(Non) Avere Paura

“Un giorno la paura bussò alla porta, il coraggio andò ad aprire e non trovò nessuno”.
J. W. Goethe

1. La domanda di Tony
Anthony Robbins è un motivatore molto famoso e capace. Negli ultimi trent’anni, ha pubblicato diversi best seller, organizzando master e seminari praticamente in ogni Paese del mondo. La sua domanda preferita è: “cosa faresti, se fossi assolutamente certo di non poter fallire?”.  Pensaci un attimo. Se tu fossi assolutamente certo di avere successo, cosa faresti domani? Continueresti a fare la vita di sempre, o c’è un’impresa, un’avventura, un destino che hai sempre pensato fosse il tuo ma che non hai mai osato inseguire per paura di non farcela? Si dice che le ragazze più carine di una scuola siano anche le più sole, perché nessuno ha il coraggio di chiedere loro di uscire.

Quando hanno paura di perdere, gli uomini si bloccano, fanno un passo indietro, preferiscono restare in silenzio a causa della paralizzante paura di sentirsi dire di no, di essere pubblicamente rifiutati. Come cantavano i Guns n’ Roses negli anni novanta: “hai già fatto molte brutte figure in passato, perché non la smetti? Perché devi trovare un altro motivo per soffrire?”. Ma colui il quale impara a sopportare la cocente umiliazione di un rifiuto, con gli anni, impara anche  il modo giusto di chiedere ed ottenere ciò che vuole. Questo è il genere di persone che conquista il mondo.

Medita

2. La giusta attenzione

Gli sportivi sanno bene che la tensione non si evita, si gestisce.

Con la paura le cose stanno esattamente allo stesso modo. Non dobbiamo pensare di poter o di dover vivere senza provare mai paura. La paura è  importante, può salvarci la vita. Per quale motivo molte persone, dopo averne discusso con il proprio medico, decidono di mettersi a dieta o smettono di fumare? Per quale motivo uno sciatore alle prime armi evita di affrontare le piste più difficili?  Siamo esseri umani e, se possibile, vogliamo evitare seccature (come, ad esempio, il traffico, le tasse, il dolore o la morte). Pur di avere un minimo controllo su quello che (non) ci accadrà domani, siamo pronti a rinunciare al piacere (effimero) di oggi. Ancor di più, la paura si può trasformare in coraggio. Per quanto possa sembrare paradossale, il timore può darci la capacità di reagire con una forza ed una determinazione che non avremmo mai pensato di possedere.

Perché “anche un gatto, quando viene messo in un angolo, diventa una tigre” (antico proverbio cinese).

Insomma, la paura ha molto da offrire. Per questo motivo, dobbiamo prestare la giusta attenzione quando ci parla. Al tempo stesso, non dobbiamo lasciare che si impadronisca della nostra anima. Non dobbiamo lasciare che cresca sino a trasformarsi in quel diverso sentimento che va sotto il nome di terrore. A differenza della paura, il terrore paralizza, impedisce alle persone di fare o pensare alcunché. Una persona terrorizzata resterà inerme, mettendo la testa sotto la sabbia, nell’attesa che il proprio destino si compia.

Purtroppo, le persone ossessionate da qualcosa restano facilmente incastrate in un brutto circolo vizioso: quando le loro ossessioni prendono corpo, queste persone sembrano ricavarne una strana soddisfazione, una sorta di conferma. “L’avevo detto che sarebbe accaduto”. Ma non dobbiamo pensare che siano particolarmente sagge, né che possiedano doti divinatorie. Semplicemente, hanno intuito che la nave avrebbe potuto andare alla deriva e, a partire da quel momento, sono rimaste paralizzate, limitandosi ad osservare gli eventi, mentre perdevano definitivamente il controllo della situazione. Il fatto di aver previsto che le cose avrebbero anche potuto andare male, deresponsabilizza queste persone, le aiuta a non sentirsi in colpa. Ma la verità è che se avessero davvero compreso quello che stava accadendo, avrebbero fatto qualcosa per evitare che accadesse.
Invece di limitarsi a tremare come conigli.

La paura è un potentissimo motivatore, il terrore, invece, è un assassino.

3. L’ospite inquieto
Era l’estate del 2005, credo. Mi trovavo ad una festa organizzata dalla parrocchia. Più esattamente, si trattava di una di quelle immense adunate oceaniche – fatte di gruppi giovanili, coppie con prole al seguito, vecchi soli ed umanità varia – che soltanto il Don avrebbe potuto pensare ed organizzare. A questa  caleidoscopica manifestazione di gioia popolare aveva preso parte anche un gruppo musicale africano che aveva rallegrato la nostra giornata con canti e balli etnici.
Ad ora di cena, nella immensa tavolata imbandita nel giardino antistante l’oratorio, ho trovato posto tra questi musicisti stranieri. Mi incuriosivano, volevo saperne di più. Erano tutti allegri, loquaci e rumorosi. Tranne uno. Il viso segnato dall’acne, il pizzetto nero, il collo chino sul piatto. Se per caso alzava lo sguardo, i suoi occhi guizzavano via veloci, dribblando agilmente i miei.
E non erano occhi sereni.
Arrivati alla fine della cena, quando il Don stava raccontando l’ennesima barzelletta, il musicista silenzioso decise di uscire dal suo splendido isolamento, piantò gli occhi sul viso del parroco e chiese, ad alta voce, : “da dove viene il peccato, prete?”.
Sulla tavolata cadde un silenzio di ghiaccio. Per un attimo – un batter di ciglia – anche il Don restò a bocca aperta. L’allegria guascona di poco prima scivolò dal suo volto come una maschera.
Poi, abbassò lo sguardo e rispose sicuro: “dalla paura”.

Autore: Guido Saraceni

Professore di Filosofia del Diritto e di Informatica Giuridica, Facoltà di Giurisprudenza, Università degli Studi di Teramo - In viaggio.

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