Le Nutrie Non Avranno Nessuna Pietà

Era una splendida giornata di maggio ed io mi trovavo a scuola. Mi pare di ricordare che a quei tempi frequentassi la quarta o la quinta elementare. La maestra ci aveva dato come compito a casa quello di disegnare su un foglio un simbolo, l’ideale per cui avremmo voluto impegnarci e lottare da grandi. Io avevo disegnato il profilo di una donna. Non fraintendetemi, la mia idea era che tutti avrebbero dovuto lottare per i diritti delle donne, troppo spesso sottovalutate e discriminate per il semplice fatto di non essere nate maschi. Mia madre si dichiarava apertamente femminista e io ero convito che avesse ragione. Inoltre, pensavo che avrei fatto un figurone davanti a tutta la classe – soprattutto con Gaia, la bambina del primo banco di cui ero segretamente innamorato sin dal primo giorno di scuola.

Al momento di correggere i compiti, la maestra chiamò alla cattedra il pingue Scottani che, con il suo solito fare saccente, mostrò a tutti un bel disegno – aggiungendo banali ma condivisibili considerazioni sui diritti delle donne. Per fortuna io avevo preparato un piano b. Temevo che qualcuno potesse aver avuto la mia stessa idea, per questo motivo, su un altro foglio, avevo disegnato un bambino di colore. La maestra chiamò però alla cattedra Giulietti, che, dopo aver balbettato tre o quattro parole incomprensibili, smise di contorcersi le mani e mostrò a tutti il suo disegno, provando a spiegare che siamo tutti uguali davanti agli occhi di Dio e che “il colore, in fondo, è solo luce”.

Seguirono nell’ordine: Valeri – che aveva disegnato un povero -, Stellacci – che aveva disegnato un disabile – e Carpignneti  -che aveva disegnato quello che, a suo dire, era un disoccupato.

Avevo lo stomaco in fiamme. Sentivo il latte della prima colazione che mi stava risalendo  prepotente e acido nella gola. Se chiamerà me, pensavo, farò scena muta e la figura del cretino davanti a tutta la classe. I miei compagni avevano già detto tutto quello che c’era da dire e per me sarebbe stato molto più dignitoso restare in silenzio, piuttosto che fare la figura del copione.

La Maestra puntò quindi il suo indice assassino sul registro di classe e disse: “come ultimo disegno vediamo… vediamo… ve-dia-mo…” – cambiando tono di voce ad ogni vediamo, come se stesse cantando una canzoncina. Incrociai le dita e provai ad accartocciarmi sul banco per scomparire dietro i ricci irsuti di Stancucci. “Non può chiamare me”, mi ripetevo, “dopo quattro maschi sentirà sicuramente una femmina. È il suo stile”.

-“Vediamo… Splendori! Simona, che disegno hai fatto?”

Il mondo è un posto meraviglioso – pensai.

– “Nessuno signora Maestra, ieri ero al catechismo per la prima comunione. Ho la giustificazione”.

Lo sapevo che c’era una fregatura – pensai.

-“Vaaaa beeeene. E Saraceni invece? Vieni Guido, vieni.”

Mai una gioia – pensai.

Mi alzai riluttante dal mio banco.  Strusciai i piedi per terra sperando di guadagnare secondi preziosi,  sperando con tutto me stesso che la magia provvidenzale della campanella arrivasse a salvarmi esattamente come un super eroe raccoglie al volo un uomo che sta cadendo dal quinto piano. La distanza che mi separava dalla cattedra era diventata un mare di gomma. Un passo alla volta. Inspira. Espira. Inspira… Poco prima di arrivare alla cattedra incrociai gli occhi di Gaia che mi guardava con fare interrogativo. Venni così folgorato dall’ispirazione. Scarabocchiai qualcosa sul foglio e lo mostrai raggiante alla classe.

-“Che be disegno, Guido! Cosa è?”

-“Una nutria, Signora Maestra!”

-“Cosa?”

-“Una nutria. Da grande voglio combattere per i diritti delle nutrie!”

Confesso che a quei tempi non avevo ben chiaro cosa fosse una nutria. Avevo sentito quella parola qualche giorno prima, quando i miei genitori mi avevano portato a Sabaudia, in gita al lago, e me ne ero immediatamente innamorato. Mi era rimasta attaccata alla mente come chewing gum sotto la suola di una scarpa da ginnastica. Nuuuutria, nutrìa, nu-tria, mi piaceva il suono e non perdevo occasione per ripeterla. A parte questo non sapevo altro, ma immaginavo che dovesse trattarsi di una qualche bestia.

-“Ma come Guido, i tuoi compagni si preoccupano delle donne, delle persone di colore, dei disabli… E tu vuoi combattere per i diritti delle nutrie?”

-“Certo, io voglio combattere perché siano pienamente rispettati i diritti di tutti: donne, persone di colore, anziani, poveri, disabili… disoccupati… e animali!”.

Boato della classe.
Seguirono venticinque minuti di applausi.
Senza alcuna soluzione di continuità.

La povera maestra si mise una mano sulla fronte e nei suoi occhi, per la prima volta in vita mia, lessi chiaramente un pensiero, un cruccio, che mi sarebbe tornato in mente qualche anno dopo – “Andiamo male. Molto. Molto male”.

A quei tempi non potevo sapere che l’affermazione “voglio combattere perché siano pienamente rispettati i diritti di tutti” non avesse alcun senso. Non aveva senso dal punto  di vista teorico: perché i diritti sono tanti ed hanno la cattiva abitudine di  entrare in conflitto tra loro. Siamo quindi costretti a ponderare, a mediare, e quando proprio non possiamo fare altrimenti, a sacrificarne alcuni per garantire la piena realizzazione di altri. Ad esempio: siamo costretti ad uccidere un gorilla per garantire il diritto alla vita di un bambino.

Ma non aveva soprattutto senso dal punto di vista pratico: perché il tempo e le energie a nostra disposizione sono limitate. Dobbiamo scegliere con attenzione le nostre battaglie, altrimenti, avendo la presunzione di (pre)occuparci di tutto e di tutti, rischiamo di non riuscire ad occuparci di niente.

Siamo quindi costretti ad elaborare una scala di priorità. Per questo motivo, spero che mi perdonerete se oggi ritengo che i diritti delle nutrie vengano molto dopo tutte le categorie citate. Vi svelo un segreto: questo non è un mondo perfetto. Ci sono tante ingiustizie e tante sofferenze di cui occuparsi. Partendo, senza ombra di dubbio, da quelle che affettano i nostri simili.

Poi, se avremo tempo e modo, ci occuperemo anche delle nutrie.

Sperando che esse abbiano pietà di noi.

Lo Scioccante Esperimento del Prof. Milgram.

La Germania è una nazione civile che ha dato i natali ad importanti filosofi, scienziati e musicisti: uomini di spiccato genio ed indiscutibile caratura morale. Come si spiega allora l’abominio dei campi di concentramento? Come si spiegano le torture che furono perpetrate ai danni di donne, vecchi, bambini, uomini innocenti e inermi? Nel breve volgere di venti anni, molte persone comuni – tra cui medici, infermieri, scienziati – insomma, molti “normali cittadini” si trasformarono in sadici “aguzzini” al servizio di un disegno sanguinario. Come è stato possibile che accadesse tutto ciò?

Queste erano le domande che ossessionavano Stanley Milgram, lo psicologo americano di origini ebraiche, che nel 1961 realizzò un esperimento “scioccante” e giustamente passato alla storia.

Milgram fece mettere un annuncio sul giornale dell’Università di Yale e reclutò in tal modo una manciata di studenti che avrebbero avuto il ruolo di “cavie”. Quando uno di questi – che chiameremo per comodità A – si recava nell’aula deputata all’esperimento, trovava ad attenderlo il Prof. Milgram – con il suo bel camice bianco -; un folto gruppo di assistenti – altrettanto ben vestiti – e un altro studente – che chiameremo studente B – legato su di una sedia e collegato ad un imprecisato numero di elettrodi. A quel punto, Milgram spiegava allo studente A come si sarebbe svolto l’esperimento: lo scopo era di verificare la capacità mnemonica di uno studente sotto stress. A tal fine, Milgram avrebbe rivolto alcune domande allo studente B – lo studente che si trovava legato sulla sedia. Se B avesse risposto correttamente non sarebbe accaduto nulla. Ma se B avesse sbagliato la risposta, A avrebbe dovuto sanzionarlo manovrando una leva e fornendogli, in tal modo, una scarica elettrica.

Ogni volta che B avesse sbagliato risposta, l’entità della scarica elettrica sarebbe stata superiore, sino a raggiungere una portata potenzialmente letale. Come dico sempre ai miei studenti: questo è il metodo che utilizzo normalmente in sede d’esame. La classe ride. Ma chissà per quale motivo, si tratta di una risata un po’ tesa…

Ad ogni modo, iniziamo l’esperimento.

Milgram pone le prime domande e B, che si è giustamente preparato, risponde alla perfezione. Ma dopo una ventina di minuti – vuoi per distrazione, vuoi perché le domande si fanno via via più complicate – inizia a cadere in errore. L’altro studente, diligentemente, svolge il suo compito e aziona il meccanismo che, a giudicare dalle reazioni di B, non produce niente di più che un leggero fastidio – paragonabile ad un pizzico, un piccolo morso. Con il passare del tempo, le scariche si fanno però più dolorose. B inizia quindi a piangere, afferma di soffrire di cuore, chiede che venga interrotto l’esperimento. Lo studente preposto ad azionare la leva si ferma per un attimo, sembra indeciso sul da farsi… Milgram e i suoi assistenti capiscono il momento di difficoltà e provano a convincerlo: “il tuo amico sapeva a cosa andava incontro”; “esattamente come te, ha firmato un contratto e sarà giustamente retribuito”; “dobbiamo andare avanti, per il bene della scienza”.

Ovviamente, non c’era nessuna scarica elettrica – a questo punto la classe tira un sospiro di sollievo. Il vero oggetto dell’esperimento era lo studente che avrebbe dovuto azionare la leva, mentre lo studente che era stato legato alla sedia era solo un attore, pagato per recitare sofferenze e dolori che non avrebbe dovuto avvertire. Milgram voleva vedere quanti ragazzi, a fronte di un ordine dell’autorità, sarebbero arrivati a comminare l’ultima scarica, la scarica potenzialmente letale.

Totale: nell’America liberale, istruita e democratica degli anni Sessanta, un numero estremamente esiguo di studenti universitari si rifiutò di portare a termine l’esperimento. Le conclusioni cui giunse l’Autore sono che quando ci troviamo a dover eseguire un compito – non importa quale esso sia – tendiamo a mettere da parte la nostra coscienza morale: ci accontentiamo delle spiegazioni che ci vengono fornite dai capi e ci concentriamo sul nostro piccolo dovere quotidiano, ci trasformiamo nel più servizievole ed oliato ingranaggio di un grande meccanismo – un ospedale, una università, un carcere – senza avere più la capacità – la forza  morale – di opporci, di riflettere sul senso e sul valore delle nostre azioni.

Credo che questo esperimento riguardi e interroghi tutti. Credo che dovremmo sempre tenerlo a mente quando svolgiamo il nostro lavoro. Amiamo pensare di essere pienamente consapevoli e responsabili delle nostre azioni. Pensiamo a noi stessi come ad individui corretti che agiscono in maniera razionale. Ma la verità è che siamo tutti schiavi di preoccupazioni concrete, contingenti, banali. Per questo motivo, tendiamo a perdere di vista il disegno di insieme: la nostra coscienza morale si addormenta, si fiacca, perde inesorabilmente vitalità e  vigore.

Il nostro compito è allora di continuare a sentire la scossa del prof. Milgram, impedire che tutto questo accada, restare vigili e di continuare a muoverci in direzione ostinata e contraria.

“Io eseguivo gli ordini” è solo una piccolissima foglia di fico. Nemmeno il più piccolo degli uomini può sperare di trovarvi adeguato riparo.

Cosa vuoi che succeda?

Sono le 7.05 di giovedì 12 maggio, sono a Roma, devo andare a Torino per lavoro. Dopo anni di viaggi,  ho elaborato un preciso algoritmo multitasking che mi permette di ottimizzare i tempi alla perfezione: mi faccio la barba sotto la doccia, mentre mi lavo i denti; bevo il caffè annodandomi la cravatta, chiudo la valigia mentre prendo le chiavi di casa, strategicamente appoggiate sul cellulare la sera prima. La cosa importante è non fare confusione con gli step, altrimenti ti ritrovi a bere il caffè sotto la doccia – e non è mai facile. Ad ogni modo, oggi sono in anticipo di quindici minuti sulla tabella di marcia, ma prima di uscire di casa il cellulare mi avverte che qualcuno ha appena commentato un mio post. Per un attimo resto fermo sulla soglia, indeciso se leggere o meno, poi, considerato che sono in netto anticipo, chiudo la  porta e mi metto al computer. “Cosa vuoi che succeda?” – mi dico.

Succede che tra una cosa e l’altra resto una ventina di minuti davanti al computer. Ora non sono più in netto anticipo, sono in perfetto orario. Non sono affatto preoccupato, ma quando imbocco via Tuscolana trovo ad aspettarmi un vero delirio in perfetto stile Indipendence day: ambulanze, camion dei pompieri, macchine della polizia, la statua di Santa Rosalia con annessa processione e una parata di alpini che celebrano la fine della Grande Guerra. Totale: dopo quaranta minuti di traffico ho percorso circa tredici metri e trentasei centimetri. Decido dunque di cambiare il piano iniziale: faccio inversione, lascio la macchina nel primo posto libero che trovo e scendo a prendere la metro alla fermata di Lucio Sestio. A quel punto, mi rendo conto di aver lasciato l’ombrello in macchina. Decido quindi di risalire in superficie per recuperare l’ombrello. Mentre lo faccio, passa ovviamente la metro.

Arrivo alla stazione Termini alle ore 10.04, sul tabellone delle partenze c’è ancora l’indicazione del mio treno che dovrebbe partire alle 10.05. Inizio a correre come un folle, dribblando trolley, scavalcando vecchiette e facendo serpentine che neanche Maradona nella famosa partita contro l’Inghilterra. Quando finalmente arrivo ai binari sono sudato come un maiale che ha fatto due ore di sauna e in evidente debito di ossigeno. Alzo di nuovo gli occhi al tabellone per vedere da quale binario sta per partire il mio treno, ma il mio treno, sul cartellone, non c’è più. Pizzul commenta ironico: “una segnatura di straordinaria e pregevole fattura”.  Per la prima volta in vita mia ho perso il treno. Che sensazione di leggera follia.

Ci sono ancora sei posti liberi sul treno delle undici. 116 euro che non rivedrò mai più.

Tutto questo mi ha suggerito due  importantissime riflessioni che vorrei sottoporre alla vostra attenzione oggi.

La prima è la teoria degli errori crescenti: a giudicare dalla frequenza dei mezzi di soccorso, gli alieni devono aver iniziato ad invadere il nostro pianeta pochi istanti prima che io salissi in macchina, quindi, la colpa di tutto quello che è accaduto è da rintracciare nei venti minuti che ho passato su Internet. Questo conferma un antico insegnamento dantesco ed una più moderna teoria di Anthony Robbins: se avete un piano, non lasciatevi distrarre dalle piccole cose, fate in modo di seguirlo alla perfezione. Immaginate di essere il capitano di una nave che deve salpare per i Caraibi, quando partite dall”Europa notate che c’è un leggerissimo errore nella rotta, “cosa vuoi che sia un grado di errore?” – pensate. Dopo sei mesi di navigazione sarete passati da “potresti chiedere al cameriere di portarmi un altro margarita?” a “guarda, un orso polare sta divorando la nostra merenda”. Insomma, piccole deviazioni di rotta generano valanghe. E le valanghe distruggono tutto.

La seconda è la teoria dei costi irrecuperabili. Se avessi deciso di lasciare in macchina l’ombrello, sarei arrivato in orario al Convegno e avrei dovuto spendere meno di venti euro per comprarne uno nuovo a Torino. Ma dovendo decidere in fretta ho fatto la cosa più semplice e naturale, sono risalito di corsa in superficie sperando che nel frattempo non passasse la metro. Quella dei costi irrecuperabili è una trappola in cui cadiamo tutti almeno una volta nella vita. Molte volte, parlando con i miei studenti, ne ho riconosciuto il meccanismo perverso. Dopo uno o due anni di Giurisprudenza, alcuni di loro si rendono conto di aver sbagliato Facoltà, ma si dicono “come faccio a buttare gli esami che ho fatto sino ad ora dalla finestra? A questo punto, meglio andare fino in fondo.” Quante volte evitiamo di fare la cosa giusta pensando che cambiare percorso significherebbe aver speso inutilmente del tempo? Ci rendiamo conto di aver sbagliato, ma preferiamo insistere piuttosto che accettare di aver preso la strada sbagliata. Devo darti una brutta notizia: nella vita esistono costi irrecuperabili. Accettalo. Se ti trovi incastrato in una di queste situazioni, il mio consiglio è di non pensarci due volte: butta tutto dalla finestra e ri-inizia da capo, accetta di aver perduto qualcuno o qualcosa, perché il futuro potrebbe offrirti migliori opportunità, sbrigati, fallo ora, prima di ritrovarti a Torino con due ore di ritardo, 116 euro in meno e un ombrello vecchio.

La scelta

Davanti a te ci sono tre pacchi di diversi colori. Uno è rosso, uno è nero e uno è bianco. Hai appena scelto il pacco rosso. In sala non si sente volare una mosca, la tensione si taglia con il coltello. Il conduttore ti mostra il suo miglior sorriso made in china e dice: “ottima scelta amico mio, ma io ti voglio comunque aiutare”. Quindi apre il pacco bianco e  fa vedere a tutti che dentro c’è una foto di Pupo. Numerata e autografata. “A questo punto rimangono due pacchi” – prosegue – “ in uno ci sono cinque milioni di euro, nell’altro c’è una felpa rosa di Dolce & Gabbana con la scritta Sal Vini. Ora ti chiedo, per l’ultima volta, vuoi cambiare il pacco che hai scelto?”

Per vincere la cifra contenuta in uno di quei pacchi impiegheresti circa cento anni, nove giorni e tre ore di duro lavoro. Domeniche incluse.  Ma tu hai mantenuto il tuo proverbiale sangue freddo: sudi come un lottatore di Sumo nella metropolitana ad agosto e senti la testa pulsare ritmicamente, come se la sera prima fossi stato ad un baccanale di addio al celibato organizzato da una confraternita americana sponsorizzata da una marca di birra. Mentre il conduttore condisce una insulsa insalata di parole per prendere tempo e accrescere la suspense, tu ti stai domandando: devo o non devo cambiare il mio pacco? C’è un modo razionale per prendere una decisione? La risposta che ti dai è che, a questo punto, una scelta vale l’altra. “Il pacco rosso o quello nero, ho comunque il 50% delle possibilità…”.

Ma le cose stanno davvero così?

No. Le cose non stanno così. In questa situazione c’è una scelta scientificamente giusta e una scientificamente sbagliata.

1. Teorema. La scienza insegna che per avere maggiori probabilità di vincere devi necessariamente cambiare il tuo pacco. Ovvero, ci sono maggiori probabilità che il premio si trovi nel pacco che non hai scelto all’inizio del gioco. Per cui, fiondati a cambiare prima che Flavio Insinna ci ripensi e ti costringa ad aprire il pacco sul quale avevi puntato originariamente. Non ne sei convinto? In America, negli anni settanta, c’era un programma televisivo nominato Let’s Make a Deal – facciamo un patto, un accordo, un affare. Il concorrente aveva a disposizione tre porte. Dietro due porte c’era una capra, mentre dietro una porta c’era una macchina. Dopo che il concorrente aveva fatto la sua scelta, il presentatore apriva una delle porte – ovviamente, non quella che era stata scelta – e mostrava al pubblico una capra. Si trattava di un mero espediente per accrescere la suspence, perché non c’era alcuna possibilità di cambiare la scelta fatta in partenza. Fatto sta che un giorno, una giornalista che curava una rubrica pseudoscientifica su di un rotocalco, scrisse che, nel caso in cui avesse potuto scegliere, il concorrente avrebbe fatto meglio a cambiare porta. Questa tesi fece scalpore e l’autrice venne letteralmente sommersa dalle critiche. Si scomodarono persino alcuni tra i più famosi ed apprezzati matematici americani. Eppure, Maryln vos Savant aveva perfettamente ragione. Si tratta di un paradosso probabilistico già formulato nel 1889 sotto il nome paradosso delle tre scatole di Bertrand.

2. Dimostrazione. Il fatto è questo: quando il concorrente sceglie per la prima volta, la domanda a cui deve rispondere è: dove si trova il pacco con cinque milioni di euro? In quel momento, avendo tre pacchi a disposizione, ha il 33% delle possibilità di fare la scelta giusta.  Dopo che ha fatto la sua scelta, la domanda che gli viene posta non è: “ora dove si trova il premio?” – perché se la domanda fosse questa egli avrebbe effettivamente il 50% di possibilità di scegliere il pacco giusto – ma vuoi cambiare la tua precedente scelta? Tendiamo a pensare che si tratti di domande equivalenti, ma le cose non stanno affatto così. Quando il concorrente ha fatto la sua prima scelta, aveva solo il 33% di possibilità di scegliere il pacco giusto (1 su 3), mentre aveva il 66% di possibilità di prendere il pacco sbagliato (2 su 3). Per questo motivo, adesso è molto più saggio cambiare pacco.

Non siete ancora convinti? Facciamo così, chiedete aiuto a due amici e organizzate una gara di dieci round. Uno di voi avrai il ruolo del presentatore, un giocatore cambierà sempre il pacco, l’altro terrà sempre la scelta fatta in precedenza. Vedrete che il giocatore che cambia vince molto più spesso del giocatore che tiene il pacco scelto inizialmente.

3. Conclusioni. Vi ho parlato di questo esperimento – universalmente noto con il nome di Enigma di Monty Hall – perché mi sembra un modo molto carino per sottolineare la nostra incapacità di scegliere in maniera razionale. Ci illudiamo di essere in grado di prendere decisioni sensate, ma la verità è che spesso decidiamo sulla base di inganni, presupposti errati, errori di prospettiva.

Per quanto possa essere acuta, la nostra intelligenza non è sempre in grado di darci una mano Mentre è  sempre bravissima a inventare giustificazioni per scelte che non abbiamo fatto con la testa, ma con il cuore – nel migliore dei casi. Come aveva capito Bergson: una delle funzioni principali dell’intelletto è la capacità fabulatrice. Ovvero, la capacità di inventare favole che possano giustificare comportamenti, ragionamenti e scelte irrazionali. Per ogni decisione di un certo peso, ci sono sempre moltissimi pro e contro da considerare. Ma noi facciamo fatica a gestire più di sette informazioni alla volta – per questo motivo dividiamo i numeri di telefono e le targhe delle automobili. Per questo stesso motivo, le compagnie telefoniche, le case automobilistiche, i gestori delle televisioni a pagamento e tutti gli altri venditori del mondo ci mettono sempre davanti centinaia di offerte e di opzioni complicatissime. Giocano sulla nostra confusione. Ovviamente, mi riferisco alla maggioranza delle persone. Un filosofo serio e preparato conosce benissimo questi meccanismi e sa esattamente come massimizzare il profitto in ogni occasione. Ora però, devo lasciarvi, non riesco a trovare la mia nuovissima felpa rosa.