I Sette Vizi Capitali. La Lussuria


Introduzione
Un giorno commisi l’imperdonabile errore di chiedere agli studenti del primo anno cosa fosse, secondo loro, la “hýbris”. La maggior parte della classe rimase basita, due pensavano che fosse un canale di mediaset premium (iris) mentre un altro voleva a tutti i costi convincermi che fosse la salsa di cetrioli normalmente utilizzata per condire il kebab – “mi fa una piadina? Con molta hýbris, grazie”. Ovviamente, mi riferivo al termine greco che allude alla colpa di aver superato i limiti connessi alla condizione umana: la cultura greca riteneva che gli esseri umani avrebbero potuto suscitare l’ira delle divinità per un eccesso di superbia, oppure, comportandosi come bestie. Per questo motivo, credo che la lussuria possa essere interpretata come hýbris. Parliamoci chiaramente: tutti i vizi implicano che il vizioso non abbia il senso della misura, ma nel caso di altre condotte – come, ad esempio l’invidia, l’accidia o l’avarizia – il parallelismo con la sregolatezza animale risulta sicuramente meno lampante e corretto.

Lussuria2

1. Pornography.
In linea di massima la lussuria richiede la presenza di (almeno) un complice. Eppure, si può essere tristemente e banalmente lussuriosi anche da soli. Tutto questo è ancor più vero nell’era di internet. Di fatti, la rete ha contribuito moltissimo alla diffusione della pornografia, mettendo sotto gli occhi di tutti l’infinita varietà delle perversioni sessuali. Pensate a ciò che volete – nomi, cose, animali, vegetali o città – sembra che non esista nulla che non possa essere inserito all’interno di un contesto erotico o, peggio ancora, pornografico. Come disse un mio amico che la sapeva lunga: “Se un giorno dovessero sparire tutti i siti pornografici da internet, resterebbe un solo sito con la scritta: “ridateci il porno”. Detto tra noi, credo che tutta questa pornografia non faccia bene agli internauti.
Avete presente la vecchia storiella per cui la pornografia rende ciechi? Si tratta di una di quelle cose che si dicono agli adolescenti per evitare che prendano cattive abitudini. A prima vista, sembrerebbe una sciocchezza a cui tutti abbiamo creduto almeno da piccoli – una favola paragonabile all’uomo nero che porta via i bambini che si comportano male o all’abolizione delle tasse sulla prima casa. La verità è che la pornografia rende davvero ciechi, non in senso medico, ma in senso filosofico. Di fatti, la visione di questo genere di immagini instaura una sorta di cortocircuito nella mente dei viziosi, impedendo loro di riconoscere il valore ed il senso del corpo (proprio ed altrui). Nella pornografia il corpo viene messo a nudo, ma paradossalmente si nasconde, eclissando il proprio significato più vero dietro la brutalità di un gesto inutile, perché meramente ludico e sportivo. Parliamoci chiaramente, quelli della mia generazione non avevano simili problemi. Noi preferivamo di gran lunga il reale al virtuale. Per questo motivo, pochi di noi hanno dovuto mettersi gli occhiali, mentre i giovani di uggi fanno fatiche anche a leggere quella che scrovono sui propri, insulsi, blog.

2. Il Mascalzone latino tra lussuria e parole.
Tempo fa, su internet, girava un post in cui venivano elencati tutti i modi per dire che una donna è una donna di facili costumi. Ne abbiamo a bizzeffe. Se consideriamo anche il vernacoliere, superiamo i 180 appellativi. Al contrario, esistono pochissimi modi di insultare un maschio asserendo che si tratta di un maschio di facili costumi – per lo più, si tratta di antichi e desueti termini dialettali.

Prestate attenzione a questo semplice ragionamento che chiamerò “il loop infinito della passeggiatrice”:
1) un maschio che ama camminare è un passeggiatore, una passeggiatrice è una donna allegra;
2) un uomo pieno di spirito e di vitalità è un uomo allegro,una donna allegra è una donna disponibile;
3) un maschio pronto a farsi in quattro per gli altri è un maschio disponibile, una femmina disponibile è una buona donna;
4) un uomo che fa volontariato è un uomo buono, una buona donna è una donnaccia;
5) un maschiaccio è un uomo antipatico e brutale, una donnaccia è una passeggiatrice.

Il fatto è che per la nostra cultura l’uomo che frequenta molte donne è un eroe, mentre una donna che frequenta molti uomini è una sciagurata. In tal modo, si palesa l’immensa ingenuità del maschio italiano che, da sempre, si illude di essere un seduttore di sante. Se volessimo trovare una differenza tra maschi e femmine, questa non starebbe di certo nella propensione al vizio, ma nel fatto che i primi “si vantano di fare cose che non hanno mai fatto, mentre le seconde hanno avventure che non racconteranno mai”.

3. Ispirazione
Queste brevissime considerazioni sulla lussuria mi sono venute in mente circa un mese fa, mentre stavo studiando il testo di un collega francese. Verso la metà del libro ho trovato un esplicito riferimento alla sregolatezza delle orge che si svolgono nella zona dei Castelli Romani. Sono rimasto parecchio stupito. Pensavo che i Castelli fossero famosi solo per la porchetta, il vino buono e la perniciosa presenza di tifosi laziali. Come prima cosa, ho dunque aggiornato il mio archivio mentale, aggiungendo a quanto menzionato l’hashtag #orge. Subito dopo, ho iniziato a pormi delle domande: cosa spinge i romani a darsi appuntamento in queste ville per lasciarsi andare alla più sfrenata e disinibita perversione? Per quale motivo persone apparentemente normali sentono il bisogno di scendere ad un tale livello di degradazione animale? Cosa scatta nella testa di questa gente?

Ma soprattutto, perché non mi invitano mai?

“Sei Meglio Tu”. Semplici Indizi per Smascherare un Superbo

Al contrario dell’invidia, la superbia sembrerebbe essere un vizio molto “rumoroso”. Eppure, i peggiori tra i superbi sono quelli che non lo danno troppo a vedere.

Questi individui si avvicinano a noi mimetizzati da persone normali, dimostrando di saper essere persino simpatici e brillanti. Tuttavia, non appena avremo abbassato le difese e li avremo fatti entrare nella nostra vita, saremo costretti a sopportarne la infinita ed inaccettabile protervia.

Per questo motivo, l’articolo di oggi è dedicato ai semplici indizi che ci consentono di smascherare un superbo ed allontanarlo dalla nostra vita.
Prima che sia troppo tardi.

Le persone superbe non sono particolarmente brave in nulla. Insomma, gli uomini che possiedono delle qualità non sono mai superbi. Il fatto è che per imparare a fare qualcosa, qualsiasi cosa, bisogna essere umili. In ogni campo si inizia dalle nozioni fondamentali, dai primi passi, da timidi e sgraziati tentativi. Si comincia sempre dal basso. Ma per il superbo è impossibile accettare di avere un Maestro. Ai suoi occhi, risulta parimenti inconcepibile l’idea di imparare osservando come si comporta un’altra persona. Anche quando provano ad imparare da soli, i  superbi non sono comunque in grado di migliorare, perché non riescono a comprendere i feedback che ricevono dalla realtà. Provo a spiegarmi: se una persona non riesce a fare qualcosa, anche una cosa banale, si ferma un attimo e si domanda “dove sto sbagliando?”. Se un superbo non riesce a fare qualcosa abbassa la testa ed insiste per ore come un mulo, continuando con lo stesso identico procedimento con cui ha iniziato. Quando, dopo un centinaio di fallimenti, ancora non sarà riuscito ad ottenere quello che voleva, inizierà a guardarsi intorno sospettoso, domandandosi chi sarà mai quel bastardo che porta sfiga. Questa è un’altra fondamentale caratteristica del superbo:  egli crede ciecamente nella sfortuna  – vera ed unica artefice di tutti i suoi fallimenti – e nella fortuna – che caratterizza, invece, i successi degli altri. Il superbo è talmente convinto che i suoi insuccessi dipendano esclusivamente dalla sua incredibile sfortuna da dichiarare al mondo di non essere superstizioso, perché porta iella.

Superbia

Ancora, il superbo non sopporta le leggi, perché, come insegniamo alle matricole del primo anno di studi in Giurisprudenza, le norme giuridiche sono strutturalmente generali ed astratte. Ciò a dire, la norma giuridica riguarda la generalità dei consociati – oppure, chiunque si trovi ad avere un determinato status.  Provo a spiegarmi facendo qualche esempio: “Chiunque sottrae la cosa mobile altrui (ruba) è punito con la pena di…”; “Il Presidente della Repubblica (qualsiasi Presidente) ha il potere di…”; Il Sindaco di Roma (qualsiasi Sindaco) non può andare a cena con il Papa se non viene invitato. Ovviamente, tutto ciò risulterà parecchio urticante per il superbo. Per Sua Unicità, dover rispettare le regole risulta tanto comodo quanto indossare un maglione di lana a collo alto il 15 agosto.  Messo di fronte ad una regola, si sentirà con le spalle al muro, ed inizierà a dibattersi come una falena contro una lampadina al neon. “Siamo proprio sicuri che non si possa fare un’eccezione?”. Le leggi valgono per le persone comuni, lui, invece, è una superstar.

Come diretto ed importantissimo corollario, il superbo è un ritardatario da competizione. Passiamo metà della nostra vita ad aspettare che queste persone si ricordino dove ci hanno lasciati. In fondo, è solo il nostro tempo che stanno sprecando, per quale motivo dovrebbero preoccuparsi? Non vorrei apparire eccessivamente caustico, ma credo di conoscere almeno un superbo che sarebbe capace di arrivare tardi anche il giorno del suo funerale.

Infine, i superbi sono tristi. Sempre. Perché la società, gli amici, i parenti e Dio non si dimostrano mai in grado di offrire il giusto tributo alla loro sconfinata grandezza. Sua Magnificenza è sempre convinto di meritare il massimo, qualsiasi cosa faccia, in qualunque modo lo faccia. Per questo motivo, non sarà mai soddisfatto della sua casa, della sua macchina, della sua famiglia. Si sentirà un genio incompreso e maltrattato da una società troppo stupida e volgare per apprezzarne l’infinita genialità. L’unico modo per fargli capire come stanno realmente le cose è usare l’ironia, ad esempio, potreste regalargli una t.shirt con la scritta “Dio è morto, Marx è morto ed anche io non mi sento benissimo”, oppure, scegliere la più diretta e veritiera: “Dio esiste. Ma non sei tu. Rilassati”.

2. La ragione è dei fessi
Se quanto detto sino ad ora dovesse sembrarvi poco, aggiungo che è praticamente impossibile discutere con un superbo. A prescindere da quale sia l’argomento della conversazione, Sua Magnificenza ne capirà e ne saprà comunque più di voi. Non sperate di risolvere la discussione chiamando in causa l’opinione di un esperto, il Superbo resterà del tutto indifferente alle vostre citazioni dotte, perché egli non ammette che esista alcuna autorità al di fuori della sua (piccola) testa.

Freud, riprendendo un’antica intuizione di Kant, scrive che tutto questo dipende dal fatto che il superbo è un ipocrita.

Ma io sono convinto che si sbaglino entrambi.

3. Epilogo. “La dura realtà”.

Una sera di qualche anno fa mi trovavo in macchina con la mia (ex) fidanzata. Avevo capito che lei, quando uscivamo insieme, non era serena. Intuivo il motivo di questo disagio e sentivo che dovevo assolutamente fare qualcosa, prima che la situazione degenerasse.

-Vedi, tesoro, io non vorrei mai che tu ti sentissi in imbarazzo, bloccata o peggio ancora sotto esame quando sei con me. Tutto quello che io ho fatto ed ottenuto nella vita – il mio successo – non ha nulla a che fare con la nostra storia. Io vorrei davvero che tu, quando sei con me, fossi rilassata, spontanea, a tuo agio. Ecco, a me piacerebbe che  tu ti comportassi  con me come ti comporti con i tuoi amici. Io voglio vedere la vera te, voglio stare con la vera te, non con una persona tesissima che vive con la tremenda paura di commettere irreparabili errori ogni volta che dice o fa qualcosa. Per questo motivo, ti prego, ti prego, ti prego: considerami e trattami semplicemente per quello che sono.

-E cosa saresti?

-Il numero uno.

Sette Vizi Capitali. L’Invidia.

Senza ombra di dubbio, l’invidia è uno tra i vizi capitali più diffusi nel nostro Paese. Alzi la mano chi non ha mai provato invidia in vita sua e, soprattutto, chi non si è mai sentito invidiato. Non sapete di cosa sto parlando? Non ci credo. Se l’invidia facesse crescere le ali, l’Italia sarebbe un aeroporto. Osservatela bene.
Non è uno stivale, è una portaerei.

Sette VIzi

1. Tre famiglie
Gli invidiosi possono essere divisi in tre grandi famiglie:

1) quelli che scompaiono. Quando le cose non girano per il verso giusto, queste persone vi telefonano, vi scrivono su whatsup, vi mandano sms, lettere, messi comunali e piccioni viaggiatori. Insomma, vi stalkizzano giorno e notte senza alcuna pietà. Al minimo cenno di ripresa, diventano ombre del passato. Privi di sangue e disperati- come anime affogate nello Stige – strisciano furtivi alle vostre spalle. Imitando l’omicida di Scream.

Se proprio non riusciranno ad evitarvi, faranno finta di non sapere nulla di ciò che avete fatto o ottenuto di buono nella vita. Per quanto possano sforzarsi, vi accorgerete immediatamente della loro sofferenza, perché la verità è che niente fa più rumore del silenzio di un invidioso.

2) quelli che ti offendono facendoti i complimenti. “Che occhi fantastici che hai! Si notano molto… forse perché sono l’unica cosa bella del tuo viso!”. “Ho dato un’occhiata al tuo blog. Complimenti per le citazioni! Ed anche per le foto che usi. Peccato che entrambe le cose non siano tue!”. Esattamente come il Sindaco Marino, queste persone partono bene. Ma si tradiscono da sole. E finiscono per fare una brutta figura.

3) quelli che si comportano come la volpe della famosa favola, disprezzando apertamente ciò che non possono avere. Io, ad esempio, me ne sono fregato del fatto che non mi abbiano riconosciuto neanche una misera nomination ai “premi della rete” In fondo, ho solo totalizzato 150.000 visualizzazioni in meno di un anno, per quale motivo avrei dovuto aspettarmi di ricevere un seppur minimo riconoscimento?

2. Invidia è autolesionismo
Gli invidiosi danneggiano prima di tutto se stessi.  Sono vittime di un atteggiamento negativo che li allontana irrimediabilmente dal successo. Chi prova invidia si convince facilmente che il prossimo non ha alcun diritto di avere ciò che ha – o di essere ciò che è. Il risultato di queste convinzioni è che l’invidioso non sarà mai in grado di impegnarsi per ottenere qualcosa.

Che senso avrebbe darsi da fare, se, in fondo, è tutta questione di fortuna?

Questa è la immensa differenza che separa l’invidia dall’ammirazione. Chi ammira riconosce la grandezza altrui, anche se (di)spera di poter raggiungere gli stessi obiettivi raggiunti dal suo modello. Per questo motivo, dall’ammirazione nasce sforzo, passione e, spesso, amore. Dall’invidia, invece, non nasce nulla. Se non cattiveria e frustrazione.

3. Il successo del panino al prosciutto
L’invidia è tanto diffusa perché le persone tendono a confondere due categorie di beni: i beni competitivi ed i beni non competitivi.

Per fare un esempio, pensiamo alla differenza che passa tra un panino al prosciutto – bene competitivo per eccellenza – e la cultura – che è, invece, un bene non competitivo. Il panino è un bene esclusivo e competitivo, perché, per essere sfruttato ed apprezzato pienamente, deve appartenere ad una sola persona. Se (con)dividi il tuo panino, resterai con mezza merenda tra le mani – a meno che tu non sappia fare altri giochetti, come camminare sulle acque o resuscitare i morti.

La cultura, al contrario, è non competitiva: se (con)dividi le tue idee con qualcuno, avrai in cambio idee migliori, oppure, il doppio delle idee.

Per smetterla di essere invidiosi dobbiamo renderci conto che il successo non è un bene esclusivo e competitivo. Il mondo è grande, c’è posto per tutti! Ogni giorno abbiamo infinte occasioni per essere felici e realizzare i nostri desideri – la prima delle quali è svegliarsi presto e rimboccarsi le maniche.

Voglio dire: la scandalosa fortuna del nostro vicino di casa non ci danneggerà in alcun modo. Se lui esce con Giorgia Palmas questo non significa che noi saremo costretti a sposare la moglie di Fantozzi.

4. Il genio del manuale
La parola “invidia” deriva dal latino “in”- “videre” che significa, letteralmente, “guardare di sbieco” qualcuno. Forse per questo motivo, ho sempre trovato deliziosa questa storiella: una notte, mentre sta pulendo un polveroso manuale di diritto privato, un docente universitario riesce ad evocare un genio.

“Chiarissimo, Professore, La ringrazio per avermi liberato! Per compensarLa, esaudirò un Suo desiderio”.

“Solo uno?” .

“Solo uno. C’è la crisi. E poi, ce lo chiede l’Europa” .

“Qualsiasi cosa?”.

“Si, ma tenga presente che farò avere il doppio di ciò che mi chiede
al suo più acerrimo rivale accademico”.

“Cavami un occhio”.

Tutti Vedranno Cosa ti Ho Fatto. Riflessioni Su Internet e Cyberbullismo

0. Guardare significa comprendere
La maggior parte degli esseri umani elabora e comunica informazioni per immagini. Non a caso, la parola “considerare” deriva dalla unione di due termini latini e significa, letteralmente, “osservare le stelle”; mentre la parola “teoria” viene dal greco e contiene, al suo interno, un verbo che significa “guardare”.

Accanto a queste semplici osservazioni linguistiche, troviamo altre e più importanti suggestioni. Riflettiamo, ad esempio, sul fatto che Adamo ed Eva capiscano di essere nudi e decidano conseguentemente di coprirsi dopo aver mangiato il frutto che avrebbe loro “aperto gli occhi”. Correndo a nascondersi dallo sguardo divino.

Tutti

1. Occhi che si nascondono. E toccano
Organo liquidotrasparente per eccellenza, l’occhio svolge una duplice funzione, permettendoci di comprendere il mondo e, al tempo stesso, comunicare con l’ambiente circostante – rivelando agli altri esseri umani i nostri pensieri, o lo stato d’animo in cui ci troviamo.

Lo sguardo degli altri ci tocca.
Ne percepiamo l’amore quando comunica tenerezza.
Ne subiamo la violenza quando esprime disprezzo.
Ne avvertiamo la pressione quando ci sentiamo osservati.

Potremmo provare un brivido di disagio nel caso in cui non fossimo nella condizione di ricambiareGuardando negli occhi chi ci sta scrutando.

Se non possiamo opporci allo sguardo altrui, ci scopriamo deboli ed indifesi.

Esposti.

2. Il Legno Storto
Ultimamente, la cronaca nera è tornata ad occuparsi di atti di cyberbullismo.
Il fenomeno è indubbiamente preoccupante e, sembrerebbe, in costante ascesa.
Spesso, le vittime vengono perseguitate e minacciate via web, altrettanto frequentemente, vengono umiliate a causa della condivisione di immagini e filmati che ne espongono al pubblico ludibrio la goffaggine.

Non di rado, si tratta di persone deboli ed indifese.
O diversamente abili.

Quando penso a queste cose mi rendo conto di quanto avesse ragione Kant: nell’uomo c’è qualcosa di storto. Deve esserci, nella nostra natura, un tratto perverso, miserabile e demoniaco, che ci spinge immancabilmente verso il basso.

Forti con i deboli e deboli con i forti. Meno umani delle bestie feroci.

Evitiamo tuttavia di cadere nella facile retorica del mostro.
Sebbene ci costi ammetterlo la verità è che i cyberbully sono “ragazzi normali”.
Giovani come tanti che un giorno – per noia, ignoranza o superficialità – hanno passato la linea che separa goliardia e violenza.

3. Una novità antica.
Parliamoci chiaramente, il bullismo è sempre esistito – anche, se, ai miei tempi, si chiamava “nonnismo”.

Nei primi giorni di Liceo Scientifico, un mio compagno restava in classe durante la ricreazione, perché aveva il terrore di essere “battezzato” dagli studenti degli anni superiori. Ben prima che nascesse internet, molti ragazzi sono stati indotti al suicidio durante il servizio militare.

Eppure, la rivoluzione digitale ha cambiato anche questo aspetto della nostra vita.

La condivisione sui social rappresenta qualcosa di peculiare: una (ulteriore) violenza ed una (ulteriore) umiliazione che viene crudelmente imposta alla vittima. Una sorta di pena accessoria che ne amplifica il dolore, mettendone a dura prova la psiche.

Per questo motivo, penso che le scuole di ogni ordine e grado abbiano il dovere di educare ad un utilizzo corretto dei social network, prevedendo un corso di cittadinanza digitale.

Le nuove tecnologie della comunicazione mettono nelle mani di tutti – anche dei più giovani – un potentissimo strumento di diffusione del pensiero. Esponendo gli utenti dei social network, ed in particolare gli adolescenti, ad almeno due pericoli, altrettanto gravi e concreti: il primo è che i ragazzi feriscano i propri coetanei, pubblicando immagini che ne ledono irrimediabilmente la reputazione. Il secondo, altrettanto fondato, è che danneggino sé stessi, mostrando alla rete di quali nefandezze sono capaci.

4. Il fiore di Facebook.
Tutto ciò premesso, vorrei che si evitasse di dare semplicisticamente la colpa ad internet.

Riflettiamo su di un dato di fatto: solo in lingua italiana, esistono migliaia di gruppi di ascolto e supporto per chi ha sùbito una violenza. Esistono migliaia di forum a tutela dei diritti dei minori, delle donne, dei malati. Se non ci fossero internet ed i social network in particolare, tantissime persone non saprebbero letteralmente dove andare a sbattere la testa per condividere angosce e problemi.

Siamo dunque pari? Assolutamente no.

Il cyberbullismo è una deviazione, non la regola.

Ciò è vero prima di tutto in senso statistico.

Secondo di tutto, è vero dal punto di vista filosofico.

L’analisi fenomenologica e strutturale dei social network dimostra che essi nascono per creare legami sociali positivi – altrimenti non ci sarebbe alcuna possibilità di bloccare utenti, segnalare profili o interi gruppi.

Se gli utenti utilizzano questa incredibile possibilità di sviluppo per vessare e torturare i propri simili, questo non ha niente a che fare con i presunti limiti di internet, ma dipende dal fatto che gli esseri umani sono liberi, stupidi e – spesso – cattivi.

Persino i fiori possono diventare un’arma letale.
Nelle mani di un assassino.

Più Ignoranti Di Una Capra

Sono sicuro che avrete già sentito dire da qualcuno che “i giovani d’oggi sono più ignoranti di una capra; passano la vita su Facebook, figurati se hanno letto Cent’anni di solitudine; si vanno a drogare in discoteca, figurati se hanno mai ascoltato un disco di Keith Jarrett; frequentano solo il parco, figurati se sono mai entrati in una biblioteca”. E così via…

A mio avviso, questi giudizi non sono ingenerosi.  Sono completamente sbagliati.
Si tratta di beceri luoghi comuni che, nel migliore dei casi, dimostrano esclusivamente la superficialità di chi li pronuncia.

Nel peggiore, sono un chiaro sintomo di malafede.
Proviamo a vedere insieme perché.

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1)“I giovani d’oggi sono ignoranti” è una generalizzazione e, come tutte le generalizzazioni, puzza di qualunquismo. Voglio dire, sostenere che i giovani sono ignoranti è come affermare che i rom rubano, che le persone di colore hanno il ritmo nel sangue o che gli anziani sono rimbambiti. Quando giudichiamo intere categorie di persone ci allontaniamo immancabilmente dalla verità. I giudizi sommari ed i luoghi comuni sono come Cacciari e le trasmissioni della Gruber: in linea di principio, sarebbero due cose diverse, ma nella realtà dei fatti sembra che l’uno non possa fare a meno dell’altro.

2) Molte persone sono convinte che le nuove generazioni sarebbero più ignoranti delle precedenti e la colpa dovrebbe essere attribuita – “udite udite” – a internet e ai social network in particolare. Si tratta di un giudizio molto sensato. Mi ricorda la barzelletta del matto che batte continuamente le mani per scacciare gli elefanti. Si avvicina un dottore e domanda: “mi scusi, perché lei batte le mani?”, il matto risponde: “per scacciare gli elefanti Dottore!”, “Ma benedetto figliolo, in questa clinica non ci sono elefanti!” , “Appunto Dottore! Appunto!”.

Se non vi è piaciuta è perché siete troppo anziani ed avete perso il senso dell’umorismo.

Scherzi a parte, vorrei essere molto chiaro al riguardo: chiunque affermi che le generazioni attuali sono più ignoranti delle generazioni passate afferma una sciocchezza di dimensioni bibliche. Non a caso, il premio Nobel Jeremy Rifkin sostiene che siamo entrati nell’epoca del capitalismo culturale. Secondo voi è normale che si vendano libri negli autogrill, libri nei supermercati, libri dal giornalaio? Se rispondete di sì è perché siete nati negli anni ’90. Ai miei tempi se volevi un libro dovevi andare a cercare in libreria. Oggi sono i libri che ti corrono dietro. Ieri mattina sono stato costretto a dare fuoco ad una copia di “Cinquanta sfumature di grigio” che continuava a citofonarmi per avere uno scambio di idee.

Innegabilmente, noi viviamo nella società delle informazioni. Informazioni diffuse, gratuite e libere. Siamo d’accordo che essere informati non significa avere cultura, ma senza possedere le informazioni non c’è nessuna possibilità di costruirsi una cultura.

Insomma, la facilità con cui possiamo reperire qualsiasi dato pone le basi perché le persone migliorino le proprie conoscenze – si trattasse anche solo del colore del cappello di Pippa Middleton.

3) Secondo incontrovertibili dati economici la condizione dei giovani è andata via via peggiorando. A partire  dalla metà dagli anni ’80, il nostro Paese si è lentamente avvitato su se stesso. Gli avvocati, i dentisti, gli architetti ed altre centinaia di lobby professionali hanno iniziato a fare di tutto per rendere sempre più difficile l’arrivo di nuove reclute ed il ricambio generazionale che ne sarebbe naturalmente conseguito.  Per questo motivo, i nostri  ragazzi trovano un lavoro, si sposano ed “invecchiano” più lentamente di tutti gli altri.

Quest’estate mi è capitato spesso di entrare in un locale pubblico in compagnia di alcuni amici ed essere accolto da frasi come: “arrivo subito, ragazzi”. Oppure, “cosa volete ordinare, ragazzi?”. Ho provato un certo fastidio ed ho pensato: “Come ragazzi? Ho 40 anni suonati. Potrei essere tuo padre. Anzi, va’ un po’ a chiamare la mamma che ci togliamo subito il dubbio!”. Poi, mi sono ricordato che in Italia l’adolescenza finisce in un periodo che oscilla tra i 62 anni ed i 64 anni, mentre nel resto del mondo, dopo i trenta, sei “troppo vecchio anche per morire” (cit. Vite a Consumo ).

Dal punto di vista culturale, il blocco del mercato del lavoro ha prodotto innegabili effetti “positivi”: per (sperare di) trovare (un qualsiasi) lavoro, i ragazzi di oggi devono portare a compimento la scuola dell’obbligo, l’Università, almeno un Master ed una Scuola di Specializzazione; devono conoscere almeno due lingue (più tutti i dialetti del Nord) e devono possedere comprovate competenze informatiche.

A tal proposito, ieri ho letto su Facebook questa simpatica battuta: “Hai ragione papà, non devo prenderti in giro perché chiedi a me di insegnarti ad usare un computer, in fondo, tu mi hai insegnato ad usare un cucchiaio”.

Se tutto questo è vero, perché si parla sempre male dei giovani? Palahniuk scrive che tutto ciò dipende dal risentimento: ogni generazione vorrebbe essere l’ultima e scopre, con un certo fastidio, di non aver detto l’ultima parola su nulla.

Gibran ci esorta ad accettare i giovani per come essi sono, senza pretendere che rispettino le nostre aspettative:

“I tuoi figli non sono figli tuoi,
sono figli e le figlie della vita stessa.
Tu li metti al mondo, ma non li crei.
Sono vicini a te, ma non sono cosa tua.
Puoi dar loro tutto il tuo amore, ma non le tue idee,
perché essi hanno le loro proprie idee.
Tu puoi dare loro dimora al loro corpo, non alla loro
anima,
perché la loro anima abita nella casa dell’avvenire,
dove a te non è dato entrare, neppure col sogno.
Puoi cercare di somigliare a loro, ma non volere
che essi somiglino a te,
perché la vita non ritorna indietro e non si ferma
a ieri.
Tu sei l’arco che lancia i figli verso il domani”.

Insomma, lasciate in pace i ragazzi. Se sbagliano qualcosa – qualsiasi cosa – la colpa maggiore è sempre di chi non li ha saputi educare.