Dedizione, (co)scienza ed amore

Un mio caro amico, quando era giovane, ha vissuto un momento di grande difficoltà psichica ed è stato ricoverato presso un reparto di psichiatria.

Da allora, uno psichiatra ed uno psicoterapeuta lo aiutano a combattere contro le voci che lo perseguitano, affollando la sua mente.

Pochi giorni fa, mentre eravamo a cena insieme, si è fatto improvvisamente tutto serio e mi ha chiesto: come pensi di aiutare le persone a guarire, se tu sei sempre stato sano?

La domanda è meno stramba di quanto potrebbe apparire superficialmente. È chiaro che un cardiologo, un fisiatra o un otorino, non curano esclusivamente le patologie delle quali soffrono loro stessi – o delle quali hanno sofferto. Ma è altrettanto chiaro che non si occupano della psiche umana.

Gli ho risposto che il disagio mentale non è una questione binaria, di tutto o di niente, di bianco o di nero, ma è, per lo più, uno “spettro dimensionale”.

Vuol dire che tutti, nella nostra vita, abbiamo sperimentato una forma di dipendenza da qualcuno o qualcosa di nocivo di cui proprio non riuscivamo a fare a meno, fossero anche “solo” i troppi caffè, l’ultimo bicchiere dopo l’ultimo o le sigarette.

Tutti, almeno una volta, siamo tornati sui nostri passi per essere “davvero sicuri” di aver chiuso il rubinetto del gas, la porta di casa o la macchina; tutti abbiamo avvertito la sensazione perturbante di vivere fuori dalla realtà, di non essere noi stessi, di esserci smarriti nel più profondo labirinto dei nostri pensieri.

Ma queste esperienze sono state lievi, passeggere o comunque non così forti da impedirci di “andare avanti”.

La salute mentale non è una faccenda di tutto o di niente, ma una questione di gradi, di intensità. Dove un terapeuta non arriva con l’esperienza diretta, supplisce con lo studio.

E con l’empatia.

Rabbia, Dolore, Paura… i demoni contro cui combattiamo sono sempre gli stessi, dalla notte dei tempi.

Ma nella nostra natura non c’è davvero nulla di così sbagliato, forte e malvagio, da non poter essere accolto, compreso ed infine curato.

Con dedizione, (co)scienza ed amore

1.12.2023

Chi guarda fuori sogna.
Chi guarda dentro si sveglia.

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Escher su Instagram

La parola tedesca Gestalt può essere tradotta in italiano con “buona forma” o “buona organizzazione”. È il nome di una corrente di ricerca psicologica, inaugurata agli inizi del XX secolo da Max Wertheimer, che studia in prima battuta le regole della percezione.

Le ricerche gestaltiche erano certamente note all’artista olandese Maurits Cornelis Escher, i cui capolavori, attualmente in mostra a Roma, prendono chiaramente spunto dalle teorie e dalle leggi della “buona forma”.

Pochi giorni fa sono stato ad ammirare queste opere e devo dire che la mostra mi è piaciuta, ma ho trovato davvero stucchevoli le tante (troppe) installazioni in stile luna park, congegnate per venire incontro alla smania di partecipazione del pubblico contemporaneo (mi riferisco alle stanze ed ai punti del percorso in cui i visitatori vengono esplicitamente invitati a farsi un selfie e che immancabilmente creano una lenta fila tra la folla).

Quando vado ad una mostra non cerco un’esperienza instagrammabile, voglio godermi le opere d’arte.

Perdonatemi, vengo dal ‘900.

Detto questo, vi consiglio caldamente di trovare due ore libere e andare a tributare il giusto omaggio alla indiscussa genialità di Escher, Maestro della tassellatura, artista del divenire e dell’illusione.

Vi attende un universo favoloso, colmo di grande perizia, infiniti simboli e altrettanta magia.

The Big Hand

Perché la Cosa Brutta attacca non solo te facendoti sentire male e mettendoti fuori uso, ma attacca in special modo, fa sentire male e mette fuori uso proprio le cose che ti servono a combattere la Cosa Brutta, a sentirti magari meglio, a restare vivo.

Il modo per combattere la Cosa Brutta sta chiaramente nel ragionare e discutere con voi stessi, giusto per cambiare il vostro modo di percepire, sentire e elaborare le cose.

Ma vi serve la mente per farlo […] vi serve il vostro io, ed è proprio quello che la Cosa Brutta ha fatto ammalare.

Queste sono alcune delle parole con cui David Foster Wallace descriveva la depressione, in un racconto contenuto nella splendida antologia “Questa è l’acqua” (Einaudi, Torino 2009).

Le sue riflessioni mi hanno colpito per la sensibilità letteraria con la quale descrivono uno dei sintomi più feroci della “Cosa Brutta”: l’anedonia. Ovvero la perdita di gusto, di piacere, di interesse, per tutto ciò che un tempo ci faceva sentire grati di essere al mondo.

L’intero racconto suona ancora più duro e vero e profetico, se consideriamo che l’Autore l’ha scritto da malato e che proprio questa malattia l’ha lentamente, inesorabilmente, trascinato al suicidio.

Vorrei quindi trarne spunto per diffondere un messaggio cui tengo molto: impariamo a considerare “normale” il dialogo con un professionista della salute mentale (psicologo, psicoterapeuta, psichiatra).

Arrivati ad una certa età, inseriamolo tra i nostri controlli periodici o di routine – come facciamo con altri organi altrettanto vitali.

Normalizziamo, una volta per tutte, l’idea di chiedere suggerimenti, spiegazioni, aiuto.

La mente è un giardino.
Abbiamone cura.

10.8.2023

Chi guarda fuori, sogna.
Chi guarda dentro si sveglia.

Grazie Bruno

(Milano) – Una donna di 43 anni, medico e madre, rientra a casa, in pieno giorno, parlando al cellulare. La segue un giovane, che irrompe dentro la sua abitazione, la picchia selvaggiamente e prova a violentarla.

Dopo interminabili attimi di terrore, la donna riesce a reagire, colpisce due volte il suo aggressore nelle parti basse, esce di casa e inizia ad urlare, chiedendo aiuto, sul pianerottolo.

Accorrre, assieme agli altri condomini, anche il signor Bruno, pensionato, 94 anni, origini siciliane.

Appena capisce cosa è accaduto, Bruno torna a casa, prende la sua pistola scacciacani, entra da solo nell’appartamento della signora, intercetta il malvivente e lo tiene sotto tiro, obbligandolo ad aspettare l’arrivo dei carabinieri.

In questa storia ci sono due eroi. Uno, per quanto mi riguarda, è la stessa dottoressa, coraggiosa, determinata, combattente.

Il secondo è Bruno, che non si è voltato dall’altra parte. Bruno che ha rischiato in prima persona, che ha fatto la cosa giusta, che si è messo in gioco, nonostante l’età, per il bene comune.

Simbolo di valori antichi, che provengono dal Novecento.

12.5.2023

Grazie di vero cuore, Bruno.

Altro che “individui non produttivi”, da gente come voi, abbiamo tutto da imparare
❤️

A che serve la scrittura?

Un giorno, a Napoli, Maurizio De Giovanni chiese al grande poeta e scrittore Eduardo Galeano quale fosse l’utilità pratica della scrittura.

Galeano gli raccontò della sera in cui andò a fare una conferenza in un paesino dell’entroterra uruguaiano.

Un posto sperduto, abitato da gente semplice e molto, molto, povera

A un certo punto, si alzò in piedi il Sindaco del paesino e disse: “Mi scusi, scrittore, io solo una cosa vorrei chiederle: noi, qui, non abbiamo mai visto il mare. Potrebbe raccontarci come è fatto il mare?”

Galeano afferma di aver parlato con grande impegno per ore. Perché aveva il compito di portare in quella sala “moltissima acqua”.

A questo serve la scrittura – concluse – a portare il mare dove non c’è.

Vi ho raccontato questa bellissima storia perché nei prossimi mesi tornerò a girare per l’Italia con il mio ultimo romanzo: l’oceano in una goccia.

Il 6 maggio, alle ore 18.30, sarò a Celano (Aq);
Il 16 maggio sarò in Sardegna per partecipare al festival letterario Liberevento – mi troverete, alle ore 19.00, presso l’airport library;
il 17 maggio, nella mattinata, sarò al Liceo Baudi di Vesme Iglesias, mentre la sera, alle ore 18.30, sarò a Carbonia – al circolo soci Euralcop;
il 4 giugno mi troverò invece a Stormarella (FG), dove parteciperò al Festival del Pensiero.

Non pretendo di portare con me tutta l’acqua del mare, sarà tuttavia un piacere potervi incontrare per raccontare la storia di una piccola goccia, dispersa nell’oceano.