Il Viaggiatore

MACCHINA“Devi cambiare d’animo, non di cielo. […] Perché ti stupisci se i lunghi viaggi non ti servono, dal momento che porti in giro te stesso? Ti incalza il medesimo motivo che ti ha spinto fuori di casa, lontano”.

Seneca, Epistole morali a Lucilio

1. Meraviglioso e pericoloso
Sembra che i termini inglesi “trip” e “travel” – così come il francese “travail”- traggano origine dal nome di uno strumento di tortura che gli antichi romani chiamavano tripalium. Mentre la parola italiana “viaggio” – derivando dal latino viaticum – farebbe riferimento all’eucarestia che veniva somministrata ai moribondi affinché potessero affrontare serenamente il passaggio dal mondo dei vivi al regno dei morti. Non mi stupisce che queste parole abbiano in qualche modo a che fare con il dolore e la sofferenza.

Di fatti, ogni viaggiatore deve affrontare molte difficoltà e molti pericoli, come, ad esempio, il rischio di incontrare i briganti, di contrarre una malattia esotica, o, più semplicemente, di smarrire la retta via e non riuscire a raggiungere la propria destinazione. Eppure, viaggiare è bello, è importante. Dio santifica e benedice i viaggiatori. Per questo motivo, moltissimi miti dell’antichità greca e romana insegnano che gli déi amano recarsi sulla terra travestiti da forestieri – per mettere alla prova i mortali, verificarne l’ospitalità ed eventualmente sanzionarne l’egoismo. Potremmo ipotizzare che l’aurea di sacralità di cui godono i viaggiatori dipenda dal fatto che essi si mettono “nelle mani di Dio”. Abbandonando ciò che possiedono, la tranquillizzante sicurezza del luogo in cui sono nati. Accettando il rischio di aprirsi e di perdersi nel mondo. Scoprendosi umani, deboli ed indifesi.

Gli uomini tendono ad essere abitudinari, precisi, ordinati. Fondano città, costruiscono case, erigono mura a difesa di un territorio nel quale gettano profonde radici. Si sentono figli di una nazione, al punto che credono di avere una terra madre da amare e rispettare ed una patria per cui versare il sangue e morire. Gli uomini tendono ad essere tradizionalisti, hanno paura di mettersi in gioco, di perdere ciò che possiedono nell’incontro con altre e diverse culture. Dal canto loro, i viaggiatori sono folli, imprevedibili, disordinati. Mettono continuamente alla prova i propri limiti – i propri confini– attraversando tempeste epocali ed infiniti periodi di siccità. Esattamente come i pesci, traggono ossigeno vitale dal movimento. Esattamente come la rosa di Gerico, possono nascere e morire infinite volte. Per questo motivo, i viaggiatori sono veri e propri eroi da ammirare ed imitare. Eppure, il ruolo che essi assumono è parecchio complicato e può dar luogo a diverse incomprensioni.

 2.Viaggiare non significa “fuggire”.
Mi rendo conto che il discorso che ho svolto sin qui potrebbe dare adito ad alcuni equivoci. In primo luogo, qualcuno potrebbe credere che, esaltando il valore del viaggio e dei viaggiatori, io abbia voluto stigmatizzare la vita di coloro i quali non vogliono o non possono concedersi il lusso di abbandonare la propria casa per un lungo periodo di tempo. Ma ciò che ho scritto è chiaramente metaforico ed allusivo. Possiamo viaggiare senza uscire dalla nostra nazione, dalla nostra città, dalle solite quattro mura. Così come possiamo percorrere migliaia e migliaia di chilometri ed avere comunque la mente chiusa, restando confinati nelle nostre antiche convinzioni. Come ha scritto Marcel Proust: “il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’ avere nuovi occhi”.

La seconda possibile incomprensione, e forse la peggiore, è rappresentata dal fatto che il viaggio si presta ad essere confuso con il turismo: la banalizzazione commerciale di quella che dovrebbe essere un’occasione di maturazione e di crescita. Per questo motivo, è stato giustamente scritto che “il viaggiatore non sa dove sta andando. Il turista non sa dove è stato”. Non sono snob. Mi rendo perfettamente conto che andare in vacanza può essere utile, comodo e spesso anche necessario. Ma questo non significa che possiamo ignorare le differenze che separano Cuore di Tenebra da Abbronzatissima. Chi cerca spasmodicamente un ristorante italiano nel centro di Manila, chi spera di carpire il fascino metafisico dell’India tuffandosi nella piscina di un resort a cinque stelle e chi è disposto a perdersi nel centro di Marrakech solo per trovare un pub che trasmetta il posticipo del campionato di calcio, eviti, per favore, di definirsi “un viaggiatore”. Perché il viaggio è una cosa seria, e come tutte le cose serie, esige rispetto.

Da ultimo, dobbiamo fare in modo di non confondere il viaggio con la fuga. Intendo dire che la curiosità e la smania per la conoscenza non possono diventare la scusa dietro cui trincerarsi per evitare di vivere eticamente. Ovvero, per evitare di assumere qualsiasi vincolo, obbligo o legame. A differenza di passioni più frivole ed estemporanee, l’amicizia e l’amore richiedono tempo, ed una buona dose di dedizione. Avete presente il dialogo in cui la volpe spiega al Piccolo Principe come fare per addomesticarla? Il punto è che senza il rispetto quotidiano di una promessa, senza la stabilità di chi “resta”, è quasi impossibile che nascano l’affidamento e la fiducia necessarie a legare gli esseri umani. Il viaggiatore non possiede nulla, non erige mura a difesa del proprio territorio ed ama attraversare continuamente quei confini che altri uomini sorvegliano con attenzione, ma deve evitare che il viaggio diventi l’occasione per erigere altre e più alte mura. A tutela di una perfetta ed inconsolabile solitudine.

Autore: Guido Saraceni

Professore di Filosofia del Diritto e di Informatica Giuridica, Facoltà di Giurisprudenza, Università degli Studi di Teramo - In viaggio.

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