Quello Che Non Vi Ho Ancora Detto.

La scorsa settimana ho dedicato un breve articolo al dibattito televisivo tra Renzi e Zagrebelsky. La mia analisi era incentrata sullo stile comunicativo adottato dal Presidente del Consiglio,  per questo motivo, alcuni lettori mi hanno chiesto di approfondire il discorso e di dedicare qualche pensiero anche al Professore.  Ecco, dunque, il seguito del precedente articolo. Oggi vi racconto come ha comunicato uno dei più autorevoli sostenitori del No.

Incipit.
Zagrebelsky inizia pungolando Renzi sul fatto che al dibattito non partecipi il Ministro Boschi. Con un sorrisetto ironico, chiede a Mentana se può aiutarlo a incontrare il Ministro per le Riforme. Gli brillano gli occhi. Dopo questa battuta, chiaramente preparata e altrettanto chiaramente perdente – considerato il clima che si respira in questo momento  in Italia -, rimprovera a Renzi le vecchie dichiarazioni sui parrucconi e sui gufi. Seconda battuta – anche questa preparata. Fine delle battute. Da qui in poi Zagrebelsky assumerà l’atteggiamento serio, pacato e limpido del docente universitario. Sarà chiarissimo, lineare, cristallino. Ma parlerà come se fosse in aula, come se stesse spiegando come stanno oggettivamente le cose ad un suo alunno – neanche troppo dotato. Lascerà cadere le sue affermazioni dall’alto, con il freddo distacco di un medico che analizza il corpo di un defunto e, mentre lavora, prende appunti sul suo registratore vocale.

Immagini sbagliate e altri momenti di debolezza
Verso la fine del dibattito, Zagrebelsky legge il IV comma dell’art. 117.  Mentre declama il testo della riforma, chino sul libro, con due occhialoni spessi spessi e la pelata  a favore di camera, tira fuori un fazzoletto dalla tasca e si asciuga il naso… Inforca di nuovo gli occhiali per leggere l’art.70. Dal punto di vista mediatico, questa scena è un vero e proprio suicidio. Inoltre, il Professore appare debole e spaesato in almeno altre due occasioni. La prima è quando Renzi rimprovera a Zagrebelsky di essere incoerente, citando un vecchio articolo de La Repubblica e poi chiedendo al Professore cosa avesse votato quando D’Alema propose la sua riforma costituzionale. In entrambi i casi Zagrebelsky non fa una bella figura. Tentenna, balbetta, inizia affermando di non ricordare bene – salvo poi ammettere di ricordare l’intervista citata da Renzi e affermare “probabilmente ho votato no” alla riforma D’Alema. Infine, quando affronta il tema delle elezioni del capo dello Stato, Zagrebelsky sembra in difficoltà nel ricordare i numeri esatti, poi, chiama Renzi “Sig. Presidente della Repubblica”. Un disastro.

Temi  e termini ricorrenti.
Zagrebelsky insiste molto sulla “mancata rottamazione”. Non si capisce davvero cosa c’entri il concetto di “rottamazione”. Il tema è chiaramente politico, suona stonato e fuori luogo. Per questo motivo, Renzi ripete spesso che il Refefendum non è su di lui. Zagrebelsky: “ma certo che non è su di lei”,  Renzi: “e allora non parli di me!” . E poi ancora, la paura di una possibile deriva autoritaria – per il futuro, non immediatamente; il fatto che in democrazia non si vince, né si può usare la parola “capo;”  cinque anni per un solo Governo sono troppi, “oggi con cinque anni si può rovinare il Paese!”; il concetto di corpo e di vestito – non si può mettere un bel vestito su di un corpo deforme – e la critica ai nuovi senatori, perché saranno gravati di un secondo munus – oltre a quello di Sindaci o di Consiglieri Regionali. Zagrebelsky sottolinea a più riprese la parola munus. Un termine tecnico. In latino.

Domande.
Una cosa che mi incuriosisce di più in questo dibattito è la quantità di domande dirette che gli interlocutori si rivolgono reciprocamente. Non capita spesso. Anzi, direi che non capita mai. Di solito è il conduttore a porre il tema e gli intervistati – o i contendenti – a rispondere. In particolare, Zagrebelsky fa moltissime domande a Renzi, solo alcuni esempi: Lei conosce bene la legge della continenza? Lo Statuto delle minoranze sarà approvato dalla Camera eletta col premio di maggioranza, le sembra una garanzia questa? Mi sta ad ascoltare sig. Presidente? Perché mi guarda così? Quanti Governi sono cambiati in 70 anni? Perché Forza Italia ora ha cambiato opinione su di Lei?  Non sono chiaro? Secondo lei sono più importanti le forme o è più importante la sostanza politica?  Le pare che le due Camere facciano la stessa cosa?…  Ad un certo momento, il Professore punta tutto su questa domanda: “Se lei fa una legge sul trasporto marittimo da un lato all’altro del Lago Maggiore, che materia è?”  Renzi evita di rispondere.  Chiaramente rischia troppo, allora sta zitto. Quando pronuncia questa domanda, Zagrebelsky assume il massimo del suo atteggiamento professorale, sembra davvero che stia esaminando Renzi. Le sguardo maligno, i gomiti puntati sulla scrivania, le mani incrociate sul petto. So bene cosa sta facendo: questa è la domanda che rivolgiamo agli studenti che non vogliono accettare di essere stati bocciati. La domanda che serve a chiarire alla persona che stai esaminando che non è preparata come pensava. Renzi prova a svicolare sul numero di autorità portuali che abbiamo in Italia, ma Zagrebelsky lo riprende sottolineando che stava dicendo una cosa diversa, ovvero che intendeva spiegare come non si possa affrontare un tema come se fosse una materia.

Conclusioni.
Zagrebelsky non è stato preparato correttamente per affrontare questo dibattito. Oppure è stato preparato male. Mi rendo conto che il compito era tra i più difficili. Se avesse adottato uno stile comunicativo scientifico, avrebbe inesorabilmente perso audience e presa sul pubblico. Se avesse adottato uno stile comunicativo politico, si sarebbe ritrovato a parlare una lingua che non gli appartiene e che non conosce. A fronte di questa alternativa, è rimasto nella posizione peggiore: a metà strada. Mentre l’altro enunciava i vantaggi di avere meno politici, di abolire il CNEL e di far risparmiare qualcosa allo Stato, Zagrebelsky insisteva sul fatto che una materia non è un tema, sulla differenza tra “maggioranza dei presenti” e “maggioranza dei componenti”; sul fatto che in democrazia non si possa usare l’espressione “vincere le elezioni” – per non parlare del doppio munus dei nuovi senatori. La massima distanza tra i contendenti l’abbiamo misurata nell’appello finale. Nel momento più importante del dibattito, Zagrebelsky ha affermato: “La riforma non funzionerà: o il senato non conterà nulla o, se conterà qualche cosa, creerà molte più difficoltà di quanto non sia oggi […] Se verrà respinta, chi ha detto che non si possa fare qualcosa di più semplice?”. Proprio così. Renzi ha parlato di “superare la nostalgia e andare incontro al futuro per evitare che l’Italia diventi un museo”, Zagrebelsky ha affermato: “Chi ha detto che non si possa fare qualcosa di più semplice?”. Una bellissima immagine che sicuramente resterà impressa nella mente degli italiani. Convincendo tutti a votare “sì”.

 

La Vita Dei Sindaci o La Vita Dei Professori? – Una Breve Analisi del Dibattito Tra Renzi e Zagrebelsky

 Un confronto scorretto
Mentana inizia la trasmissione sottolineando che questo non è un confronto asimmetrico. Si tratta di un errore, dal punto di vista formale e contenutistico. Se ci fossero anche solo mille italiani che non ci hanno pensato, adesso tutti hanno chiaro quale sia il principale limite di questo dibattito: da una parte c’è il Presidente del Consiglio – un politico scaltro e preparato – dall’altra, c’è un autorevole costituzionalista – un docente universitario molto stimato che, peraltro, è stato anche Presidente della Corte Costituzionale. Queste persone non parlano lo stesso linguaggio e non sono abituate a confrontarsi. Dal punto di vista mediatico non c’è battaglia: Zagrebelsky è anagraficamente, iconograficamente, irrimediabilmente, anziano. Lo scontro è dunque tra un giovane pieno di vita che vuole cambiare il Paese e un vecchio Professore che si asciuga il naso mentre inforca gli occhialoni per leggere il testo della riforma – per ben due volte, curvo sul libro, con la testa pelata a favore di telecamera. Queste immagini veicolano il significato più comodo per Renzi e per il Governo. Mentana prova timidamente a metterci una pezza: “da una parte c’è chi ha voluto la riforma”, dall’altra c’è “chi mette in discussione quella riforma”. Argomento debolissimo. Il problema è per quale motivo avete deciso di contrapporre proprio queste persone, scegliendo loro nel vasto novero delle autorità pro e contro. Se la giustificazione è che uno è favorevole e l’altro è contrario, la prossima volta mi aspetto Fedez contro Cacciari.

Le parole di Renzi
Renzi chiama Zagrebelsky il “Professore”. Sempre, in ogni frase. Ovviamente il titolo di Professore sancisce l’autorevolezza e la competenza di Zagrebelsky, ma in un dibattito televisivo risultare autorevoli e competenti è utile quanto un cubetto di ghiaccio al Polo Nord. I contendenti devono mostrarsi simpatici, arguti, brillanti… devono convincere gli indecisi e portarli dalla propria parte. Il titolo di Professore sarà anche importante, ma è politicamente perdente perché evoca immagini scomode: allude alla noia, alla seccatura dello studio, alla tortura degli esami.

Dalla stima alle battute…
Renzi chiarisce sino alla nausea che stima e rispetta Zagrebelsky, tanto da portare il Professore a chiedergli esplicitamente di farla finita con questa storia della stima e del rispetto: “la smetta di dire con rispetto, dica le cose, con rispetto o senza rispetto, non è questo il problema”. A quel punto, Renzi si sente autorizzato a cambiare stile linguistico,  rivolgendo al suo avversario alcune battute da avanspettacolo: “Guardi quello è il suo libro, non è la Costituzione”; “Quando ha finito mi faccia un fischio”; “Se volete mi vado a fumare una sigaretta nel frattempo”; “Non è così, glielo dico con… senza rispetto perché senno si arrabbia”; “Porterò un argomento a piacere, la prossima volta”.

…dalle battute alle critiche…
Con il passare dei minuti, inizia ad attaccarlo in maniera diretta e chiaramente “personale” – ribadendo sempre la incolmabile distanza che separa un giovane politico che si dà da fare per il bene del Paese e un vecchio Professore abituato ai formalismi e ai giochi di potere. Il top lo raggiunge verso la fine del dibattito, quando chiede a Zagrebelsky: “Questa è la vita delle persone, o è la vita dei Professori?”. Capite? Da una parte ci siamo noi la gente, dall’altra ci sono questi esseri mitologici con il corpo di uomo e la testa a forma di enciclopedia.

…alle immagini sgradevoli.
“Potrei parlare ore di cosa significa andare nelle case di cura e vedere il 77% degli anziani di quella realtà malati di Alzheimer”. Quale immagine evoca il Presidente del Consiglio? Stizzito, Zagrebelsky domanda: “e che c’entra?”, ma è chiaramente spaesato dal fatto che Renzi sembra aver preso improvvisamente la tangente. Il Presidente del Consiglio si giustificherà dicendo che stava parlando di “politica”, ma io credo che l’esempio non sia stato fatto a caso e che volesse evocare maliziosamente una immagine negativa. Non siete convinti? Renzi propone altre immagini studiate a tavolino: “Per chi è abituato ai superstipendi, questi risparmi sono risparmi minimi, ma per chi lotta tutti i giorni per trovare i fondi sulle pensioni minime, altro che pensioni d’oro, sono risparmi importanti”. Chi dei due collegate istintivamente all’idea di pensione d’oro? Ancora: “Il Sindaco si confronta con i problemi reali, non con i problemi dei salotti o delle auree stanze dei palazzi imbottiti di tanti privilegi e di poche concretezze”. Stiamo parlando di salotti, di stanze dorate,  di posti preclusi ai comuni cittadini, dove alcuni odiosi e vecchi potenti si riuniscono, probabilmente in segreto, per decidere le sorti del Paese. Zagrebelsky capisce che qualcosa non funziona, inarca le sopracciglia, aggrotta la fronte e prova ad incalzarlo: “quali sarebbero questi salotti, scusi?”. Renzi continua a parlare senza rispondere, ormai l’immagine è passata.

Trucchetti
Il Presidente del Consiglio mette in bocca a Zagrebelsky parole mai dette, lo fa, mi pare, due volte, di corsa, infilando queste frasi tra un discorso e l’altro, sapendo che il suo interlocutore non riuscirà a bloccarlo: “Senza alcun rischio autoritario e sono contento che l’abbia riconosciuto” – ovviamente Zagrebelsky non gli ha mai fatto questa concessione.

Curiosità e/o errori
Renzi cita due volte Di Maio – lo prende in giro per la gaffe sul dittatore del Venezuela e poi sottolinea che non sa leggere le e.mail. Ancora, domanda a Zagrebelsky “le sembra normale che il Sindaco di una grande città debba firmare un contratto con una multinazionale?”. Non si capisce bene cosa c’entrino i Cinque Stelle in questo dibattito. Ancora, Renzi insulta senza motivo gli avvocati, e so per certo che non l’hanno presa benissimo. “Perché questo deve essere il Paese degli azzecca-garbugli? I cittadini fanno le cose semplici e gli avvocati le rendono complicate”. La frase è assurda e palesemente fuori luogo, è come se avesse voluto togliersi un sassolino dalla scarpa. O forse ha semplicemente messo un piede in fallo.

L’appello finale.
“Si supera il passato, io lo so che la nostalgia è un sentimento affascinante, bellissimo, affettuoso, è finito il tempo della nostalgia, se vogliamo correre nel mondo globale. Se invece vogliamo restare ai ricordi, faremo di questo Paese un museo. Se vogliamo andare sul futuro, bisogna avere il coraggio di cambiare”. Qui il linguaggio di Renzi è sceso al livello pubblicità dei materassi – slogan di Forza Italia. Infine, Renzi giudica il suo avversario, e, come nel miglior teatro dell’assurdo, lo boccia, rimandandolo al prossimo appello: “Dal Professor Zagrebelsky, sui libri del quale ho studiato, mi aspettavo qualche argomentazione legata alla Costituzione”.

Armature di Cristallo.

Mi faccio largo sicuro in questa folla di debosciati che emette un rumore indecente. Il fatto è che la mattina sono tutti eccitati. Non ci riescono proprio a fare finta di essere superiori, annoiati o tristi, come fanno per il resto del giorno. Le ragazze starnazzano come anatre, mentre i maschi urlano, sguaiati e assordanti come maiali in un mattatoio. Benedetti figlioli. Che cosa ci sarà di così eccitante in questa ennesima mattinata di scuola? Faccio finta di niente, ma vi osservo con la coda dell’occhio. Dentro di me, in basso, in un luogo profondo che ho cura di nascondere e difendere, lo so benissimo come stanno le cose: la verità è che vi voglio bene. A tutti. Uno per uno. Siete una parte essenziale della mia vita. Con tutti i vostri difetti, i vostri drammi, la vostra fisiologica immaturità. Vivete per gli sguardi degli altri. In pubblico, fate a gara a a chi si mostra più ottuso e insensibile. Non è colpa vostra, imitate modelli scadenti: spettacoli televisivi triviali, padri scappati di casa alla prima difficoltà, madri sempre più sole. E tristi. Ingoiate ogni giorno quintali di paure e di tensioni irrisolte. Non mi stupisce che qualcuno di voi si rasi persino la testa e si inventi naziskin. All’esterno indossate armature di cristallo per nascondere la guerra che vivete tutti i giorni dentro di voi. Qualsiasi cosa facciate, qualsiasi sciocchezza, per quanto mi riguarda restate comunque vittime innocenti. Uno per uno. Sto bene qui con voi. Anche se non è mai facile trovare la giusta misura.

L’ho imparato una ventina di anni fa, durante la mia prima esperienza come supplente. Mi spedirono in un liceo di Frascati, a due ore e mezzo di traffico da casa. Il mercoledì facevo un’ora di lezione e cinque ore di viaggio. In base ai miei calcoli, il mercoledì lo Stato italiano mi pagava meno di quanto non spendessi io per raggiungere il mio luogo di lavoro. Per pranzare, mi portavo da casa un panino che consumavo rabbiosamente nel traffico immorale del  gran raccordo anulare, chiedendomi che senso avessero tutti questi sacrifici. Mi domandavo se non avesse ragione mio padre: fare il professore di lettere è un gesto di autolesionismo, diceva. Un gradino prima del suicidio. Eppure, ero felice, perché avevo la mia classe.  Dopo poche lezioni già non studiava nessuno. Avevano preso la mia disponibilità per debolezza e se ne erano approfittati. Piccole canaglie. Ho faticato sette camicie per riprendere in mano la situazione. Da allora, è stato tutto un aggiustare la mira, trovare l’equilibrio, tarare i sorrisi, gli sguardi, il tono di voce. Con gli anni ho capito che i ragazzi non ti devono necessariamente volere bene, anzi. Ho capito che per fare il loro bene devi prima di tutti difenderli e difenderti. Creare zone di decompressione. Tracciare confini. Istituire e rispettare una distanza di sicurezza. Non devi diventare un altro dei tanti amici vecchi che già hanno, uno dei numerosi adulti tristi che, al posto di aiutarli a crescere, preferiscono scendere al loro livello per giocare a fare i compagnucci. Un totale disastro educativo e morale. Per quanto mi riguarda, è meglio che i ruoli siano chiari. Non fraintendetemi, non confondo autorità e autorevolezza, ma preferisco essere odiato che rappresentare un ostacolo per la loro crescita. “In-segnare” significa “scrivere dentro”. Ci vuole la mano ferma, la pazienza e la perizia di un chirurgo.

Nel bel mezzo di questo pensiero mi sfreccia davanti Spallaccini la Preside. Oggi ha indossato il suo completino rosso fuoco. Dalla postura del corpo immagino che abbia puntato una preda. Di fatti, è già a metà del corridoio che sta urlando qualcosa in faccia  a due ragazzine della I D. Probabilmente avevano acceso una sigaretta, oppure, si stavano baciando. Non lo so, da qui non riesco a capire bene. Intuisco però che le ragazzine sono rimaste di sasso. Deve essersene resa conto anche lei, perché smette di urlare, tira su il mento, si aggiusta rapidamente la giacca e riprende immediatamente a sculettare, tacchettando,  autorevole, verso il suo ufficio. Ama sbattere i tacchi per terra quando cammina. Credo che la faccia sentire più alta di venti centimetri. Passando davanti alla porta della I D, lancio uno sguardo distratto e rapido alle ragazze: una delle due ha le guance rosse e gli occhi lucidi, mentre l’altra tiene la testa basta come se l’avessero beccata a rubare qualcosa in un supermercato… “formare”… “educare”… Chi ci capisce più niente? Quale è, esattamente, il mio ruolo, in questa scuola che sta cadendo letteralmente a pezzi? Devo essere io a dir loro di non fumare? Devo sgridarli perché si baciano in classe? Anche se fosse, non è questo il modo. L’anno scorso li ho visti mentre scrivevano sul muro della scuola “Spallaccini Burgunda Zulu”. Benedetti figlioli – ho pensato – ma cosa diavolo fate, usate lo spray rosa su un muro di granito rosso? Che scelta cromatica è? Mi sono girato dall’altra parte e mi sono acceso una sigaretta. Una cosa è mantenere le distanze, altra è sfogare le proprie frustrazioni sui ragazzi. Non accetto il sadismo ingiustificato di chi ha sognato tutta la vita di sentirsi finalmente al comando. Una cosa è in-segnare, altra cosa è imporre ad una intera scuola le proprie malsane ossessioni autoritarie. Questa non è una caserma, non è un carcere. Due anni fa commisi l’errore di chiedere alla Spallaccini se amasse Foucault, mi rispose  di no. Non ascoltava musica straniera, disse. Solo cantautori italiani.

Sono arrivato in fondo al corridoio, mi fermo un attimo sulla soglia della mia prima ora. Lancio un’occhiata alla classe, ci sono più o meno tutti. Oggi hanno la supplente di inglese, mi gioco le chiavi di casa che proveranno a fare lo scherzo della lente. Benedetti figlioli. Non sanno che sono uscito di casa quindici minuti prima del solito, appositamente per intercettare la collega in sala professori. E avvisarla.

Il Maschilista Immaginario.

Si stanno lentamente assopendo le polemiche sulla morte della povera Tiziana Cantone, possiamo quindi tornare a ragionare con maggiore serenità su ciò che è accaduto. Riassumiamo brevemente i fatti: Tiziana Cantone si è suicidata perché è stata esposta ad un linciaggio mediatico a seguito della diffusione di alcuni video hard di cui era protagonista. La ragazza sapeva che stavano girando questi video ed ha successivamente deciso di inviarli a cinque suoi contatti tramite WhatsApp – lo ha fatto “per gioco”. In questi video si trovava in macchina con un amante; affermava spesso che il proprio fidanzato fosse un “cornuto” e chiedeva all’amante di confermare – facendo persino il nome e  il cognome del “cornuto”. Soprattutto, in uno di questi video diceva al suo amante: “ma che stai a fa il video? Bravo.” – questa frase è diventata virale, ispirando battute, gruppi su Facebook, sketch comici e finendo persino sulle t-shirt.

Una volta appresa la notizia del suicidio, la rete si è scatenata in una pletora di commenti più o meno sensati e giustificati. Molti utenti hanno scritto di vergognarsi per aver visto quel video, altri si sono vergognati di essere maschi, altri ancora si sono vergognati di avere un computer. Alcuni si sono spinti sino a scrivere frasi del tipo “io sono il branco”, pur non avendo avuto alcuna parte in questa triste vicenda – come dire: manie di protagonismo mascherate da sensi di colpa. A me, tutto ciò è sembrato sinceramente fuori luogo. Meglio: del tutto privo di senso. Proviamo a capirci.

1. “Imprudente” non significa “colpevole”.
Siamo di fronte alla tragica morte di una giovane donna che merita tutta la nostra solidarietà e il nostro rispetto. Ovviamente, nessuno deve pensare o scrivere “se l’è cercata“. Questo, però, non deve esimerci dal dire la verità. Perché non si può ottenere nulla di buono  raccontando frottole. Dobbiamo quindi aggiungere a quanto è stato scritto e detto due cose: la prima è che quella povera ragazza è stata obiettivamente ingenua e imprudente. Lo so che non volete sentirlo dire. Mi dispiace, ma “imprudente” non è il contrario di “vittima”. Cerchiamo di capirlo. Non possiamo bloccare il cervello davanti alla parola “vittima” e evitare di formulare ogni ragionamento ulteriore. “Imprudente” non significa che la colpa è stata sua – ci mancherebbe – significa che si è messa da sola in una condizione di rischio e pericolo. Il primo dato di fatto è che girare un video hard è rischioso. Il secondo dato di fatto è che mettere su un social network (perché whatssapp è un social network) quel video è ancor più rischioso. Questi sono discorsi non confutabili che non hanno nulla a che vedere con la libertà sessuale della donna, ma riguardano tutti: maschi, femmine, vecchi, bambini, umani e animali. Se ci tieni alla tua reputazione, evita di divulgare immagini porno. Abbiamo il dovere di scriverlo, per educare tutti – soprattutto i giovani – ad un corretto uso delle nuove tecnologie. Abbiamo il dovere di scriverlo per rispetto di altre donne che sono state filmate mentre venivano violentate e che potrebbero non essere troppo felici di vedersi accomunare al caso di Tiziana – questo, mi pare, è sfuggito a molti giornalisti, incluso Enrico Mentana.

2) Ma quale maschilismo d’Egitto!
Qui non c’entra nulla il fatto che il maschio italiano non accetta la libertà sessuale della donna. Lo so, anche questo non volete leggerlo. Perdonatemi.  Moltissimi hanno scritto una simile sciocchezza e pare che mentre scrivevano siano anche riusciti a restare seri – come avranno fatto? La rete ha vilipeso e perseguitato quella povera ragazza perché affermava di essere fidanzata e chiedeva al suo amante di confermare che il fidanzato fosse un cornuto. L’atto sessuale non c’entra nulla. Avete mai fatto un giro su internet? Vi risulta che i maschi insultino le donne che si mettono in mostra?

Facciamo un semplice esperimento mentale: se un maschio avesse fatto la stessa cosa, come avrebbero reagito le femministe, le madri, le figlie, le amanti, le nonne e le fidanzate d’Italia? Non l’avrebbero forse insultato e vilipeso per aver tradito la fidanzata? Quest’ultimo è l’esperimento fondamentale per comprendere se siamo di fronte ad un gesto discriminatorio o sessista. Prima di gridare allo scandalo, domandiamoci sempre: se questa cosa l’avesse fatta un maschio, una femmina, giovane o vecchio, etero o omosessuale, come avrebbe reagito la gente?

3. Conclusioni
In questo caso siamo quindi di fronte ad una vittima – la povera Tiziana – che è stata ingiustamente perseguitata e vessata. Dobbiamo sanzionare la condotta di chi ha diffuso quei video. Dobbiamo condannare la ottusa violenza verbale della rete. Ciò che ho scritto non giustifica in alcun modo nessuno dei protagonisti – mi sembra anche sciocco ripeterlo, ma è meglio andare sul sicuro.

Detto questo, lasciatemi contestare la fantasiosa ricostruzione diffusa dagli opinionisti di ogni genere e categoria. Se i colpevoli avessero diffuso solo il video, senza audio, non sarebbe accaduto niente di “strano”. Senza la battuta “ma che stai a girà il video?”, non sarebbe mai diventato virale, sarebbe stato solo un altro video di porno amatoriale; senza gli insulti al fidanzato, quella ragazza avrebbe avuto una bella schiera di fan – altro che cyberbullismo.

Insomma, il  voyeuristico “bigottismo” del maschio italiano – su cui ha insistito, tra gli altri, Roberto Saviano – c’entra pochissimo con quanto è accaduto. Raccontare favole non è un bel modo per difendere i diritti delle donne, soprattutto, non è il modo corretto di rispettare la dignità delle vittime.

Il Re del Nulla – Seconda Parte

La regola della sigaretta, ovviamente, funziona. Non facciamo in tempo a fare due tiri che già il 512 imbocca la via ed avanza verso di noi sbuffando e cigolando sulle sue vecchie sospensioni. Lento e inesorabile, come il destino. Riccioli d’oro si libera della  sigaretta velocemente, lanciandola in diagonale, con il polso morbido, come se dovesse scrollare via l’acqua dalle dita. Io, invece, allargo platealmente il braccio, sospiro, e poi la lascio cadere per terra in verticale, come un bomba. Poi infierisco con la suola delle scarpe. Se ci pensate, vi renderete conto che maschi e femmine fanno un sacco di cose in maniera tremendamente diversa, altro che no. Riusciamo ad entrare nel carro bestiame. Ci ritroviamo promiscuamente schiacciati contro il corpo di altri fortunatissimi utenti del trasporto pubblico romano. Siamo al limite della decenza. Ad esempio potrei fare la radiografia di tre o quattro persone attorno a me: il pisquano che si trova qui davanti deve aver fatto una colazione abbondante e ora ha i reni gonfi come un canotto. Invece, dietro di me c’è qualcuno che spinge come se stessimo per entrare allo stadio, o a un concerto rock. Peraltro, è molto felice di essere qui oggi. Immagino che uno di questi giorni mi ritroverò diecimila lire infilate nei boxer. Come mancia.

Insomma non posso muovere mezzo muscolo. L’unica cosa che riesco a fare è scambiare qualche sguardo di intesa con Riccioli d’oro che emerge e scompare da dietro uno zaino pieno di  FUAN e di slogan fascisti. Mi consolo leggendo perle di antica saggezza metropolitana, messaggi in una bottiglia che qualcuno ha voluto lasciare qui per me, tatuaggi incisi con l’uniposca sulla pelle di questo antico mostro. In sfregio all’autorità costituita. Iniziamo con un grande classico: “Se la Lazio è magica, cicciolina è vergine”, proseguiamo con un immaginifico “Ti ho servito il mio cuore bollito su fettine di culo, ma tu c’hai trovato un pelo sopra”, per arrivare ad un ben più allarmante e criptico “L’ingegnere del quinto piano è pazzo come la morte”. Tra tutte queste simpatiche facezie spicca la mia preferita: “Mr. Dado sei il più figo di tutti” condita da una miriade di cuoricini e punti esclamativi. Opera mia, ovviamente. Ne vado parecchio fiero altro che no. La riconosco dal modo in cui sono fatti i punti esclamativi. Ad esempio c’ho messo una settimana a imparare la calligrafia delle sbarbine e ora le mie scritte con l’uniposca rosa sembrano opera di una quattordicenne con gli ormoni impazziti. Dissemino questi messaggi sugli autobus e nei bagni – scuola, mac donald’s, discoteche…  Date retta a me, niente funziona più della pubblicità positiva.

Scendendo dal mezzo, saluto con lo sguardo Riccioli d’oro, che mi ricambia con un sorriso e prosegue la “corsa” verso il suo liceo. Dopo quindici minuti di camminata raggiungo il portone della scuola dove incontro il Pelo, il Chris, l’Orco e il Fly.

Io:”Bella ragazzi”
Todos: “Bella Mr.”.
Fly: “Pare che ci sia la supplente di Inglese”.
Io: “Ma dai! Mitico! Je famo la lente? Tocca a Pelo.”
Pelo: “Veramente toccherebbe al Mr., io l’ho fatta l’anno scorso al supplente di matematica, mortacci vostra, e mi sono pure beccato la materia a settembre”.
Chris:”A parte che la materia te la sei beccata perché sei una caaapraaaaa, secondo me ha ragione il Mr., sta a te fare la lente”.

La lente è uno scherzo che ho inventato io assieme al Chris, nelle lunghe giornate estive fatte di noia e biliardo. Funziona in questo modo: andiamo in un bar, in un supermercato o  in un altro luogo pubblico affollato, assieme a tre o quattro amici. A un certo punto, uno di noi molla una pacca sulla spalla del protagonista che urla disperato: “Noooo! M’hai fatto cascà la lente, mio padre m’ammazza!”. Iniziamo quindi a cercare la lente. Dopo una decina di minuti, almeno venti persone si ritroveranno con la schiena china e lo sguardo per terra, nella spasmodica ricerca di una lente che non esiste. Se non vi fa ridere non dovete preoccuparvi. Non è esattamente uno scherzo. Facciamo queste cose per vedere come reagiscono gli estranei. Non riuscite ad apprezzarne il fascino? Non c’è problema. Anche i dadaisti, all’inizio, non furono capiti. Ad ogni modo, a scuola lo facciamo quando c’è un supplente. Se va bene, riusciamo a perdere anche mezz’ora di lezione.

Nel bel mezzo della discussione interviene autorevole il Fly: “La lente la deve fare Bara perché ha saltato le ultime due adunate a casa mia senza un valido motivo e merita di essere punito”. Bara accetta senza battere un ciglio. Tuttavia sostiene che questo incarico lo esonera dal condividere col gruppo la prossima versione di latino. Nasce dunque una accesa discussione sui termini del nostro Sacro Regolamento quando si palesa dal nulla il buon vecchio Acido.

Acido è un ragazzo del III D famoso in tutta la scuola per due motivi. Il primo è che è stato bocciato per tre anni di fila in terzo. Il secondo è che è sempre completamente fumato, bevuto o comunque sia fatto di qualcosa di cui non riesce a ricordare o pronunciare il nome. In mano, ha una lattina con una fessura in stile salvadanaio. Cappellino di lana viola, camicia extralarge da taglialegna di Seattle, scarpe da basket, jeans scoloriti che probabilmente non hanno mai visto tempi peggiori. Bianco come un cencio, magrissimo, ha la faccia piena di brufoli.

Acido: “Bella raga, sto facendo la colletta per smettere di farmi. Non è che voi potete darmi una mano?”
Orco: “Come scusa?”
Acido: “Che sei deficiente? T’ho detto che voglio farla finita con la droga… cioè te sto a dì se voi potete chenneso aiutarmi… magari v’avanzano cinquecento lire.”
Orco: “E che ci devi fare?”
Acido: “Una cosa che mi ha insegnato mio cugino, dice tu prendi una lattina e ci metti dentro i soldi tutto l’anno, alla fine dell’anno apri la lattina…”
Chris: “E c’hai finalmente i soldi per andare in clinica a disintossicarti.”
Acido: “Naaaaa, se tutto va bene c’ho abbastanza soldi per comprarmi una dose spaziale. Metto su un pezzo dei Nirvana e B O O M, vi mando tutti a cagare”.

Restiamo per un lungo momento a guardarlo come si guarda un’equazione di secondo grado.

“Svegliaaaaaaa, è una battuta! Ahahah. Mio cugino dice che questo è l’unico modo per smettere”.

A quel punto, suona la campana.