guida. Nelle orecchie ho solo il rombo del motore, misto allo scrosciare impetuoso della pioggia. Le altre macchine sono sagome sfocate, macchie di colore che appaiono all’improvviso e poi scompaiono di nuovo, inghiottite dal nulla. Questo paesaggio gelido. Grigio. Non so perché, ma mi viene in mente il Presidente Mattarella che canta una messa in latino.  Rabbrividisco.

Subito dopo Carsoli, mi trovo improvvisamente davanti un’utilitaria bianca che, con molta probabilità, è stata immatricolata quindici anni prima che iniziasse l’età della pietra. La macchina è appena emersa dalla pioggia e mantiene l’andatura ciondolante ed incerta di un orso ubriaco. Sono abbastanza vicino per notare che il guidatore ha un cappello. Più esattamente, egli indossa un borsalino nero. Immagino che lo abbia acquistato lo stesso giorno in cui ha comprato la macchina da Fred Flinstones. Senza ombra di dubbio, i guidatori con cappello sono tra i più pericolosi al mondo. Peraltro, egli ha appena messo la freccia a destra, pur trovandosi già sulla destra. Siamo in curva, ma non posso fare altro che spostarmi sulla corsia di sorpasso. Dico tra me e me: “OK. Norman. Vedi di non fare scherzi adesso”. Incrocio le dita, ed accelero.

Mentre lo supero, vengo colto da un moto di humor nero ed immagino il mio necrologio: “lascia due corsi di laurea, una scuola di specializzazione ed un master. Ne danno la notizia, inconsolabili, seimiladuecento followers su Facebook”. Rido come un cretino. Molta gente sostiene che una volta compiuti i quaranta anni sia normale fare un bilancio della propria vita. Se siete ancora giovani, vi consiglio di provare a guidare su di un’autostrada di montagna nel bel mezzo di un diluvio. Vi aiuterà a farvi qualche domanda. Oggi, per esempio, ho capito che la cosa più importante di tutte sono gli affetti. Intendo dire che per quanto io abbia lavorato duro negli ultimi anni, se dovessi avere un brutto incidente, di me resterebbe davvero poco. Per cui, datevi da fare con le condivisioni ed i retweet. Ché sotto i centomila followers, è come se non fossi mai esistito.

Il sorpasso è filato via liscio come l’olio. Per festeggiare, decido di fare una sosta all’autogrill.  Dopo quindici anni di viaggi, è come se fossi a casa mia, sono diventato un “cliente abituale”. La differenza tra i clienti abituali ed i clienti occasionali è che i primi bevono un caffè – oppure, fanno colazione con cappuccino e cornetto – usano il bagno, salutano con sguardo complice il personale – che conoscono molto meglio dei vicini di casa – pagano ed escono. Gli occasionali, invece, sono posseduti da una micidiale trance consumistica e spendono metà dello stipendio in cianfrusaglie, concentrandosi, con indomabile appetito, sulla “Bottegaccia” dei prodotti regionali. Mentre sorseggio il mio caffè, noto un signore che ha appena comprato quindici chili di salumi ed un numero imprecisato di confezioni di “sassi dell’Aquila”. Deve essersi reso conto di aver esagerato e sta blaterando qualcosa a proposito di uno sconto. Sorrido al cassiere, che alza gli occhi al cielo scuotendo la testa, ed esco.

Diluvia. Ancora. Devo essere in ufficio entro le 9.00. Il programma di oggi prevede il CEV, il CCL, il CDD ed il CDF. In queste riunioni, parleremo soprattutto della SUA, del MIUR e della VQR. L’utilizzo del codice fiscale ci aiuterà a fare finta che stiamo facendo qualcosa di scientifico, o, almeno, di serio. La verità è che – al netto dei nostri peccati – non ci saremmo meritati questa riforma del sistema universitario neanche se fossimo stati noi ad organizzare “cene eleganti”, mentre il resto del Paese andava, molto più prosaicamente, a puttane. Il mio lavoro sarebbe quello di insegnare e fare ricerca. Se avessi voluto passare la vita a catalogare ed elaborare dati, sarei nato foglio di excel.

Mentre mi rimetto in viaggio, recito una delle preghiere più belle che conosco: Signore, dammi la forza per cambiare le cose che posso cambiare, la  pazienza per accettare le cose che non posso cambiare e, soprattutto, dammi la saggezza necessaria per distinguere le prime dalle seconde.