Undici Cammelli, Una Sola Fiction.

Ora che il padre era morto, i tre figli avrebbero finalmente avuto diritto a dividere tra loro l’eredità: undici cammelli.
Decisero che ne avrebbero discusso la domenica mattina, al mercato, di fronte a sette testimoni scelti tra i più autorevoli ed anziani abitanti del villaggio. Nel pieno rispetto della tradizione.
A prendere la parola fu Davide, il primogenito.
“Cari fratelli, la legge del nostro Paese prevede che al primogenito spetti la metà esatta dell’eredità. Avrei diritto quindi a cinque cammelli e mezzo. Considerato che io sono il primogenito e dunque il più importante, la mia proposta è questa: lasciate che io prenda sei cammelli e dividete tra voi ciò che resta”.
A quel punto, Giobbe rispose:
“La legge del nostro Paese prevede che a me spetti un quarto dell’eredità. Ma un quarto di undici è pari a due virgola settantacinque. Sono sempre stato troppo piccolo per ricevere onori e troppo grande per essere coccolato. Per questo motivo, vi pregherei di risarcirmi arrotondando in eccesso ciò che mi spetta. E dividere tra voi ciò che resta”.
Infine, Giuseppe disse:
“La legge del nostro Paese prevede che a me spetti un sesto dell’eredità. Dunque, un sesto di undici. Considerato che mi spetterebbe un cammello virgola otto e che voi avete già avuto molto dalla vita, vi pregherei di non applicare alla lettera la norma: datemi dunque due cammelli, e dividete tra voi ciò che resta”
La situazione era chiara, ciascuno avrebbe voluto ottenere qualcosa in più, ciascuno aveva le sue valide motivazioni e nessuno intendeva cedere.

I tre fratelli iniziarono quindi a discutere ed andarono avanti per undici settimane, fino a quando, nel villaggio, non arrivò un giudice.

Village

Il giudice si chiamava Saul ed arrivò a Samarcanda in groppa al suo unico cammello.
Nessuno sapeva da dove provenisse né dove fosse diretto.
Ma tutti conoscevano bene la sua fama di esperto cultore della legge e raffinato conoscitore del cuore degli uomini.
Per questo motivo, Saul fu accolto con estrema cura.
Alla fine di un lauto banchetto organizzato in suo onore, il capo del villaggio si avvicinò al giudice e raccontò la storia dei tre fratelli.
Dopo aver brevemente riflettuto, Saul disse che avrebbe risolto la controversia.
Aggiunse che nessuno si sarebbe lamentato della sua decisione.

Il giorno seguente ordinò che fossero condotti presso di lui i tre fratelli, gli undici cammelli ed i sette testimoni.
L’intero villaggio accorse per ascoltare la sentenza.
Saul pronunciò le formule di rito.

Poi, disse:

“Cari amici, mi avete accolto in questo villaggio con molti onori ed amicizia. Ho quindi deciso che metterò a disposizione di questi fratelli il mio unico cammello. Adesso, il loro asse ereditario ammonta a dodici splendidi esemplari. Facciamo dunque i conti: al primogenito spetta la metà dell’eredità, avrà quindi diritto a ben sei cammelli. Al secondogenito spetta un quarto, avrà quindi diritto a tre cammelli. Infine, a Giuseppe spetta un sesto dell’eredità, avrà quindi diritto a due cammelli. Questa è la mia sentenza, nel nome di Dio, giustizia è fatta.”

I tre fratelli non credevano alle proprie orecchie.
Si affrettarono quindi a prendere ciò che spettava loro.
Ma sei più tre più due fa undici.
Nello stupore generale, Saul risalì sul unico cammello.
E si rimise in viaggio.

Questa antica storiella araba, che ho trascritto a parole mie, è davvero interessante e ci consente di riflettere su molte e delicate questioni.

La prima è sicuramente l’idea che un giudice non può limitarsi ad applicare la legge, altrimenti la giustizia si trasforma in qualcosa di freddo e matematico. Al contrario, il giudice deve saper interpretare la legge, ovvero, mettere in gioco la propria cultura, le proprie idee, la propria personalità. Insomma, il giudice deve necessariamente mettere in gioco il proprio cammello, “regalando” alle parti qualcosa di molto personale. Altrimenti, verrebbe meno al proprio compito. Alla propria missione.

La seconda è che il giudice è uno straniero. Questo ne garantisce l’imparziale oggettività. Paradossalmente, l’unica persona in grado di comprendere e risolvere il problema più spinoso del villaggio non appartiene al villaggio.

L’ultima è che questo racconto ci può aiutare a comprendere cosa sia una fictio juris: un antico procedimento logico in base al quale i giuristi suppongono come vero qualcosa di non vero, pur di colmare una lacuna e risolvere una controversia.

In questi giorni, ho corretto i compiti di informatica giuridica dei miei studenti. Sono rimasto mediamente soddisfatto e ho potuto accordare molti bei voti. Purtroppo, sono anche stato costretto a leggere che molti anni fa la magistratura condannava le frodi informatiche sulla base dell’art.640 del codice penale (truffa) “COME SE FOSSE UNA FICTION”.

Cosa volete che vi dica?
In momenti come questi rimpiango di non aver fatto il musicista.

Il nuovo anno è appena iniziato e già andiamo male ragazzi.
Molto.
Molto male
.

Il Ponte.

1. Chi vuoi che incontri?
Sei e venticinque di un mercoledì mattina qualsiasi.
Sono a Teramo.
Mi sono alzato presto per andare al parco fluviale a fare jogging.
Mentre mi cambio, noto che sulla  mia felpa – sull’unica felpa che ho qui a Teramo – c’è una orribile macchia di sugo che, partendo con subdola discrezione dalla spalla sinistra, si spinge coraggiosamente all’avventura, sino ad espandersi, orgogliosa, al centro del petto.

Tutto questo è parecchio disdicevole.

Per un attimo, mi chiedo se sia il caso di uscire di casa, rischiando di fare una figuraccia. Poi, decido di andare lo stesso.
In fondo, sono le sei e trenta.
Fa un freddo cane.
Chi vuoi che incontri a quest’ora?

Bridge

Dopo circa mezz’ora di jogging mi sento mezzo cuore in gola e mezzo nello stomaco.
Stanno iniziando a farmi male muscoli che non ricordavo di avere.
Puntuale come la morte, da lontano, mi raggiunge un grido.

-“Prooof! Proooooof!”

Sono in campo aperto, e non avrei comunque la forza per scappare.
Mi volto e affronto il mio destino.
Da uomo.

Due ragazze di circa vent’anni stanno correndo verso di me.
La più alta agita il braccio destro in aria perché la veda, e continua ad urlare.
L’altra la (in)segue a fatica, strusciando i piedi per terra e tenendosi il fianco.

Mi passo una mano tra i capelli e provo ad assumere una posa dignitosa.

-“Prof.! Ti seguo su Facebook! Leggo il blog! Sei un grande Prof! Me lo fai un autografo?”.
-“Un cosa? Siete mie studentesse?”.
-“Non ancora Prof. Io sto al primo anno! Se tutto va bene ci incontriamo nel 2019. Marina, invece, studia biotecnologie”.

L’amica, che aveva messo entrambe le mani sulle ginocchia per prendere fiato, si sente chiamata in causa, alza il capo e dice:

-“Ti posso fare una domanda Prof.?”.
-“Certo, dimmi tutto.”.
-“Perché scrivi le cose su internet?”.

Negli ultimi mesi, mi hanno fatto questa domanda un milione di volte, ma non mi sono abituato: mi mette a disagio, mi sento come se mi stessero rimproverando.

-“Beh… per lo stesso motivo per cui lo fanno tutti… voi perché siete su Facebook?”.

Si guardano, perplesse. Poi, tornano a fissarmi con aria interrogativa.
Decido di rispondere io.

-“Perché è bello comunicare, interagire… condividere le proprie idee con gli altri!”.
-“Si, certo Prof… Ma a parte questo?”

-“In effetti, c’è anche un aspetto narcisistico: mi piace leggere i commenti, vedere che molte persone apprezzano ciò che scrivo…”.

Niente da fare. Sono più perplesse di prima.

-“Va bene, Prof…. però…”.

Devo tagliare corto, altrimenti non mi lasceranno più andare.

“Le multinazionali canadesi del tabacco mi pagano 39 centesimi ogni quindici like!”.

Bocche che si spalancano, pupille che si allargano.
Intuisco di averle spiazzate.
Devo assolutamente approfittarne.

Mi rigiro e riprendo a correre.
Quando sono a distanza di sicurezza urlo:

-Scusatemi ragazze! Altrimenti perdo il ritmo!
-Prof. e l’autografo?
-Sul libretto. Se riuscirà a superare l’esame.

2. Conclusioni
Mentre torno a casa rifletto su due cose.
La prima è che siamo talmente abituati a pagare per qualsiasi cosa da rifiutare inconsciamente l’idea che qualcuno possa impegnarsi  a fare qualcosa per il solo gusto di farlo, gratuitamente.

La seconda è che sto sinceramente pensando di inserire qualche banner pubblicitario sul sito. Non diventerò ricco, ma almeno la smetteranno di farmi sempre la stessa domanda.

Bonus track: The shocking truth
Chi fa il mio lavoro corre il rischio di isolarsi.
Con il tempo, perdiamo letteralmente il contatto con la realtà.
Compriamo casa in montagna per riuscire ad osservare il mondo dall’alto, senza rischiare alcun contagio con la polvere e le infinite bassezze che essa implica e suppone.
Usiamo i libri come mattoni, per costruire e fortificare una muraglia: la barriera dietro cui nasconderci e ripararci dal resto del mondo.
Mentre io ho sempre pensato che la cultura dovesse servire per abbattere esattamente quel muro.
E costruire un ponte.

I miei Auguri di Natale.

Ieri notte ho sognato di entrare in uno strano negozio.
Dietro al bancone c’era uno splendido angelo, ricordo che aveva lunghi ricci dorati e due occhi azzurri e profondi come il mare aperto.

-Cosa vendete in questo negozio?
-Solo cose importanti, signore.
-Ad esempio?
-Amore puro ed incondizionato; imperturbabile serenità; gioia di primissima scelta…
-Wow. E quanto costano?
-Mi scusi, signore, ma dove pensa di essere entrato? Questo è il negozio di Dio, è tutto gratuito.
-Davvero posso portare via tutto ciò che voglio?
-Certamente, mi dica solo come posso servirla.
-Vediamo… mi dia un po’ di tutto ciò che avete: amore, serenità, amicizia… tolleranza, gioia, fiducia… perseveranza, pazienza… sincerità…
-Aspetti qui.

L’angelo sparì nel retrobottega e tornò dopo qualche minuto.
In mano, aveva una piccola bustina.
Ero stato chiaramente imbrogliato.
Lo guardai con sospetto.

-Tutto qui?
-Tutto qui.
-Lei mi sta dando solo ciò che merito. Vero?
-Sbagliato.
-Allora mi dica come è possibile che tutto ciò che le ho chiesto si trova in questa piccola bustina!
-Amico mio, qui non doniamo frutti. Ma semi.

Sun

Ciò che mi piace, di questo racconto, è il fatto che viene rimarcata la gratuità dei doni di Dio. Viviamo in un mondo completamente dominato dal principio commerciale della reciprocità: do ut des, facio ut facias, dico ut dicas. Tutto viene messo sul piatto della bilancia e ponderato con attenzione. Sarei anche disposto a mettermi in gioco in questa relazione, ma tu cosa mi offri in cambio? Potrei anche impegnarmi di più, ma cosa ne ricavo? Vorrei tanto restare fedele alle mie promesse, ma tu hai fatto o farai lo stesso con me? A fronte di questo diffuso e volgare mercanteggiare, il negozio di Dio offre merce di primissima scelta, senza chiedere nulla in cambio.

La verità è che le cose più importanti della vita non possono essere acquistate; che la felicità non è la retribuzione che riceviamo in cambio di ciò che diamo agli altri, ma la gioia nascosta nel fatto stesso di essere in grado di donare. Questa è la più alta e compiuta forma di libertà. Come è stato giustamente detto: di noi, resterà solo l’amore che abbiamo donato.

Inoltre, mi piace il richiamo finale ai semi. A dirla tutta, credo che sia la parte più importante della storia. Non solo perché si tratta di un azzeccatissimo colpo di scena. Ma perché questo riferimento ai semi sembra comprovare l’idea per cui le cose belle richiedono tempo, pazienza, cura. Solo così potranno gettare radici profonde e crescere forti. Invece, il Diavolo ha fretta, ci forza continuamente la mano perché “sa che il suo tempo sulla terra sta per scadere”. Il Diavolo vuole tutto. E lo vuole subito.

Infine, a me sembra che il riferimento ai semi rispecchi in maniera fedele il senso del Natale. Dio, l’onnipotente, decide di farsi uomo. Scende quindi dal cielo e nasce bambino in una condizione di estrema debolezza e precarietà. Dopo essersi fatto carne, trasformerà la sua vita in ostia. Qui, in questa esaltazione divina di tutto ciò che è piccolo, umile ed indifeso, io intravedo la più compiuta e lodevole essenza del messaggio cristiano.

Nove persone su dieci amano il cioccolato.

1.Mille caffè
Riflettendo sulla condizione in cui versava la Francia dopo la seconda guerra mondiale, Charles de Gaulle si chiedeva come fosse possibile “governare un Paese che conosce 246 varietà di formaggio”. Mi domando cosa avrebbe detto degli italiani e della nostra smisurata passione per il caffè. A differenza degli altri europei, noi conosciamo milioni di modi per torturare un barista: ristretto, amaro, lungo, freddo, corretto, in vetro, marocchino, shakerato, schiumato, macchiato… what else?

Da un lato, credo che questa irresistibile voglia di caffè dipenda dal fatto che “la caffeina è un’arma di resurrezione di massa” (cit. saraturchina, Twitter). Dall’altro mi piace pensare che sia la più evidente prova del fatto che il cibo non è semplice nutrimento, ma piacere, cultura, immagine, ricerca, estetica. Ossessione.

BOMBE

Di fatti, esistono milioni di monografie, trattati e libercoli scritti sull’argomento, tanto che, se volessimo chiudere il discorso con uno slogan, potremmo affermare che “il cibo è la risposta”. Eppure, sembra che la nostra società sbagli continuamente domanda. Mangiamo troppo (e male) per combattere lo stress; per noia, per farci male; per guarire da incolmabili carenze affettive o premiarci alla fine di una giornata di duro lavoro. Mangiamo poco (e male) per punire noi stessi o le persone che ci vivono accanto, per chiedere aiuto, apparire eleganti o per illuderci che non stiamo invecchiando.

Insomma, non mangiamo (solo) per nutrirci, ma per raggiungere  altri e ben più complicati obiettivi. Forse per questo motivo, un filmaccio americano accomunava, sin dal titolo, cibo, preghiera ed amore – mentre un ben più saggio ed antico proverbio cinese recita: quando mangi un piatto che non hai mai assaggiato, allunghi la tua vita di sette giorni.

La cosa certa è che nell’epoca della spettacolarizzazione globale anche il cibo si è trasformato in immagine: i palinsesti televisivi abbondano di programmi culinari ed i social network sono letteralmente invasi da foto del cibo. Quest’ultima moda è stata battezzata  “food porn”, alludendo, con la giusta dose di sarcasmo, alla condizione di patologia mentale in cui si trova chi passa ore ed ore ad ammirare e catalogare un oggetto che non è stato fatto per essere guardato, ma per essere consumato. La riduzione ad immagine degli investimenti erotici ed affettivi rappresenta una caratteristica fondamentale dell’epoca in cui stiamo vivendo. Una di quelle innocue tendenze di cui ci siamo tutti ammalati e che con molta probabilità porterà alla fine della specie umana.

Voglio dire:  è certo è che una larga parte della nostra salute fisica e mentale dipende da cosa portiamo – o non portiamo –  alla bocca, ma è altrettanto chiaro che la società contemporanea chiede al cibo di recitare un ruolo sbagliato, camminando in equilibrio precario sul confine tra normalità e patologia. È come se il cibo venisse incaricato di “tenere un discorso che non gli compete e per il quale non dispone delle parole”. Per questo motivo, molte diete sono destinate a fallire, “in gioco non è la gola, ma l’insicurezza circa la propria esistenza che non ha trovato dove ancorarsi” (U. Galimberti).

2. Una pietra diventa pane
Il tema dell’ingordigia riveste un’importanza fondamentale all’interno della religione ebraica e cristiana. Non solo la Genesi lega il peccato originale e la conseguente cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso Terrestre al fatto di aver mangiato una mela, ma sfogliando la Bibbia possiamo trovare molti ed altrettanto significativi esempi di ingordigia peccaminosa: Noè, incapace di smettere di bere, si mostra nudo ai suoi figli; Esaù cede la primogenitura a Giacobbe per un piatto di lenticchie; Lot, ebbro di vino, commette incesto con le sue figlie; la fede del popolo di Israele vacilla una volta conosciuta la fame nel deserto, mentre il Diavolo chiederà a Cristo di interrompere il digiuno trasformando una pietra in pane.  In tutti questi casi, i testi sacri utilizzano la metafora del cibo per alludere ad altri e ben più profondi significati. Per questo motivo, Enzo Bianchi ha scritto che l’ingordigia è la madre di tutti i vizi, chiarendo che “ogni patologia umana si innesta” su di un “bisogno primario per eccellenza: quello del nutrimento, della fruizione e del piacere”. In senso lato e metaforico,  potremmo dunque affermare che ogni vizio è, nella sua più intima essenza, un vizio di gola. Perché ogni vizio si alimenta della nostra insaziabile voracità: la lussuria è il frutto di una fame smisurata, esattamente come lo è la superbia, l’invidia o l’avarizia.

3. Dulcis in fundo
Concludiamo con una breve antologia di battute sul cibo.

Navigando su internet non è affatto difficile imbattersi nell’argomento “cibo”. Ancor di più, sembra che gli utenti dei social network abbiano un vero e proprio “chiodo fisso”, dato che fotografano pietanze, condividono (video)ricette e scherzano continuamente sulle proprie passioni e debolezze culinarie. Per esempio, qualche tempo fa era in voga questa freddura: “quali sono i tuoi fiori preferiti? I fiori di zucca. Fritti”; mentre oggi è diventata molto popolare “sto seguendo due diete. Perché con una si mangia poco” condivisa ed apprezzata almeno quanto “dopo la prima settimana di dieta ho iniziato a provare dei sentimenti anche per lo shampoo alla vaniglia”, ma, a mio avviso, la migliore di tutti i tempi resta: “se si fa in quattro per farti felice, è una pizza“.

A Roma, su un muro del quartiere S. Lorenzo, ho letto la bellissima: “salva una pianta, mangia un vegano“, mentre in ambito  letterario, vi segnalo il libro Non si finisce mai di impanare (Stefano Piazza, edizioni Edt) di cui ho apprezzato particolarmente la seguente citazione: “nove persone su dieci amano il cioccolato. La decima mente”.

Infine, “ricordatevi sempre che non si ingrassa tra Natale e Capodanno. Ma tra Capodanno e Natale” (anonimo).

La Camera da Letto del Vicino – Due Righe su “Terrore” e “Terrorismo”.

1. Breve fenomenologia dei sentimenti.
La paura è importante, perché ci insegna ad essere prudenti. Molte delle cose che facciamo – o che non facciamo – dipendono dal fatto che abbiamo paura di subire un danno o di provare un dolore. Ad esempio, mio nonno materno era un fumatore incallito. Un giorno decise di farsi visitare da un medico perché aveva una brutta tosse ed il dottore gli spiegò che la colpa era delle sigarette, che il fumo faceva male e che, se continuava a fumare, rischiava di ammalarsi seriamente. Nonno rimase sbigottito. Cinquanta anni fa la dannosità del fumo non era tanto scontata ed ovvia come lo è per noi oggi. Così, nonno uscì dallo studio di quel medico e buttò in un cestino la sua ultima marlboro. Da allora, e per il resto dei suoi giorni, non toccò più una sigaretta. Se le faceva accendere da nonna. Scherzi a parte, la paura è una maestra saggia che mostra agli uomini la retta via. In questo senso Thomas Hobbes ne parla come di una “passione ragionevole” che, spingendo gli uomini a sottoscrivere il contratto sociale, rappresenta la base fondante dello Stato.  Non dobbiamo quindi rinnegare le nostre paure, perché vivere senza paura significherebbe rinunciare ad una parte fondamentale della nostra umanità. L’uomo che non ha paura è un uomo a metà – come l’uomo che non piange, l’uomo che non ride o l’uomo che non ama. Al pari di tutti gli altri sentimenti, la paura rappresenta una parte essenziale della nostra umanità. Per questo motivo, esattamente come ogni altro sentimento, anche la paura può “ammalarsi” e crescere sino a subire una metamorfosi, divenendo terrore.

Provare paura è sano, addirittura utile, mentre essere terrorizzati è certamente deleterio. In questo, come in moltissimi altri casi, risulta dunque comprovato un antico insegnamento alchemico secondo cui “è la quantità che fa il veleno”.

Veleno

2. Stallo
L’ossessione per una persona non è amore, ma una perversione. La depressione suicida non è tristezza, ma una perversione. Il terrore non è  paura, ma una perversione. A differenza della paura – che induce ad agire; a continuare a fare; ad iniziare a fare; a smettere di fare o non fare mai qualcosa – il terrore blocca, paralizza, impedisce persino di ragionare. Per questo motivo, il nostro peggiore nemico cercherà in tutti modi di spaventarci: i pugili, prima o durante un incontro, rivolgono sempre  garbate paroline al proprio avversario; alcuni difensori, nel sottopassaggio che porta al campo di calcio, restano volutamente a petto nudo, in modo che gli attaccanti dell’altra squadra possano apprezzarne la muscolatura, e capire da che parte tira il vento. Perché spaventare qualcuno a morte significa aver assestato un colpo di fondamentale importanza. Ancor prima di aver iniziato il match.

3. Sfumature
In un Paese come il nostro, che ama fare certe distinzioni, il terrorismo viene solitamente suddiviso in terrorismo di destra e terrorismo di sinistra. La differenza starebbe nel fatto che il terrorismo di sinistra avrebbe sempre colpito obiettivi specifici – magistrati, sindacalisti, politici – con la finalità di “colpirne uno per educarne cento”. Dal canto suo, il terrorismo di destra avrebbe sempre sparato nel mucchio, mettendo bombe nelle piazze, nelle stazioni, nelle banche… A prescindere dalla validità di questa distinzione, è certo che la finalità del terrorista sia quella di diffondere, il più brutalmente possibile, un messaggio di morte: nessuno, in nessun luogo ed in nessun momento, deve sentirsi al sicuro. Per questo motivo non credo che il terrorista debba essere considerato un rivoluzionario. Perlomeno, non è detto che si tratti di due figure perfettamente sovrapponibili. Di fatti, il terrorista non si impegna necessariamente per sovvertire lo status quo. Non è detto che egli, provocando il caos, agisca contro il potere e non finisca, più o meno volontariamente, per favorirne il mantenimento – sollecitando l’adozione di leggi speciali e giustificando, con la propria azione, rappresaglie di ogni ordine e genere.  Voglio dire: il gruppo di esuli che decise di fare la rivoluzione a Cuba era sicuramente formato da rivoluzionari, perché, agendo con lo specifico fine di sovvertire una dittatura, colpiva i militari avversari utilizzando la micidiale tecnica della guerrilla. Al contrario, i gruppi dell’ISIS non hanno affatto attaccato la polizia, l’esercito o i centri del potere, ma un teatro, alcuni bar e lo stadio – non avendo apparentemente altra intenzione che non fosse quella di diffondere  il terrore tra la popolazione.

La tesi per cui le rivoluzioni nascono dal terrorismo ricorda molto da vicino la tesi per cui bombardare i civili aiuta a sconfiggere le dittature: il valore di entrambe è ancora tutto da provare.

4. Conclusioni
Dobbiamo quindi distinguere la paura dal terrore
: la prima è quel sentimento che ci spinge a controllare periodicamente il cellulare del nostro partner, il secondo è quel sentimento che nasce il giorno in cui scopriamo che esiste (almeno) un secondo telefono da tenere sotto controllo.

Scherzi a parte, a me pare evidente che stiamo combattendo una guerra contro un esercito di fantasmi che vive sul nostro stesso territorio. Non possiamo dunque sperare di vincere fino a quando non decideremo di adottare una strategia adatta alle peculiarità del nostro avversario.

Intendo dire che il terrorismo si combatte con le operazioni di intelligence. Sperare di sconfiggerlo lanciando bombe su di uno Stato straniero è come provare ad uccidere una zanzara dando fuoco alla camera da letto del vicino.

Infine, credo che sia opportuno concludere questo breve articolo con un messaggio per i nostri acerrimi nemici.

Cari terroristi, sarà anche vero che noi occidentali siamo una massa inerme di consumatori senza spina dorsale, ma potete stare certi che siamo pronti a morire quando si tratta di difendere i nostri valori.

Per questo motivo, io dico che siete stati fortunati a non mettere piede dentro lo stadio.