Non fare scherzi, Johnny.

Giuseppe Mastini, detto “Johnny lo zingaro”, è stato condannato all’ergastolo nel 1989, per aver compiuto una rapina, sequestrato una ragazza e ucciso un agente di polizia nella notte del 23 marzo 1987. All’epoca dei fatti, Johnny era già in carcere per altri omicidi e rapine, ma ne era evaso a seguito di un permesso premio.

Nella sua carriera criminale, comunque lunga e colma di episodi sanguinosi, spicca il sospetto di aver partecipato al massacro di Pier Paolo Pasolini – sebbene Pelosi abbia sempre negato il suo coinvolgimento. Venerdì mattina, Johnny è uscito dal carcere di Fossano per andare al lavoro. Poi, ha fatto perdere le sue tracce e ora è latitante – come Igor “il russo”.

Delle due una: o lo Stato italiano non riesce a seguire gli spostamenti di certe persone, perché non è tecnicamente in grado di farlo. O non vuole farlo. Ci sto pensando da venerdì e sinceramente non ho ancora capito cosa dobbiamo augurarci. Non è comunque troppo rassicurante vivere in uno Stato in cui sembra più facile sottrarsi alle ricerche della polizia piuttosto che evitare gli accertamenti del fisco.

La Democrazia Negli Abissi.

La Corte d’Appello di Palermo ha stabilito che i famigliari delle 81 vittime della strage di Ustica hanno diritto ad essere risarciti con complessivi 17 milioni di euro. La vicenda risale alla notte del 27 giugno del 1980, quando un DC9 fu “misteriosamente” abbattuto mentre viaggiava da Bologna verso l’aeroporto palermitano di Punta Raisi. I giudici di Palermo hanno riconosciuto la responsabilità dello Stato italiano. Più esattamente, del Ministero della Difesa e del Ministero dei Trasporti. Perché, oltre a non garantire la sicurezza dei passeggeri, si adoperarono successivamente per depistare le indagini. Proprio così. Nero su bianco: si adoperarono per depistare le indagini.

Ustica, Gladio, la Stazione di Bologna, Il sequestro Moro… troppe volte lo Stato italiano – o parte di esso – ha avuto rapporti poco chiari con la mafia, con la massoneria, con i servizi segreti di altri Paesi. Troppe persone innocenti sono morte, sacrificate come pedine su di una gigantesca scacchiera fatta di inconfessabili connivenze criminali, deplorevoli affiliazioni mafiose e miserabili interessi politici. Ora lo Stato italiano dovrà pagare per le sue vittime innocenti. E siccome buona parte dei documenti “a nostra disposizione” sono ancora secretati, dopo trentasette anni, non solo non abbiamo diritto di sapere cosa è accaduto davvero quella maledetta notte, ma non sappiamo nemmeno a chi dovremmo mandare il conto.

A piazza Fontana, nella stazione di Bologna, nella scorta di Falcone o su quel volo avrebbe potuto esserci un nostro amico, un parente, ciascuno di noi. Fino a quando non sapremo tutta la verità, la pia illusione di vivere in una democrazia affonderà silenziosamente negli abissi. Come un aereo colmo di civili, abbattuto durante un misterioso combattimento tra velivoli non identificati, sui cieli italiani, il 27 giugno del 1980.

Maturità Zen.

Un koan è un indovinello senza soluzione che i Maestri Zen consegnano ai propri allievi, affinché, meditando incessantemente su di esso, raggiungano l’illuminazione. Uno dei più famosi recita: se un albero cade nella foresta, e tu non sei lì a sentirlo, emette un suono? Serve per riflettere sul rapporto tra ego e realtà. Esiste una realtà, un mondo, a prescindere dalla nostra percezione? La risposta sembrerebbe scontata. Eppure, le urla dei nostri fratelli che muoiono in una terribile guerra a pochi chilometri da noi non sembrano arrivare sin qui. Il loro sangue non ha, per noi, un colore.

Scrissi queste parole nel mio tema di maturità, nel giugno di un ormai lontanissimo Anno del Signore 1993. Tutto scorre, dicevamo pochi giorni fa. Dopo ventiquattro anni, non sembra essere rimasto nulla dei sogni, delle amicizie, degli amori di allora. Eppure, se mi fermo cinque minuti a pensare, posso ancora assaporare i sapori, i suoni e gli odori di quella fantastica estate. La vita è così: niente è per sempre, ma tutto è infinito. È paradossale. Come un albero secolare che, cadendo, squarcia la quiete della foresta in una limpida notte di giugno. Senza emettere un suono.

Il Boss e La Morte Dignitosa

Premessa

Totò Riina ha ottantasei anni, una duplice neoplasia renale, una grave cardiopatia e una situazione neurologica altamente compromessa. Attualmente è detenuto a Parma ex art. 41 bis – cosiddetto “carcere duro”. È tornato recentemente alla ribalta delle cronache inragione di una sentenza della Corte di Cassazione che sta facendo molto discutere tutti.

Svolgimento

La prima considerazione da fare è che la Cassazione non “ha stabilito che anche Riina ha diritto a morire dignitosamente” perché non avrebbe avuto nessuna necessità di “stabilirlo”. La dignità del detenuto è un principio basilare del nostro ordinamento che trova espressione proprio negli articoli che hanno consentito al suo avvocato di chiedere il differimento della pena o in alternativa gli arresti domiciliari a causa di gravissime e conclamate condizioni di salute.

La seconda considerazione da fare è che la Cassazione non ha affatto “deciso” che Riina debba essere scarcerato, ma ha chiesto al Tribunale di Sorveglianza di Bologna di motivare meglio e in maniera più specifica la decisione presa con una ordinanza dello scorso anno. Si tratta di una differenza sottile, ma importante. Pensate che beffa sarebbe, per l’Italia, se, a causa di questa vicenda, venissimo (nuovamente) condannati dalla Corte Europea Per I Diritti Dell’Uomo.

Conclusioni

Mi sento umanamente vicino a chi si lamenta perché “Riina non ha avuto alcuna pietà per le sue vittime”. Capisco umanamente chi vorrebbe che la giustizia fosse vendicativa e feroce. Ma lo Stato non è la mafia. Abbiamo codici e valori diversi. Spero quindi che il Tribunale di Sorveglianza valuti e motivi più specificamente, affinché anche un criminale come Totò Riina possa morire in maniera dignitosa, ricevendo tutte le cure di cui ha bisogno.

In carcere.

Terrore Vero Per Un Finto Attentato

Ieri notte, mentre a Londra tre terroristi veri provocavano sei morti e circa cinquanta feriti, un “finto attentato” a Torino – forse il rumore causato da una ringhiera che ha ceduto – ha fatto impazzire la folla radunata in Piazza S. Carlo per vedere la partita, causando circa mille feriti – tra cui un bambino di tre anni, ricoverato in codice rosso. Sono molto preoccupato per questo (non)attentato di Torino. Credo infatti che quanto è accaduto a Piazza S. Carlo segni un punto di svolta estremamente importante nella storia del conflitto: da ieri notte il terrorista non è più qualcuno che si mimetizza nella folla “facendo finta” di essere un normale cittadino. Da ieri notte, il terrorista “è” il normale cittadino in preda al panico. Vittime della nostra stessa paura, abbiamo iniziato a farci male da soli. Come cellule di un sistema immunitario impazzito, aggrediamo lo stesso corpo che dovremmo difendere. L’esercito nemico siamo noi. Non esiste quindi più una sola piazza, una sola festa, una sola folla al cento per cento sicura. A questo punto, dovrebbe essere a tutti chiaro che il conflitto non sta volgendo a favore della società occidentale: se vogliamo sopravvivere, non possiamo più permetterci di continuare a perdere tempo.