Il Piccolo Principe

“Il Piccolo Principe”, Antoine De Saint-Exupéry, tr.it. “con le illustrazioni dell’autore”, Bompiani, Milano 1995, 125 pp., L. 10,500.

1. Per fortuna che le cose vanno male.
Questo breve racconto – o piccola favola – inizia con un incidente. Il narratore, interno al racconto, è caduto con il suo aereo nel deserto. Dopo alcuni giorni di completa solitudine, incontra il Piccolo Principe, a sua volta caduto sulla terra dal pianeta b. Inizia così a dialogare con questo strano ometto di sei anni, che, raccontandogli del suo pianeta e dei suoi viaggi, gli impartisce una poetica lezione sulla vita e sui sentimenti. L’incipit è dunque una catastrofe. Come a riprendere una antica lezione hegeliana: la filosofia inizia quando le cose vanno male. Se la vita è tutta “rose e fiori” noi non abbiamo alcun motivo per fermarci a riflettere, quando invece le cose non funzionano come dovrebbero, gli uomini si fermano, smettono di lavorare, di costruire, di fare e sono costretti a riflettere, a provare a capire per quale motivo, a un certo punto della propria vita, un certo incidente li ha improvvisamente scaraventati nel deserto.

2. Solitudine.
Questo breve racconto – o piccola favola – parla essenzialmente della solitudine. Il Piccolo Principe ha sei anni, la stessa età in cui l’autore provò a disegnare un boa che non venne capito e apprezzato dagli adulti, e vive solo sul suo piccolo pianeta assieme a una bellissima rosa. Nel momento in cui decide di abbandonare il suo pianeta per esplorare l’universo, incontra sei adulti, che vivono su altrettanti pianeti. Sono tutti soli come lui e non potrebbe essere altrimenti. Alcuni di loro occupano letteralmente il pianeta con il proprio smisurato ego – il re è costretto a spostare il manto per consentire al piccolo principe di sedersi – altri sono troppo presi dagli affari, dalla scienza o dal lavoro per poter stabilire una relazione con un qualsiasi altro essere umano. L’unico uomo con cui il Piccolo Principe riesce davvero a stabilire un rapporto è l’aviatore che ha avuto un incidente, a rafforzare nel lettore l’idea che Antoine de Saint-Exupéry stia dialogando con se stesso. Insomma, il Piccolo Principe potrebbe essere proprio quel bambino che a sei anni dovette subire un trauma – fosse anche solo affrontare il severo giudizio degli adulti – e che ora ha bisogno di parlare, di stabilire un contatto con l’uomo adulto, per consentirgli di crescere e uscire dal deserto in cui è precipitato. Ma come è possibile che ciò accada?

3. (Anti)Liquido.
Il mai troppo compianto Zygmunt Bauman, uno dei sociologi più importanti e conosciuti del XXI secolo, ha basato una buona parte della sua carriera, e del suo meritato successo, sulla categoria della liquidità. La liquidità di cui scrisse Bauman è un concetto molto vicino alla contingenza, alla mancanza di stabilità, alla caducità. Con sguardo acuto e stile cristallino, egli ha ricercato e scovato questa mancanza di permanenza in ogni aspetto della società contemporanea: dal lavoro – un tempo fisso e stabile – ai legami parentali – un tempo sicuramente meno ballerini e complicati di oggi. Insomma, nell’epoca che stiamo vivendo ogni cosa si è fatta liquida, nel senso che tutto è destinato a cambiare con estrema velocità, a scivolare via senza lasciare traccia, come acqua su di un vetro. La teoria di Bauman è, a mio avviso, corretta – non a caso si trova perfettamente in linea con quanto scritto da altri e altrettanto importanti studiosi contemporanei – come, ad esempio, il celebre economista Jeremy Rifkin o il filosofo canadese Charles Taylor. Dal canto suo, il Piccolo principe conosce benissimo questo tema, in fondo, l’incontro con la volpe, che tutti giustamente ricordano come uno dei momenti più importanti di questo breve racconto – o piccola favola – insegna al protagonista l’importanza di ciò che è stabile, fisso, programmato. La volpe spiega al Piccolo Principe che l’amore per la sua rosa non dipende esclusivamente dalla bellezza o dal profumo della rosa. Nel mondo, esistono moltissime altre rose altrettanto belle e profumate. Ciò che rende la rosa speciale è la cura che il Piccolo Principe le ha dedicato nel corso del tempo: è esattamente questo prendersi cura costantemente di qualcuno o qualcosa, questo atteggiamento che oggi, con una parola che è passata di moda, potremmo chiamare “fedeltà”, a rendere speciale quella rosa. D’altronde, la fedeltà e la costanza si trovano alla base dello stesso legame tra la volpe e il Piccolo Principe. La volpe chiede al Piccolo Principe di essere addomesticata e specifica che questo potrà accadere solo con il passare del tempo e con il giusto impegno.

In uno dei suoi splendidi romanzi, Erri de Luca scrive che la parola “mantenere” è bella perché indica, oltre al significato ovvio di tenere fede ad una promessa, il gesto tenero e nobile di tenere per mano qualcuno. Ecco, dialogando con la volpe il Piccolo Principe capisce che non c’è amore senza impegno. Capisce che chi non è in grado di mantenere una promessa è destinato a rimanere per sempre solo.

Conclusioni.
Il cuore viene spesso considerato come se fosse il regno delle emozioni, di tutto ciò che è privo di logica. Al contrario, Pascal ha scritto che conosciamo solo ciò che amiamo. Allo stesso modo, il Piccolo Principe ci insegna che “si vede bene solo col cuore”. Ma il cuore, per poter vedere, ha bisogno di essere “addomesticato”, perché “l’essenziale è invisibile agli occhi”. Questa frase viene ripetuta più volte nel corso racconto e ne rappresenta sicuramente il motto più conosciuto e citato, tanto che la bravissima MEG l’ha messa in musica e cantata, con impareggiabile classe e sensualità, nella splendida “Sfumature” dei 99 posse – fatevi un regalo, andate a cercare il brano su YouTube, ne vale davvero la pena.

Voto: 8
Un bellissimo racconto che merita di essere letto e meditato con attenzione.

100libri #2 Siddharta

Probabilmente non è il suo capolavoro, ma sicuramente Siddharta è il libro più letto di Herman Hesse – uno dei più importanti scrittori del XX secolo. Il romanzo, edito nel 1922, racconta la storia del figlio di un Bramino che, arrivato alla soglia della adolescenza, decide di abbandonare una vita fatta di agio e di privilegi per andare, da asceta, incontro al mondo. Siddharta rifiuta la sua cultura, la sua educazione, il suo ambiente nativo per metterne in discussione le regole e i valori. La storia trae dunque origine da un atto di  radicale ribellione. Se vi sembra di aver già sentito questo prologo è perché questo prologo, in sé considerato, non offre particolari spunti di originalità. Intendo dire: se riduciamo la trama al suo schema essenziale, notiamo che l’idea che si trova alla base del romanzo rappresenta un vero e proprio topos narrativo: l’adolescente di buona famiglia che, a seguito di una crisi mistica, si spoglia di tutti i suoi averi per andare alla ricerca della verità. Solo per fare tre esempi cronologicamente cadenzati: questo, prima di Siddharta, ha fatto S. Francesco e altri e importanti Santi; questo fa, a suo modo, Il giovane Holden di cui abbiamo discusso la scorsa settimana; questo fa il protagonista del bellissimo Into The Wild – che, se mai dovessi pubblicare una lista di 100 film da non perdere, sicuramente occuperebbe uno tra i primi posti. L’unica variante rispetto a questo schema è rappresentata dal fatto che Siddharta intraprende il suo viaggio di scoperta assieme all’amico Govinda. Ma a ben vedere, anche questo elemento è originale in senso parecchio relativo – i più grandi viaggi di scoperta che siano mai stati narrati raccontano sempre di due amici: da Dante e Virgilio a Don Chisciotte e Sancho Panza.

Il punto non è dunque la trama, in sé semplice e tutto sommato non troppo originale, ciò che rende questo romanzo davvero unico è la prosa dell’autore, la impareggiabile bravura di Hesse, la sua capacità di narrare una storia bellissima con stile liscio, scorrevole, preciso, ma al tempo stesso sensuale e filosofico. Hesse conosce bene l’Oriente e l’Oriente descrive con magistrale bravura, senza mai abusare della pazienza del lettore, senza mai abusare del suo tempo, intrecciando con estrema perizia elementi narrativi, poesia e meditazione zen.

Di questo Romanzo mi ha colpito particolarmente il punto in cui Siddharta scopre  che egli può liberamente decidere della sua vita, oltre qualsiasi vincolo familiare, culturale o ambientale. Nei primi capitoli il ragazzo scopre che se crede davvero in ciò che fa, i suoi ideali di purezza e di verità gli consentiranno di affrontare qualsiasi sacrificio. Ben prima di qualsiasi “The Secret” – e con una profondità del tutto sconosciuta al best seller di Byrne – Hesse racconta di come fossero gli “obiettivi” che il protagonista si era preposto ad attrarre verso di sé Siddharta – che si lasciava semplicemente cadere verso di essi, come un sasso viene attirato verso il fondo di uno stagno.  Non deve stupire che questo sia stato il libro culto della generazione sessantottina, che, stanca del miasma conservatore e retrogrado che si respirava in Italia, guardava ad Oriente per trovare una nuova e più vera spiritualità.

Siamo dunque di fronte ad un paradigmatico Romanzo di formazione. Hesse racconta una vista spesa alla ricerca dell’illuminazione, nel descrivere questo percorso, l’autore tocca molti e fondamentali punti di snodo da cui, prima o poi, siamo costretti a passare tutti, se vogliamo abbandonare l’infanzia e conquistare la maturità. A mio avviso, si tratta di uno dei capolavori indiscussi della narrativa moderna, insomma, c’è un motivo se Siddharta è il Santo laico di milioni di lettori nel mondo.

Leggetelo se amate l’Oriente, se volete capire cosa significa “maturità”, se volete guardare il mondo con gli occhi illuminati di un grande scrittore: questo romanzo non può davvero mancare nella vostra collezione di perle preziose.

Voto: 10.

Se vi è piaciuto questo libro amerete anche Narciso e Boccadoro, altro, indiscusso capolavoro firmato da Herman Hesse.

Una piccola curiosità: in questi giorni potete trovare in libreria la nuova edizione del romanzo, con il titolo leggermente modificato rispetto alla vecchia. Infatti, Adelphi ha aggiunto una consonante e ora traduzione italiana ha lo stesso identico titolo della versione originale tedesca.

Peggio delle Locuste.

In linea di massima, quando decidiamo di condividere qualcosa, facciamo un favore a noi stessi ed alla comunità a cui apparteniamo. Tuttavia, non ogni condivisione accresce il bene comune. Possiamo condividere anche le malattie, i pregiudizi, il rancore – rovinando la giornata di altre persone, inquinandone la serenità mentale, contagiando i loro pensieri con i nostri demoni. Per questo motivo, ho elaborato una classifica dei dieci peggiori utenti di Facebook – e dei loro, insopportabili, post. Se siete d’accordo con me, condividete queste riflessioni. Contribuirete a rendere Facebook un “posto” migliore.

Al decimo posto: Lifetime streaming.
Ovvero quelli che ti raccontano la vita in tempo reale usando milioni di hashtag – a caso. #Siete sicuri di #sapere #come usare #questo #strumento?
Ma davvero avete mangiato? Avete fatto la doccia? Vi siete cambiati i calzini? Voglio svelarvi un segreto: lo fanno miliardi di persone. Tutti i giorni.
Considerate per cinque minuti questo incredibile dato di fatto prima di informarci dettagliatamente sui vostri movimenti. Oltre a sentirvi meno soli, eviterete di fare la figura degli idioti.

Al nono postoI genitori premurosi.
Vi chiediamo solo una cosa: abbiate. Per favore. Pietà. Di. Noi. Avete letteralmente invaso Facebook con le foto dei vostri pargoli: Marco al mare; Marco dal dentista; Marco sul vasetto… A parte il fatto che mettete a dura prova i nostri nervi e la nostra salute mentale,  così facendo, mettete soprattutto in pericolo i vostri bambini. Che fine faranno le vostre foto? Chi le guarderà? Pensateci. E se proprio non potete fare a meno di condividere immagini e filmati dei vostri figli, fate un provino al Mulino Bianco, magari vi assumono come famiglia felice – altro che Banderas.

All’ottavo posto: “E poi boh…”  – a pari merito con “Questa storia che…”.
Quando utilizzate queste erudite formule di stile per iniziare uno status, risultate simpatici ed originali come una battuta in romanaccio in un film dei fratelli Vanzina Anvedi aho!

– Professore, ma è vero che tutto quello che pubblico diventa di proprietà di Facebook?
– Figlio mio, cinque parole su quattro l’hai copiate. Se Zuckerberg avesse dovuto fare i soldi con le tue creazioni a quest’ora stava a vende i fazzoletti ai semafori Cristoforo Colombo.

Al settimo posto: I terroristi.
Ovvero, quelli che minacciano.
“Da domani faccio pulizia”; “tenetevi pronti, cancellerò almeno il 20% dei contatti”; “i nati prima del ‘92 sappiano che saranno dannati, bloccati ed eternamente perseguitati dalla mia ira”. Tra il terrorismo, il caldo e le tasse abbiamo già tanti problemi da affrontare, perché volete farci soffrire ancora? Non capite che senza i vostri  preziosi post la nostra vita perderebbe completamente di senso? Ovviamente sto scherzando, non penserete veramente che il mondo giri attorno a voi? In caso di risposta affermativa, fatevi vedere, potrebbe essere labirintite.

Al sesto posto: I citatori  seriali (in costume da bagno).
In questi ultimi mesi ho notato che si sta diffondendo una interessante variante dei citatori seriali della quale credo sia bene discutere: il citatore in costume da bagno. Da giugno hanno infatti iniziato a dilagare post del tipo “il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me” (Kant) con allegata una bella foto in due pezzi – per rendere più incisivo il concetto. Cari citatori in costume da bagno, immagino che aggiungiate una citazione perché temete che – a forza di pubblicare selfie – i vostri contatti possano iniziare a chiedersi se siete stupidi. Il mio consiglio è di lasciarli nel dubbio.

Al quinto posto: Mi è successa una cosa bruttissima.
Ovvero, quelli che fanno i misteriosi.
Abbiamo capito: volete che qualcuno si preoccupi per voi e vi chieda, in privato o pubblicamente, cosa è accaduto  esattamente e come state. Il fatto è che le vostre allusioni risultano interessanti quanto un documentario sui lombrichi in svedese. Senza traduzione. Vi comportate in questo modo perché non avete ricevuto sufficienti attenzioni quando eravate bambini? “I vostri genitori vi portavano a giocare a mosca cieca sulla tangenziale?” (cit. Crozza).
Se davvero volete attirare l’attenzione degli altri utenti, pubblicate la foto di un gattino.

Al quarto posto: Gli snob.
Non è che se non aggiornate il profilo dal giorno del vostro compleanno, date a tutti l’idea di avere ben altro da fare. Sappiamo benissimo che siete lì, nascosti nell’ombra, e  state spiando i nostri profili. Tutto questo non farà di voi dei grandi intellettuali. Se davvero non avete niente da condividere, uscite da Facebook. Altrimenti, prendete  il coraggio a due mani e provate l’ebbrezza della partecipazione.

Il Podio

Al terzo posto: I piccioncini.
Il fatto è che le persone tendono ad ostentare pubblicamente quello che non sono e quello che non hanno: i poveri vorrebbero sembrare ricchi, i vecchi apparire giovani, i falliti mostrarsi vincenti. Per questo motivo, il giorno in cui la smetterete di intasare Facebook con foto e cuoricini dedicati al vostro splendido amore, sapremo con certezza che avrete smesso di tradire la vostra amante con l’amante del vostro fidanzato.

Al secondo posto: Gli analfabeti funzionali.
A mio avviso, il problema maggiore dell’utente dei social non è l’ignoranza. Chi più chi meno, siamo tutti ignoranti. Dipende dall’ambito. Il problema maggiore di alcuni utenti è l’arroganza. Molte persone non accettano che qualcuno le colga in fallo e sono disposte a tirare fuori le unghie – fosse anche solo per arrampicarsi sugli specchi – pur di convincerci che loro hanno ragione e noi, invece, torto. Non importa quanto sia grande la balla che hanno pubblicato, quanto sia assurda e palesemente sbagliata. Loro saranno disposti a minacciare, diffamare e soprattutto invadere la nostra bacheca con milioni di commenti pur di non ammettere di essersi sbagliati. Amici miei, non c’è niente di male nell’ aver condiviso una bufala o nell’aver scritto una sciocchezza. Capita. Tutti sbagliano. Facciamo pace con i nostri limiti. Impariamo un pochino di tolleranza e di umiltà. Io, per esempio, ho appena discusso qui su Facebook con il signore del quinto piano – neuropsichiatra infantile. Questo caro amico ha commentato un mio vecchio post e mi ha fatto notare che le mie opinioni sui “neuroni specchio” non sono del tutto fondate. Ho controllato ed ho ammesso pubblicamente il mio errore. Sono anche andato a casa sua per chiarire personalmente, senza alcun problema. Solo che adesso non so cosa farmene del corpo.

Al primo posto: Quelli che vogliono insegnare agli altri ad utilizzare Facebook.
La rete è libera. La rete è democratica. Ciascuno ha il diritto di pubblicare e condividere ciò che vuole. Per questo motivo, anche io mi sono sentito libero di pubblicare ed aggiornare la mia vecchia classifica, proponendovi una nuova versione. Da oggi, dichiaro ufficialmente aperto l’osservatorio permanente sui peggiori utenti di Facebook. Segnalatemi i vostri candidati, ne terrò conto per il prossimo aggiornamento.

Cosa vuoi che succeda?

Sono le 7.05 di giovedì 12 maggio, sono a Roma, devo andare a Torino per lavoro. Dopo anni di viaggi,  ho elaborato un preciso algoritmo multitasking che mi permette di ottimizzare i tempi alla perfezione: mi faccio la barba sotto la doccia, mentre mi lavo i denti; bevo il caffè annodandomi la cravatta, chiudo la valigia mentre prendo le chiavi di casa, strategicamente appoggiate sul cellulare la sera prima. La cosa importante è non fare confusione con gli step, altrimenti ti ritrovi a bere il caffè sotto la doccia – e non è mai facile. Ad ogni modo, oggi sono in anticipo di quindici minuti sulla tabella di marcia, ma prima di uscire di casa il cellulare mi avverte che qualcuno ha appena commentato un mio post. Per un attimo resto fermo sulla soglia, indeciso se leggere o meno, poi, considerato che sono in netto anticipo, chiudo la  porta e mi metto al computer. “Cosa vuoi che succeda?” – mi dico.

Succede che tra una cosa e l’altra resto una ventina di minuti davanti al computer. Ora non sono più in netto anticipo, sono in perfetto orario. Non sono affatto preoccupato, ma quando imbocco via Tuscolana trovo ad aspettarmi un vero delirio in perfetto stile Indipendence day: ambulanze, camion dei pompieri, macchine della polizia, la statua di Santa Rosalia con annessa processione e una parata di alpini che celebrano la fine della Grande Guerra. Totale: dopo quaranta minuti di traffico ho percorso circa tredici metri e trentasei centimetri. Decido dunque di cambiare il piano iniziale: faccio inversione, lascio la macchina nel primo posto libero che trovo e scendo a prendere la metro alla fermata di Lucio Sestio. A quel punto, mi rendo conto di aver lasciato l’ombrello in macchina. Decido quindi di risalire in superficie per recuperare l’ombrello. Mentre lo faccio, passa ovviamente la metro.

Arrivo alla stazione Termini alle ore 10.04, sul tabellone delle partenze c’è ancora l’indicazione del mio treno che dovrebbe partire alle 10.05. Inizio a correre come un folle, dribblando trolley, scavalcando vecchiette e facendo serpentine che neanche Maradona nella famosa partita contro l’Inghilterra. Quando finalmente arrivo ai binari sono sudato come un maiale che ha fatto due ore di sauna e in evidente debito di ossigeno. Alzo di nuovo gli occhi al tabellone per vedere da quale binario sta per partire il mio treno, ma il mio treno, sul cartellone, non c’è più. Pizzul commenta ironico: “una segnatura di straordinaria e pregevole fattura”.  Per la prima volta in vita mia ho perso il treno. Che sensazione di leggera follia.

Ci sono ancora sei posti liberi sul treno delle undici. 116 euro che non rivedrò mai più.

Tutto questo mi ha suggerito due  importantissime riflessioni che vorrei sottoporre alla vostra attenzione oggi.

La prima è la teoria degli errori crescenti: a giudicare dalla frequenza dei mezzi di soccorso, gli alieni devono aver iniziato ad invadere il nostro pianeta pochi istanti prima che io salissi in macchina, quindi, la colpa di tutto quello che è accaduto è da rintracciare nei venti minuti che ho passato su Internet. Questo conferma un antico insegnamento dantesco ed una più moderna teoria di Anthony Robbins: se avete un piano, non lasciatevi distrarre dalle piccole cose, fate in modo di seguirlo alla perfezione. Immaginate di essere il capitano di una nave che deve salpare per i Caraibi, quando partite dall”Europa notate che c’è un leggerissimo errore nella rotta, “cosa vuoi che sia un grado di errore?” – pensate. Dopo sei mesi di navigazione sarete passati da “potresti chiedere al cameriere di portarmi un altro margarita?” a “guarda, un orso polare sta divorando la nostra merenda”. Insomma, piccole deviazioni di rotta generano valanghe. E le valanghe distruggono tutto.

La seconda è la teoria dei costi irrecuperabili. Se avessi deciso di lasciare in macchina l’ombrello, sarei arrivato in orario al Convegno e avrei dovuto spendere meno di venti euro per comprarne uno nuovo a Torino. Ma dovendo decidere in fretta ho fatto la cosa più semplice e naturale, sono risalito di corsa in superficie sperando che nel frattempo non passasse la metro. Quella dei costi irrecuperabili è una trappola in cui cadiamo tutti almeno una volta nella vita. Molte volte, parlando con i miei studenti, ne ho riconosciuto il meccanismo perverso. Dopo uno o due anni di Giurisprudenza, alcuni di loro si rendono conto di aver sbagliato Facoltà, ma si dicono “come faccio a buttare gli esami che ho fatto sino ad ora dalla finestra? A questo punto, meglio andare fino in fondo.” Quante volte evitiamo di fare la cosa giusta pensando che cambiare percorso significherebbe aver speso inutilmente del tempo? Ci rendiamo conto di aver sbagliato, ma preferiamo insistere piuttosto che accettare di aver preso la strada sbagliata. Devo darti una brutta notizia: nella vita esistono costi irrecuperabili. Accettalo. Se ti trovi incastrato in una di queste situazioni, il mio consiglio è di non pensarci due volte: butta tutto dalla finestra e ri-inizia da capo, accetta di aver perduto qualcuno o qualcosa, perché il futuro potrebbe offrirti migliori opportunità, sbrigati, fallo ora, prima di ritrovarti a Torino con due ore di ritardo, 116 euro in meno e un ombrello vecchio.

Analisi del 2015

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2015 per questo blog.

Ecco un estratto:

Il Museo del Louvre riceve 8,5 milioni di visitatori ogni anno. Questo blog è stato visto circa 210.000 volte nel 2015. Se fosse un’esposizione al Louvre, ci vorrebbero circa 9 giorni perché lo vedessero altrettante persone.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.