Una Fragola Sul Precipizio

“Per vedere il mondo in un granello di sabbia
e il paradiso in un fiore selvatico,
trattieni l’infinito nel palmo di una mano
e l’eternità in un’ora”.
W. Blake

1. Qui ed ora
La quartina che ho posto in epigrafe è tratta da una bella poesia di William Blake intitolata Gli auguri dell’innocenza. Si potrebbero dire molte cose su questa opera – a partire dalla difficoltà di tradurne l’esatto significato in italiano. Ad ogni modo, il senso della prima quartina può essere facilmente rintracciato: il Poeta ci invita a trattenere l’eternità in un’ora. Blake scrive che persino un granello di sabbia testimonia la spettacolare magnificenza del creato. Se vogliamo scovare il paradiso nelle cose piccole ed apprezzare la struggente bellezza di tutto ciò che è apparentemente semplice, comune, umile, allora dobbiamo essere in grado di comprendere – letteralmente “prendere in mano”- l’infinito.
Tutto ciò significa che dobbiamo essere in grado di afferrare e tenere ben stretto il nostro presente.

Perché vivere il presente è la cosa più difficile di tutte, ed è anche la più importante.

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2. La tigre che ti rincorre
Il passato ci ha forgiati, segnando in maniera indelebile il nostro cuore e la nostra coscienza. Durante l’infanzia, abbiamo sperimentato ed appreso chi siamo. In quei primi anni, quando il nostro cuore era un territorio inesplorato, abbiamo vissuto esperienze molto intense. Quel genere di esperienze che alcuni studiosi amano definire “di picco”. Mi riferisco al momento in cui abbiamo provato per la prima volta – ed in maniera molto intensa- il terrore, la speranza, l’amore, la gioia ed il dolore.  Tutti noi conserviamo queste prime esperienze in un posto molto profondo e molto riservato. E ce lo portiamo dentro –  spesso trascinandolo – per il resto della vita

Per quanto possa sembrare strano, non vogliamo abbandonare questa zavorra. Giustamente, non vogliamo abbandonare i ricordi dei nostri primi momenti felici. Ma è difficile comprendere per quale motivo dobbiamo continuare a ricordare il momento in cui siamo stati spezzati. Di fatti,  ci affezioniamo anche ai nostri ricordi negativi e proviamo continuamente a riviverli.

Insomma, troppo spesso non riusciamo a liberarci del passato. Come un disco rotto, continuiamo a lagnarci di quello che è accaduto decine di anni fa: continuiamo a dare la colpa per ciò che siamo diventati al modo in cui ci hanno cresciuti, a quello che genitori, educatori e coetanei hanno fatto di noi.  Ma la verità è che il passato non conta, non ha alcuna presa sulla realtà, non esiste. Dobbiamo smetterla di soffrire per cose che sono accadute secoli fa. Come amava ripetere un famoso Comandante argentino

“Indietro non si torna, neanche per prendere la rincorsa”.

3. La tigre che ti aspetta
Quando non stiamo soffrendo per le ferite che ci ha inflitto il passato, siamo preoccupati per ciò che potrebbe accadere in futuro. Eppure, neanche il futuro esiste. Mi piacerebbe adottare – con tutt’altro significato – un vecchio slogan punk che recitava No Future. Nessun futuro. Sembra triste, invece è una cosa bellissima. Concentrati su quello che devi fare oggi, e cerca di dare il massimo. Senza preoccuparti di quello che potrebbe accadere domani.

Perché il domani è una terra straniera.

Ma come, esimio professore, la settimana scorsa ha scritto che dobbiamo seminare per raccogliere, ed oggi il futuro non esiste? Esattamente. Persino quando semini devi  concentrarti sul presente, perché chi semina pensando al raccolto rischia di non raccogliere nulla. Chi fa il bene oggi, solo perché spera di ottenere il paradiso domani, è un ipocrita che sta sprecando inutilmente la propria vita. Il bene è ricompensa a se stesso, si fa per il bene. Non tanto perché, come ha insegnato Kant, il dovere si fa per il dovere, ma perché é bello fare del bene: il paradiso è vivere con il cuore in pace, con Dio e con i fratelli. Qui, ed ora.

 4. In bilico
A grande richiesta, torno a concludere un mio articolo con una breve parabola zen: un giorno un uomo stava camminando nella foresta, quando, all’improvviso, iniziò ad inseguirlo una tigre affamata. L’uomo corse più forte che poteva. Arrivato nei pressi di un crepaccio, si aggrappò alla radice di una vite selvatica e si lasciò penzolare sul baratro. Scrutando in fondo al burrone, vide un’altra tigre che lo stava aspettando per divorarlo. In quel momento, due topolini, uno bianco ed uno nero, iniziarono a rosicchiare la radice della pianta su cui l’uomo era aggrappato. A quel punto, l’uomo scorse accanto a sé una fragola. Restando aggrappato alla vite con una mano sola, con l’altra, colse la fragola.
Com’era dolce!


La Parola e il Destino

“L’uomo semina un pensiero e raccoglie un’azione; semina un’azione e raccoglie un’abitudine; semina un’abitudine e raccoglie un carattere; semina un carattere e raccoglie un destino.”

La potenza del pensiero muta il destino – Swami Sivananda.

1. Pensieri e Parole. Al riparo della citazione che ho posto in epigrafe trovano ospitalità molti pensieri. Tutti belli, profondi ed importanti. Proviamo a considerarne insieme alcuni. A mio avviso il primo merito della poesia che ho citato è di collegare direttamente il nostro pensiero al nostro destino. Questo significa che c’è uno stretto rapporto tra il nostro destino ed il nostro vocabolario. Nulla influisce sulla purezza dei pensieri come le parole che usiamo. Senza ombra di dubbio, il primo ed il più importante strumento di ecologia della mente è rappresentato dal linguaggio. Prova a cambiare le parole che utilizzi per comunicare con gli altri. Soprattutto, prova a cambiare le parole che usi per parlare con te stesso. Vedrai che cambieranno magicamente moltissime cose, dentro e fuori di te. Facciamo qualche esempio: se non avessi una relazione sentimentale stabile preferiresti essere definito “libero” o “solo”?; Se fossi in sovrappeso, preferiresti che le persone dicessero che sei “robusto” o “obeso”? Le parole incidono sulla realtà, sono fondamentali. Lo sanno benissimo quei terapeuti che sperano ancora di poter curare i propri pazienti senza abusare di farmaci; lo sanno i poeti, i filosofi ed i pubblicitari. Soprattutto, lo sanno  i politici ed i dittatori, che utilizzano gli slogan per  condizionare il comportamento dei cittadini.  Chi governa il linguaggio, governa il mondo.

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2. Il cielo in una stanza. Il secondo elemento di questa frase che mi piace sottolineare è il rapporto che essa stabilisce tra il pensiero e l’azione. Riprendiamo una massima di Karl Marx: i filosofi hanno dissertato sul mondo per secoli, ora, è arrivato il momento di provare a cambiarlo. Badate bene, non intendo affatto dire che l’azione è più importante del pensiero, ci mancherebbe, intendo sostenere che il pensiero, da solo, non farà mai la differenza. Posso passare intere giornate a pensare quanto sarebbe bello se il soffitto della mia camera da letto fosse dipinto di viola – come cantava Gino Paoli in una celebre canzone -, ma il colore del soffitto non cambierà fino al giorno in cui non deciderò di salire su di una maledetta scala e sporcarmi finalmente le mani di vernice. Ripeto, questo non significa che l’azione è più importante del pensiero, ma significa che il pensiero è sterile, se non produce un’azione, fosse anche solo la comunicazione e la divulgazione. Insomma, passare la vita a pensare senza agire è tanto pericoloso quanto passare la vita ad agire senza pensare.

3. I compiti per le vacanze. Il terzo elemento di questa frase che vorrei sottolineare è l’uso verbo “semina”. Questo è ciò che dobbiamo fare della nostra vita: noi dobbiamo coltivare. Mi rivolgo soprattutto ai giovani. So che molti colleghi, in questo periodo, vi stanno affidando compiti per le vacanze parecchio poetici e stravaganti. Con il massimo rispetto per questi docenti e per le idee che hanno espresso, io vorrei consigliarvi un’altra e diversa ricetta per le vostre ferie. Dopo che avrete osservato il sole che sorge, a piedi nudi, nel bosco; dopo che avrete smesso di recitare il mantra del fiore di loto sulla spiaggia, insomma, quando sarete finalmente entrati in contatto con il vostro io più profondo e con la vibrazione cosmica che esso produce, io vi consiglio di spegnere per dieci minuti il cellulare – sacrilegio! – e pensare a come far fruttare la vostra estate. Datevi un obiettivo da raggiungere nei prossimi tre mesi e lavorate, giorno dopo giorno, alla sua realizzazione. Non importa se si tratta di costruire una casetta su di un albero, guadagnare fluidità al pianoforte, imparare a ballare la salsa o migliorare il vostro tempo nei cento metri. L’importante è che in questi mesi voi vi alleniate alla dedizione. Perché la gioventù è il momento di fare questo: imparare a coltivare. Abituatevi a ripetere, con coscienza, con consapevolezza. Abituatevi ad insistere, minuto dopo minuto, ora dopo ora, giorno dopo giorno… ancora ed ancora. Questo allenamento vi tornerà utile in futuro. Molti sono convinti che la vita sia una locanda spagnola: nella vostra stanza, troverete solo quello che vi siete portati da casa.

4. La locanda spagnola. E qui arrivano le dolenti note. L’ultima parte della frase: il destino. La maggior parte degli uomini ci crede ciecamente, al destino. Ed è innegabile che la sorte, la fortuna o il caso giochino un ruolo fondamentale nella vita delle persone. Altri preferiscono pensare che si tratti dell’imperscrutabile disegno divino. Quel che è certo è che su molte cose, che semplicemente accadono, noi non abbiamo alcuna presa. Una decina di anni fa, di notte, sulla A24, sono stato illuminato dai fari di una macchina che si trovava sulla mia stessa corsia ma procedeva in una direzione – come dire – “poco ortodossa”. Non ho deciso di trovarmi in quella situazione, eppure, la macchina si trovava lì, sulla mia strada. Ho pensato per molto tempo al tempismo, all’elevato numero di coincidenze necessarie perché si verificasse quell’incidente. Quando sono uscito di casa, quando sono tornato a prendere il cellulare, quando ho indugiato cinque minuti per salutare gli amici, quando ho deciso che sarei partito di notte… in senso figurato, quella trottola impazzita era già lì, da giorni, ad aspettarmi. Ovviamente, questo è solo un esempio. Il punto è: non puoi controllare tutto ciò che ti accade. In larga misura, ciò che succede non dipende da te. Ma come reagisci agli eventi, come affronti ciò che accade, questo sì, questo è un problema tuo. C’è una parte del tuo destino su cui puoi lavorare. Ad esempio, puoi provare a propiziare le condizioni favorevoli alla realizzazione dei tuoi piani. Puoi allenarti quotidianamente e forgiare un carattere in grado di affrontare le avversità. Puoi decidere di rispettare i limiti di velocità, avrai maggiori possibilità di sterzare ed evitare l’impatto. Preoccupati solo di fare bene la tua parte.

Come disse un celebre informatico: l’unico modo di prevedere il futuro è di iniziare ad inventarlo. Ora.

(Non) Avere Paura

“Un giorno la paura bussò alla porta, il coraggio andò ad aprire e non trovò nessuno”.
J. W. Goethe

1. La domanda di Tony
Anthony Robbins è un motivatore molto famoso e capace. Negli ultimi trent’anni, ha pubblicato diversi best seller, organizzando master e seminari praticamente in ogni Paese del mondo. La sua domanda preferita è: “cosa faresti, se fossi assolutamente certo di non poter fallire?”.  Pensaci un attimo. Se tu fossi assolutamente certo di avere successo, cosa faresti domani? Continueresti a fare la vita di sempre, o c’è un’impresa, un’avventura, un destino che hai sempre pensato fosse il tuo ma che non hai mai osato inseguire per paura di non farcela? Si dice che le ragazze più carine di una scuola siano anche le più sole, perché nessuno ha il coraggio di chiedere loro di uscire.

Quando hanno paura di perdere, gli uomini si bloccano, fanno un passo indietro, preferiscono restare in silenzio a causa della paralizzante paura di sentirsi dire di no, di essere pubblicamente rifiutati. Come cantavano i Guns n’ Roses negli anni novanta: “hai già fatto molte brutte figure in passato, perché non la smetti? Perché devi trovare un altro motivo per soffrire?”. Ma colui il quale impara a sopportare la cocente umiliazione di un rifiuto, con gli anni, impara anche  il modo giusto di chiedere ed ottenere ciò che vuole. Questo è il genere di persone che conquista il mondo.

Medita

2. La giusta attenzione

Gli sportivi sanno bene che la tensione non si evita, si gestisce.

Con la paura le cose stanno esattamente allo stesso modo. Non dobbiamo pensare di poter o di dover vivere senza provare mai paura. La paura è  importante, può salvarci la vita. Per quale motivo molte persone, dopo averne discusso con il proprio medico, decidono di mettersi a dieta o smettono di fumare? Per quale motivo uno sciatore alle prime armi evita di affrontare le piste più difficili?  Siamo esseri umani e, se possibile, vogliamo evitare seccature (come, ad esempio, il traffico, le tasse, il dolore o la morte). Pur di avere un minimo controllo su quello che (non) ci accadrà domani, siamo pronti a rinunciare al piacere (effimero) di oggi. Ancor di più, la paura si può trasformare in coraggio. Per quanto possa sembrare paradossale, il timore può darci la capacità di reagire con una forza ed una determinazione che non avremmo mai pensato di possedere.

Perché “anche un gatto, quando viene messo in un angolo, diventa una tigre” (antico proverbio cinese).

Insomma, la paura ha molto da offrire. Per questo motivo, dobbiamo prestare la giusta attenzione quando ci parla. Al tempo stesso, non dobbiamo lasciare che si impadronisca della nostra anima. Non dobbiamo lasciare che cresca sino a trasformarsi in quel diverso sentimento che va sotto il nome di terrore. A differenza della paura, il terrore paralizza, impedisce alle persone di fare o pensare alcunché. Una persona terrorizzata resterà inerme, mettendo la testa sotto la sabbia, nell’attesa che il proprio destino si compia.

Purtroppo, le persone ossessionate da qualcosa restano facilmente incastrate in un brutto circolo vizioso: quando le loro ossessioni prendono corpo, queste persone sembrano ricavarne una strana soddisfazione, una sorta di conferma. “L’avevo detto che sarebbe accaduto”. Ma non dobbiamo pensare che siano particolarmente sagge, né che possiedano doti divinatorie. Semplicemente, hanno intuito che la nave avrebbe potuto andare alla deriva e, a partire da quel momento, sono rimaste paralizzate, limitandosi ad osservare gli eventi, mentre perdevano definitivamente il controllo della situazione. Il fatto di aver previsto che le cose avrebbero anche potuto andare male, deresponsabilizza queste persone, le aiuta a non sentirsi in colpa. Ma la verità è che se avessero davvero compreso quello che stava accadendo, avrebbero fatto qualcosa per evitare che accadesse.
Invece di limitarsi a tremare come conigli.

La paura è un potentissimo motivatore, il terrore, invece, è un assassino.

3. L’ospite inquieto
Era l’estate del 2005, credo. Mi trovavo ad una festa organizzata dalla parrocchia. Più esattamente, si trattava di una di quelle immense adunate oceaniche – fatte di gruppi giovanili, coppie con prole al seguito, vecchi soli ed umanità varia – che soltanto il Don avrebbe potuto pensare ed organizzare. A questa  caleidoscopica manifestazione di gioia popolare aveva preso parte anche un gruppo musicale africano che aveva rallegrato la nostra giornata con canti e balli etnici.
Ad ora di cena, nella immensa tavolata imbandita nel giardino antistante l’oratorio, ho trovato posto tra questi musicisti stranieri. Mi incuriosivano, volevo saperne di più. Erano tutti allegri, loquaci e rumorosi. Tranne uno. Il viso segnato dall’acne, il pizzetto nero, il collo chino sul piatto. Se per caso alzava lo sguardo, i suoi occhi guizzavano via veloci, dribblando agilmente i miei.
E non erano occhi sereni.
Arrivati alla fine della cena, quando il Don stava raccontando l’ennesima barzelletta, il musicista silenzioso decise di uscire dal suo splendido isolamento, piantò gli occhi sul viso del parroco e chiese, ad alta voce, : “da dove viene il peccato, prete?”.
Sulla tavolata cadde un silenzio di ghiaccio. Per un attimo – un batter di ciglia – anche il Don restò a bocca aperta. L’allegria guascona di poco prima scivolò dal suo volto come una maschera.
Poi, abbassò lo sguardo e rispose sicuro: “dalla paura”.

Parla con me

“Il nostro fallimento non dipende dalle sconfitte che abbiamo subito,
ma dalle discussioni che non abbiamo mai fatto”.
Berna, graffito in un centro giovanile.

0. Introduzione
Mi piace molto la citazione che ho posto in epigrafe. Quando la leggi la prima volta, sembra talmente vera e giusta da risultare quasi banale, scontata. Ma le cose non stanno esattamente così. Mi riferisco soprattutto al fatto che la seconda metà della frase è asimmetrica: il contrario di sconfitte è vittorie. Ovviamente, non avrebbe avuto senso scrivere che il fallimento di qualcuno dipende dalle vittorie che non ha mai ottenuto. Eppure, dopo la virgola, mi sarei aspettato di trovare un riferimento “alle battaglie che non abbiamo mai combattuto” piuttosto che alle discussioni che non abbiamo mai fatto. Perché, come amava ripetere Ernesto Guevara – detto il Che- “le battaglie non si perdono, si vincono sempre”.
Mettiamola così: se proviamo a fare qualcosa abbiamo almeno il cinquanta per cento di possibilità di riuscire, ma se voltiamo la testa dall’altra parte ed evitiamo di andare in battaglia, possiamo essere certi che non ce la faremo mai. Per questo motivo, si dice che arrivati ad una certa età è meglio avere rimorsi piuttosto che rimpianti. Ad ogni modo, la frase che ho citato esprime qualcosa di più importante del “semplice”: abbiamo sbagliato perché abbiamo rinunciato a lottare.

Noi

1. Silence, Please!
La frase che ho citato invita dunque a discutere, mentre le persone, troppo spesso, scelgono il silenzio: la cosa più odiosa e stupida in assoluto – con buona pace di molti lungometraggi esistenzialisti francesi. Nella maggior parte dei casi, il silenzio non è elegante, non è significativo, non è etico. Il silenzio è solo la cosa più facile e borghese che esista. Quando penso che stai sbagliando, io ho il dovere di prenderti da parte e costringerti a parlare. Ho il dovere di dirti le cose che non vorresti sentirti dire. Perché si cresce “in opposizione”. Perché il mio pensiero ostile vuole essere l’ostacolo – il gradino – sul quale appoggerai il tuo piede per salire più in alto. Perché un sinonimo di “rispondere” è “contestare”. Perché noi viviamo nella società del politicamente corretto, in cui alcune cose esistono, ma non possono essere dette. Ci illudiamo che, non chiamando le cose con il proprio nome, queste cesseranno progressivamente di esistere per trasformarsi magicamente in qualcosa di più bello e garbato. Ma i problemi non si risolvono rendendoli invisibili. Anzi.
Sotto altro e diverso punto di vista, la gente discute molto, ma lo fa nei luoghi sbagliati, nei modi sbagliati, per i motivi sbagliati e, soprattutto, con le persone sbagliate. Basta fare un giro su internet per rendersene conto. Gli utenti di Facebook e Youtube danno continuamente vita ad arditissime ed agguerrite battaglie teoretiche, spesso singolarmente, ancor più spesso, in gruppo. “Tu da che parte stai, con Samantha o con Selvaggia?”; “Questo gruppo non fa vero Rap”; “Se DiCaprio non ha mai vinto un Oscar è perché il mio pesce rosso recita meglio di lui”.
E le foibe? E i Marò?
Dietro ad uno schermo, protetti dalla foglia di fico di un nickname, sono tutti leoni, pronti a combattere e morire per le idee in cui credono – non importa quanto stupide ed assurde esse siano. Ma la verità è che queste persone scrivono solo per sfogare la propria aggressività repressa, non sono in alcun modo interessate al dialogo.
Non sono di certo queste le discussioni che fanno crescere.
Primo: le discussioni importanti si fanno in privato – evitando che ci sia un qualsiasi tipo di pubblico pronto a schierarsi da una parte o dall’altra – e, se possibile, dal vivo. Secondo: le discussioni importanti si fanno scegliendo bene le parole, perché tanto più è serio l’oggetto della discussione tanto più facilmente si rischia di degenerare. Terzo: una cosa fondamentale che insegnano ai bambini che imparano uno sport di squadra come il basket o il calcio è che in campo non si grida. Perché chi parla, perde fiato. Dobbiamo scegliere con cura le nostre battaglie, nessuno ci ridarà gli anni che abbiamo perso a discutere sul nulla. Quarto: molte persone preferiscono passare ore a discutere con uno sconosciuto in un bar – o su internet – piuttosto che redarguire i propri figli.
Ci sono tre modi per rovinare la vita di un figlio: 1) criticare continuamente tutto quello che fa – a prescindere; 2) ignorare deliberatamente qualsiasi cosa faccia; 3) adulare incondizionatamente ogni sua azione. Se il primo ed il secondo errore provocano danni, il terzo è letale. Adulare incondizionatamente un figlio è il modo migliore per farne uno stolto, confondendo l’amore con il quieto vivere ed evitando accuratamente che cresca.
Le persone con cui dovremmo discutere maggiormente sono proprio le persone che ci stanno vicino, quelle che rispettiamo ed amiamo.

2. Conclusioni
Tornando all’inizio di questo articolo – e concludendo il discorso – io credo che la frase da cui siamo partiti si riferisca alle discussioni che non abbiamo mai voluto fare sulle nostre idee. A me sembra che solo in questo modo il riferimento al fallimento possa acquistare un senso. Non è vero che le persone anziane non hanno voglia di mettersi in discussione, ma è vero piuttosto che le persone invecchiano quando perdono la voglia di mettersi in discussione. Nel corso della nostra vita, sarà pur capitato che qualcuno venisse a bussare alla porta di casa per farci notare che ci stavamo comportando in maniera sbagliata. Se è accaduto, è probabile che in quella occasione abbiamo reagito da stupidi: negando istintivamente di aver commesso un errore al posto di restare sereni o, tutt’al più, mostrare gratitudine. La cosa più bella che possiamo ricevere è una critica.
Se viene fatta in buona fede, ogni critica merita di essere presa sul serio: è un atto d’amore ed un favore. Perché solo un cretino potrebbe aiutare un nemico a migliorare se stesso.



Alla Fiera D’Oriente

1. In macchina con il mio amico Marco detto Fritz.
-Sai, Fritz, io non compro mai nulla alle fiere.
-Perché?
-Perché nel commercio ci sono poche ma fondamentali regole da rispettare. Una di esse recita: puoi tosare molte volte una pecora, ma la potrai scuoiare una sola volta.
-Andiamo alla Fiera, mica al Mattatoio.
-Voglio dire: il fornaio dove vado tutti i giorni sa benissimo che, se proprio deve, potrà anche tosarmi, ma non mi scuoierà. Mi segui?
-No. Parla chiaro.
-In una Fiera, i commercianti sono viaggiatori, stranieri… persone che non hai mai visto prima e che non rivedrai mai più… si sentono liberi di rifilarti una fregatura.
-Ho capito, la tua è la regola fondamentale della truffa, non la regola fondamentale del commercio.
-Ti ho già detto che “il modello di imprenditore è il rapinatore”?
-Comunista.
-Ignorante.

Seguono venticinque minuti e trentadue secondi di silenzio ostile ed affilato come una lama.

Zen

Appena arrivati, resto parecchio sorpreso dalla distanza che separa la biglietteria dal parcheggio. Per raggiungere l’entrata dobbiamo infatti camminare molto, tra scale (im)mobili e percorsi obbligati. Non posso fare a meno di domandarmi come potrebbero fare un bambino o una persona anziana ad affrontare questo pellegrinaggio.

2. Pranzo.
Dopo aver pagato il biglietto, finalmente entriamo alla Fiera d’Oriente. Il nostro amico Andrea detto Abramo ci sta aspettando da almeno mezz’ora. Come noi, è molto affamato. Purtroppo, non siamo d’accordo sul cibo: Abramo ha messo gli occhi su l’unico ristorante indonesiano in Italia, io preferirei il sushi e Fritz vorrebbe un kebab. Iniziamo dunque a discutere. In un crescendo di malumore e cattiva coscienza, ci rinfacciamo la scelta di essere venuti alla Fiera; la decisione di incontrarci proprio oggi ed il fatto di non aver invitato lo Smilzo – ciascuno pensava che l’avrebbe chiamato l’altro. Con ben poca signorilità, Fritz si spinge sino a recriminare sulla biglia di Nuvolari che, a suo dire, mi avrebbe prestato durante la gita scolastica della quinta elementare. Decidiamo che ciascuno mangerà per conto suo. E Dio per tutti.

Seguono venticinque minuti e trentadue secondi di silenzio ostile ed affilato come una lama.

3. La spada.
Sarà perché la musica assordante che si sente in questo posto ha ottenebrato la mia capacità di discernimento, sarà perché il cibo mi ha messo di buon umore, sarà che voglio provocare Fritz, sta di fatto che dopo il pranzo tradisco ogni mio principio ed inizio a comprare di tutto. Acquisto i biglietti d’auguri in stile origami; l’incenso da regalare a mia cugina Simona, il cd di canzoni orientali; le bacchette da sushi; la calamita a forma di geisha; un fermacapelli per la mia carissima amica F. Dopo circa un’ora – quando nel portafoglio restano solo dieci euro- mi trovo improvvisamente di fronte ad uno stand che vende spade. Resto colpito dal venditore: un vero commerciante d’armi orientale. Il suo viso, dai tratti tipicamente indiani, è adornato da mille piercing e segnato da una profonda cicatrice sulla guancia sinistra. I suoi occhi, neri come una notte senza stelle, raccontano le infinite tempeste che avrà sicuramente dovuto affrontare per comprare ed importare queste armi.

Fritz si avvicina e mi sussurra all’orecchio:
-La spada costa cinquanta bombe, le hai?
-Veramente no.
-Allora mi sa che ti tocca chiedere uno sconto.
-Scherzi? Non conosci la regola fondamentale della contrattazione?
-…
-“Chi parla per primo perde”.
-Ma non era “chi picchia per primo picchia due volte”?

Incurante dello scialbo sarcasmo di Fritz, provo ad usare le mie proverbiali conoscenze antropo-psicologiche. Decido che sfrutterò il linguaggio universale del corpo. Afferro la spada, la poso. Guardo negli occhi il commerciante. Niente. Afferro di nuovo la spada, la stringo al petto, la poso. Guardo dritto negli occhi il commerciante. Niente. Provo una terza volta. Ancora niente. Il ragazzo è un duro. Non mi lascia altra scelta.

-“Buon giorno, vorrei acquistare questa spada, ma… se guarda bene, noterà che c’è un piccolo graffio…”

Al mio fianco si è materializza una vecchietta. Avrà più o meno l’età della pietra. Il suo viso è una ragnatela di rughe. La voce, graziosa quanto un uncino che graffia su di una lavagna.

-“mi scusi, giovane, ma cosa sta facendo?”
-“come dice, signora?”
-“ non ha visto il prezzo? Le sembra educato chiedere uno sconto?”
-“Mha, veda… mercanteggiare fa parte della loro cultura. Se non lo facessi, il nostro ospite si sentirebbe profondamente offeso” .
-“Dice, giovane? Comunque sia non mi sembra il caso di mettere in dubbio la bontà della merce davanti a tutti”.
-“Guardi, signora, non si tratta di mettere in dubbio, è solo un modo per dialogare.”.

Non c’è niente da fare, non molla. Mi rivolgo dunque al mercante, sperando che possa mettere fine a questa ignobile pantomima.

-“Non è forse vero che nella vostra cultura è consuetudine che il compratore contratti il prezzo della merce?”
-“E io che ne so? Mi padre c’ha er negozio a via de la Scrofa… Fate n po’ come ve pare, basta che nun me mettete in mezzo a me.”

Facendo leva sulla mia innata capacità retorica, riesco ad ottenere un prestito da Fritz. Ma devo promettergli che, assieme al denaro, restituirò anche la biglia di Nuvolari.

FIera

4. Conclusioni
Dopo aver molto riflettuto, ho capito che la Fiera d’Oriente rappresenta la perfetta metafora dell’Europa: 1) paghi per entrare, affascinato dalle bugie che ti hanno raccontato sulla bellezza del posto; 2) una volta dentro, la prima cosa che scopri è che la struttura è stata progettata senza tenere in minima considerazione le esigenze dei più deboli; 3) il tanto decantato dialogo interculturale si limita allo stretto necessario per far funzionare uno sconfinato centro commerciale; 4) quando finalmente inizi ad orientarti, ed a capire come funzionano le cose, sei costretto ad uscire perché sei al verde e nessuno dei tuoi vecchi amici è disposto a prestarti altri soldi