Malintesi

Venerdì mattina ero a Roma, sulla metro A, con il mio amico Flavio. Mentre stavamo parlando, ho notato che Flavio gettava spesso lo sguardo alle mie spalle. A un certo punto mi fermo e gli chiedo: “che succede?”. “Niente, c’è un ragazzo dietro di te che ti guarda… e fa gli occhi dolci”. “Ti sbagli”. “No, no, ti assicuro che lo sta facendo da quando siamo entrati. Sei diventato un’icona gay!. “Non fare il cretino”. “Ahahahah già ti vedo sulle copertine dei giornali! Comunque anche la ragazza che sta con lui ti guarda”. “Certo, adesso mi guardano tutti”. “Magari seguono il blog e ti hanno riconosciuto”. “Improbabile”.

Chiusa la discussione, scendiamo dalla metro, facciamo quattro passi e entriamo nel McDonald’s di Piazza di Spagna. Quando sto per addentare il mio panino si avvicina un uomo sulla quarantina mi dà una forte pacca sulla spalla e mi dice “Sempre grande, eh, daje!”. Di riflesso rispondo “anche tu!”. Si allontana sorridendo. “Lo vedi, ormai ti riconoscono ovunque”. “Ma figurati, chissà per chi mi avrà preso“. “Veramente, anche i ragazzi del tavolo sulla destra ti guardano, ma non sembrano molto felici di vederti”. Li osservo per un secondo. Effettivamente, mi stanno guardando male. Penso: forse è qualcuno con cui ho discusso su Facebook, oppure qualcuno che ho bocciato sei volte all’esame… Per non saper né leggere né scrivere, decido di tenere lo sguardo fisso sul panino. Finiamo di mangiare. Appena usciti dal McDonald’s incrociamo un prete che ci abbaglia con un sorriso a trentadue denti e mi fa l’occhiolino. Siamo perplessi. La situazione inizia a farsi inquietante. Quando finalmente rientro in casa passo distrattamente davanti allo specchio e resto fulminato: le chiacchiere stanno a zero, la t-shirt della Roma la posso mettere solo quando vado allo stadio.

La verità è sempre pericolosa

Anni fa ero fidanzato con una ragazza parecchio intelligente e di una bellezza unica, ma totalmente, completamente e definitivamente incapace di guidare. Capitava raramente che prendesse la sua macchina, ma quando accadeva passavo letteralmente le pene dell’inferno. Considerato che non metteva la freccia, partiva in ritardo ai semafori ed oscillava paurosamente da una corsia all’altra perché era sempre incerta su quale fosse la giusta direzione da prendere, un automobilista su due le suonava, le faceva i fari o la insultava in qualche modo.

E lei, ogni santa volta attaccava con questa storia “fanno così perché sono una donna, se fossi stata un maschio non si sarebbero mai permessi!”. Fino a quando un giorno non ce l’ho fatta più e ho sbottato: “Perdindirindina, fanno così perché sei un PERICOLO PUBBLICO! Guidi peggio di un principiante ubriaco il primo giorno di scuola guida, il sessismo non c’entra nulla, fattene una ragione!” Ovviamente ne è nata una discussione infinita. Il punto è che uno dei peggiori effetti delle discriminazioni sociali è che le vittime finiscono per vederle ovunque. Considerato che la società è effettivamente razzista, classista e prevenuta, alcune persone rischiano di convincersi che nessuno le giudichi MAI per ciò che effettivamente fanno o non fanno.

Come diretta conseguenza, non tollerano le critiche e si convincono di avere sempre ragione. In questo modo, il pregiudizio realizza due danni: danneggia sia chi non ha colpe sia chi ne ha. Ad esempio, le tantissime donne che sanno guidare devono sopportare di essere giudicate “incapaci a prescindere”, mentre le poche che non sanno guidare hanno una comoda scusa per continuare a mettere la freccia a sinistra, prima di svoltare a destra.

Poi, se per il bene di tutti ti azzardi a dire la verità, ti ritrovi magicamente senza ragazza.

Cialtrone

Il nuovo reato di tortura

Come certamente saprete, da ieri il reato di tortura è finalmente entrato a far parte del nostro ordinamento giuridico. Da oggi sono quindi formalmente perseguibili tutti coloro i quali, in assenza di oggettive e comprovate cause di esclusione della punibilità, reiterano una delle seguenti espressioni ingiuriose e diffamatorie: “quando ti laurei?”, “quando ti sposi?”, “quando fai un figlio?”; inviano quotidiani inviti a giocare a farmville, candy crush et compagnia cantante, condividono dolosamente foto di spiagge caraibiche accompagnate da commenti del tenore di “ciao poveri”, “sole ne abbiamo?” e “lasciatemi qui”; occupano stabilmente la corsia di sorpasso senza superare mai i ventisette chilometri orari, scrivono “pultroppo”, “salciccia” e “se io avrei” o mettono il bacon nella carbonara.

La pena è aumentata di un terzo in caso di “università della strada”, “scrivi amen e condividi” e “insegna agli angeli a”.

Ergastolo senza passare dal via
per tutti coloro i quali, pur essendo stati esplicitamente diffidati, chiedono insistentemente “a cosa stai pensando?” dopo essersi carnalmente congiunti con la vittima.

Sono finiti i tempi belli.
Da oggi pagherete tutto.
Cialtroni

Non fare scherzi, Johnny.

Giuseppe Mastini, detto “Johnny lo zingaro”, è stato condannato all’ergastolo nel 1989, per aver compiuto una rapina, sequestrato una ragazza e ucciso un agente di polizia nella notte del 23 marzo 1987. All’epoca dei fatti, Johnny era già in carcere per altri omicidi e rapine, ma ne era evaso a seguito di un permesso premio.

Nella sua carriera criminale, comunque lunga e colma di episodi sanguinosi, spicca il sospetto di aver partecipato al massacro di Pier Paolo Pasolini – sebbene Pelosi abbia sempre negato il suo coinvolgimento. Venerdì mattina, Johnny è uscito dal carcere di Fossano per andare al lavoro. Poi, ha fatto perdere le sue tracce e ora è latitante – come Igor “il russo”.

Delle due una: o lo Stato italiano non riesce a seguire gli spostamenti di certe persone, perché non è tecnicamente in grado di farlo. O non vuole farlo. Ci sto pensando da venerdì e sinceramente non ho ancora capito cosa dobbiamo augurarci. Non è comunque troppo rassicurante vivere in uno Stato in cui sembra più facile sottrarsi alle ricerche della polizia piuttosto che evitare gli accertamenti del fisco.

La Democrazia Negli Abissi.

La Corte d’Appello di Palermo ha stabilito che i famigliari delle 81 vittime della strage di Ustica hanno diritto ad essere risarciti con complessivi 17 milioni di euro. La vicenda risale alla notte del 27 giugno del 1980, quando un DC9 fu “misteriosamente” abbattuto mentre viaggiava da Bologna verso l’aeroporto palermitano di Punta Raisi. I giudici di Palermo hanno riconosciuto la responsabilità dello Stato italiano. Più esattamente, del Ministero della Difesa e del Ministero dei Trasporti. Perché, oltre a non garantire la sicurezza dei passeggeri, si adoperarono successivamente per depistare le indagini. Proprio così. Nero su bianco: si adoperarono per depistare le indagini.

Ustica, Gladio, la Stazione di Bologna, Il sequestro Moro… troppe volte lo Stato italiano – o parte di esso – ha avuto rapporti poco chiari con la mafia, con la massoneria, con i servizi segreti di altri Paesi. Troppe persone innocenti sono morte, sacrificate come pedine su di una gigantesca scacchiera fatta di inconfessabili connivenze criminali, deplorevoli affiliazioni mafiose e miserabili interessi politici. Ora lo Stato italiano dovrà pagare per le sue vittime innocenti. E siccome buona parte dei documenti “a nostra disposizione” sono ancora secretati, dopo trentasette anni, non solo non abbiamo diritto di sapere cosa è accaduto davvero quella maledetta notte, ma non sappiamo nemmeno a chi dovremmo mandare il conto.

A piazza Fontana, nella stazione di Bologna, nella scorta di Falcone o su quel volo avrebbe potuto esserci un nostro amico, un parente, ciascuno di noi. Fino a quando non sapremo tutta la verità, la pia illusione di vivere in una democrazia affonderà silenziosamente negli abissi. Come un aereo colmo di civili, abbattuto durante un misterioso combattimento tra velivoli non identificati, sui cieli italiani, il 27 giugno del 1980.