“Lo Faccio Dopo”. Istruzioni per Riconoscere il Demone di “Accidia”.

1. Cosa intendiamo per “accidia”.
Secondo me “accidia” è un termine  parecchio appropriato, a suo modo, onomatopeico. Il suono è duro ed al tempo stesso molle – a causa della “i” centrale e, soprattutto, del dittongo finale. Se proviamo ad addentare questa parola, avvertiamo immediatamente una dolcezza acre che evoca lo stare sdraiati sul divano per ore a fissare il soffitto; interminabili viaggi dalla televisione al frigorifero nell’attesa che l’ispirazione per studiare o lavorare scenda magicamente dal cielo e si impossessi della nostra anima; intere giornate passate a crogiolarsi nel nulla, senza avere la forza o il desiderio di lavarsi i denti, farsi la barba, pettinarsi i capelli per uscire di casa. Attenzione, però l’accidia non è l’ozio, non si tratta di semplice pigrizia. Come sa benissimo Homer Simpson – ed i suoi infiniti allievi – il  pigro può essere tranquillo, sereno, felice. L’accidioso no, perché l’accidioso si tortura, infliggendosi il proprio castigo. Per questo, l’accidia rappresenta la ben più grave e perigliosa anticamera della depressione. Risultano davvero illuminanti, sul punto, le parole di uno tra i maggiori pensatori del novecento : “carceriere di me stesso invoco libertà ma so che la porta è chiusa a triplice mandata dall’interno, sono l’anima dannata messa a guardia del mio inferno” (Frankie H-Nrg). Insomma, l’accidia ha a che fare con lo smarrimento che avverte chi si è perso nel deserto: una sofferenza dell’anima, il tormento di chi sa che dovrebbe fare qualcosa, ma proprio non ce la fa – e si disprezza infinitamente per questo motivo. Se penso ad un esempio cinematografico, mi viene in mente Nanni Moretti che, indolente, si aggira ciondolante per casa e confessa alla figlia di annoiarsi a morte, perché nella vita nulla ha senso. Ma la ragazza, saggia ed impertinente, rimanda la palla nel campo del padre, rispondendo con un apparentemente tautologico: “ti annoi perché sei noioso”.
Sartre non avrebbe potuto scrivere di meglio.

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Il fannullone iperattivo.
Non è lecito combattere l’accidia facendo semplicemente altre cose. Se leggiamo l’opinione dei classici, notiamo che una parte fondamentale di questo vizio consiste proprio nella smania di agire per stordirsi -per fuggire da sé.  Di nuovo, mi viene in mente il personaggio di un film di Moretti. Si tratta della ragazza a cui il protagonista domanda: “scusa, ma tu cosa fai nella vita?”, sentendosi rispondere con un vago ed estremamente allusivo: “giro, vedo gente, conosco, mi muovo… faccio delle cose”. L’accidioso sente il bisogno di incontrare qualcuno, di andare a trovare un malato, di intraprendere un viaggio, ma tradisce clamorosamente il senso di tutto ciò che fa. Animato dal disprezzo per il presente, per il luogo e per la condizione in cui si trova, egli vorrebbe solo distrarsi, guarire dal sentimento che lo affligge fiaccandone la volontà e la morale. Allora si getta a capofitto nel mondo – con l’urgenza bulimica che ottunde la ragione dell’affamato. Eppure, nel mondo non trova altro che la propria infinita tristezza, perché è stato proprio a causa del mondo e dei suoi eccessi che ha smarrito la retta via. Insomma, l’accidioso spera di trovare una risposta nella causa del suo stare male come l’ubriaco che sente la necessità di avere altro vino, ma non è più in grado di avvertirne il sapore.

Accidiosi lo siamo tutti, perché, tutti siamo, ciascuno a suo modo, “metà scimmia, metà aquila reale” (M.A.). Per salvarci da questo demone, dobbiamo stabilire e rispettare limiti inderogabili – nel lavoro, nella meditazione, nello svago. Se sembra uno sforzo inumano, dipende dal fatto che tendiamo a pensare di poterci salvare grazie alla semplice forza di volontà, mentre per essere sereni, attivi e costanti nel perseguire i nostri obiettivi abbiamo soprattutto bisogno di amore.

Alla fine di tutto questo.
Alcuni anni fa, mio padre mi raccontò la barzelletta del riccone che, un lunedì mattina, decide di lasciare il suo ufficio per andare a fare un giro al mare. Arrivato sulla spiaggia, prende una bella boccata d’ossigeno, sentendosi parecchio felice e realizzato. Tuttavia, mentre osserva compiaciuto il panorama, nota che sulla spiaggia c’è un altro uomo. A giudicare dalla barba lunga e dai vestiti logori, quel signore non deve passarsela proprio bene. Decide allora di mettere la propria sapienza al servizio del poveretto.

-Buongiorno, permetti una parola?
-Ma certo dottore, dica pure.

-Ti voglio spiegare come si sta al mondo, amico mio, affinché anche tu un giorno possa sentirti come mi sento io oggi
-Dica, dica.

-Quando io ero piccolo, avevo sei anni, ho inizato a lavorare nella bottega di mio nonno, mi pagavano 100 lire al giorno, ho lavorato molto duramente sai?
-E poi?

-Poi a dodici anni, con i soldi messi da parte, ho comprato un piccolo carretto per vendere gelati e così, mentre tutti i miei coetani giocavano e si divertivano, io lavoravo, sudavo e mettevo da parte.
-E poi?

-E poi, con quei soldi, ho aperto il primo negozio… ed ho sudato sette camicie, sai? Mentre tutti gli altri andavano in discoteca e si facevano pagare le vacanze dai genitori, io già ero un uomo maturo, con delle responsabilità.
-E poi?

-Poi ho aperto una catena di negozi ed ora che sono finalmente divenato il re del gelato artigianale posso mollare tuttto un lunedì mattina e venire qui, davanti a questo splendido mare, a fumare un sigarette e godermi il panorama.

-Dottò, io proprio quello stavo facendo!

I Sette Vizi Capitali. La Lussuria


Introduzione
Un giorno commisi l’imperdonabile errore di chiedere agli studenti del primo anno cosa fosse, secondo loro, la “hýbris”. La maggior parte della classe rimase basita, due pensavano che fosse un canale di mediaset premium (iris) mentre un altro voleva a tutti i costi convincermi che fosse la salsa di cetrioli normalmente utilizzata per condire il kebab – “mi fa una piadina? Con molta hýbris, grazie”. Ovviamente, mi riferivo al termine greco che allude alla colpa di aver superato i limiti connessi alla condizione umana: la cultura greca riteneva che gli esseri umani avrebbero potuto suscitare l’ira delle divinità per un eccesso di superbia, oppure, comportandosi come bestie. Per questo motivo, credo che la lussuria possa essere interpretata come hýbris. Parliamoci chiaramente: tutti i vizi implicano che il vizioso non abbia il senso della misura, ma nel caso di altre condotte – come, ad esempio l’invidia, l’accidia o l’avarizia – il parallelismo con la sregolatezza animale risulta sicuramente meno lampante e corretto.

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1. Pornography.
In linea di massima la lussuria richiede la presenza di (almeno) un complice. Eppure, si può essere tristemente e banalmente lussuriosi anche da soli. Tutto questo è ancor più vero nell’era di internet. Di fatti, la rete ha contribuito moltissimo alla diffusione della pornografia, mettendo sotto gli occhi di tutti l’infinita varietà delle perversioni sessuali. Pensate a ciò che volete – nomi, cose, animali, vegetali o città – sembra che non esista nulla che non possa essere inserito all’interno di un contesto erotico o, peggio ancora, pornografico. Come disse un mio amico che la sapeva lunga: “Se un giorno dovessero sparire tutti i siti pornografici da internet, resterebbe un solo sito con la scritta: “ridateci il porno”. Detto tra noi, credo che tutta questa pornografia non faccia bene agli internauti.
Avete presente la vecchia storiella per cui la pornografia rende ciechi? Si tratta di una di quelle cose che si dicono agli adolescenti per evitare che prendano cattive abitudini. A prima vista, sembrerebbe una sciocchezza a cui tutti abbiamo creduto almeno da piccoli – una favola paragonabile all’uomo nero che porta via i bambini che si comportano male o all’abolizione delle tasse sulla prima casa. La verità è che la pornografia rende davvero ciechi, non in senso medico, ma in senso filosofico. Di fatti, la visione di questo genere di immagini instaura una sorta di cortocircuito nella mente dei viziosi, impedendo loro di riconoscere il valore ed il senso del corpo (proprio ed altrui). Nella pornografia il corpo viene messo a nudo, ma paradossalmente si nasconde, eclissando il proprio significato più vero dietro la brutalità di un gesto inutile, perché meramente ludico e sportivo. Parliamoci chiaramente, quelli della mia generazione non avevano simili problemi. Noi preferivamo di gran lunga il reale al virtuale. Per questo motivo, pochi di noi hanno dovuto mettersi gli occhiali, mentre i giovani di uggi fanno fatiche anche a leggere quella che scrovono sui propri, insulsi, blog.

2. Il Mascalzone latino tra lussuria e parole.
Tempo fa, su internet, girava un post in cui venivano elencati tutti i modi per dire che una donna è una donna di facili costumi. Ne abbiamo a bizzeffe. Se consideriamo anche il vernacoliere, superiamo i 180 appellativi. Al contrario, esistono pochissimi modi di insultare un maschio asserendo che si tratta di un maschio di facili costumi – per lo più, si tratta di antichi e desueti termini dialettali.

Prestate attenzione a questo semplice ragionamento che chiamerò “il loop infinito della passeggiatrice”:
1) un maschio che ama camminare è un passeggiatore, una passeggiatrice è una donna allegra;
2) un uomo pieno di spirito e di vitalità è un uomo allegro,una donna allegra è una donna disponibile;
3) un maschio pronto a farsi in quattro per gli altri è un maschio disponibile, una femmina disponibile è una buona donna;
4) un uomo che fa volontariato è un uomo buono, una buona donna è una donnaccia;
5) un maschiaccio è un uomo antipatico e brutale, una donnaccia è una passeggiatrice.

Il fatto è che per la nostra cultura l’uomo che frequenta molte donne è un eroe, mentre una donna che frequenta molti uomini è una sciagurata. In tal modo, si palesa l’immensa ingenuità del maschio italiano che, da sempre, si illude di essere un seduttore di sante. Se volessimo trovare una differenza tra maschi e femmine, questa non starebbe di certo nella propensione al vizio, ma nel fatto che i primi “si vantano di fare cose che non hanno mai fatto, mentre le seconde hanno avventure che non racconteranno mai”.

3. Ispirazione
Queste brevissime considerazioni sulla lussuria mi sono venute in mente circa un mese fa, mentre stavo studiando il testo di un collega francese. Verso la metà del libro ho trovato un esplicito riferimento alla sregolatezza delle orge che si svolgono nella zona dei Castelli Romani. Sono rimasto parecchio stupito. Pensavo che i Castelli fossero famosi solo per la porchetta, il vino buono e la perniciosa presenza di tifosi laziali. Come prima cosa, ho dunque aggiornato il mio archivio mentale, aggiungendo a quanto menzionato l’hashtag #orge. Subito dopo, ho iniziato a pormi delle domande: cosa spinge i romani a darsi appuntamento in queste ville per lasciarsi andare alla più sfrenata e disinibita perversione? Per quale motivo persone apparentemente normali sentono il bisogno di scendere ad un tale livello di degradazione animale? Cosa scatta nella testa di questa gente?

Ma soprattutto, perché non mi invitano mai?

“Sei Meglio Tu”. Semplici Indizi per Smascherare un Superbo

Al contrario dell’invidia, la superbia sembrerebbe essere un vizio molto “rumoroso”. Eppure, i peggiori tra i superbi sono quelli che non lo danno troppo a vedere.

Questi individui si avvicinano a noi mimetizzati da persone normali, dimostrando di saper essere persino simpatici e brillanti. Tuttavia, non appena avremo abbassato le difese e li avremo fatti entrare nella nostra vita, saremo costretti a sopportarne la infinita ed inaccettabile protervia.

Per questo motivo, l’articolo di oggi è dedicato ai semplici indizi che ci consentono di smascherare un superbo ed allontanarlo dalla nostra vita.
Prima che sia troppo tardi.

Le persone superbe non sono particolarmente brave in nulla. Insomma, gli uomini che possiedono delle qualità non sono mai superbi. Il fatto è che per imparare a fare qualcosa, qualsiasi cosa, bisogna essere umili. In ogni campo si inizia dalle nozioni fondamentali, dai primi passi, da timidi e sgraziati tentativi. Si comincia sempre dal basso. Ma per il superbo è impossibile accettare di avere un Maestro. Ai suoi occhi, risulta parimenti inconcepibile l’idea di imparare osservando come si comporta un’altra persona. Anche quando provano ad imparare da soli, i  superbi non sono comunque in grado di migliorare, perché non riescono a comprendere i feedback che ricevono dalla realtà. Provo a spiegarmi: se una persona non riesce a fare qualcosa, anche una cosa banale, si ferma un attimo e si domanda “dove sto sbagliando?”. Se un superbo non riesce a fare qualcosa abbassa la testa ed insiste per ore come un mulo, continuando con lo stesso identico procedimento con cui ha iniziato. Quando, dopo un centinaio di fallimenti, ancora non sarà riuscito ad ottenere quello che voleva, inizierà a guardarsi intorno sospettoso, domandandosi chi sarà mai quel bastardo che porta sfiga. Questa è un’altra fondamentale caratteristica del superbo:  egli crede ciecamente nella sfortuna  – vera ed unica artefice di tutti i suoi fallimenti – e nella fortuna – che caratterizza, invece, i successi degli altri. Il superbo è talmente convinto che i suoi insuccessi dipendano esclusivamente dalla sua incredibile sfortuna da dichiarare al mondo di non essere superstizioso, perché porta iella.

Superbia

Ancora, il superbo non sopporta le leggi, perché, come insegniamo alle matricole del primo anno di studi in Giurisprudenza, le norme giuridiche sono strutturalmente generali ed astratte. Ciò a dire, la norma giuridica riguarda la generalità dei consociati – oppure, chiunque si trovi ad avere un determinato status.  Provo a spiegarmi facendo qualche esempio: “Chiunque sottrae la cosa mobile altrui (ruba) è punito con la pena di…”; “Il Presidente della Repubblica (qualsiasi Presidente) ha il potere di…”; Il Sindaco di Roma (qualsiasi Sindaco) non può andare a cena con il Papa se non viene invitato. Ovviamente, tutto ciò risulterà parecchio urticante per il superbo. Per Sua Unicità, dover rispettare le regole risulta tanto comodo quanto indossare un maglione di lana a collo alto il 15 agosto.  Messo di fronte ad una regola, si sentirà con le spalle al muro, ed inizierà a dibattersi come una falena contro una lampadina al neon. “Siamo proprio sicuri che non si possa fare un’eccezione?”. Le leggi valgono per le persone comuni, lui, invece, è una superstar.

Come diretto ed importantissimo corollario, il superbo è un ritardatario da competizione. Passiamo metà della nostra vita ad aspettare che queste persone si ricordino dove ci hanno lasciati. In fondo, è solo il nostro tempo che stanno sprecando, per quale motivo dovrebbero preoccuparsi? Non vorrei apparire eccessivamente caustico, ma credo di conoscere almeno un superbo che sarebbe capace di arrivare tardi anche il giorno del suo funerale.

Infine, i superbi sono tristi. Sempre. Perché la società, gli amici, i parenti e Dio non si dimostrano mai in grado di offrire il giusto tributo alla loro sconfinata grandezza. Sua Magnificenza è sempre convinto di meritare il massimo, qualsiasi cosa faccia, in qualunque modo lo faccia. Per questo motivo, non sarà mai soddisfatto della sua casa, della sua macchina, della sua famiglia. Si sentirà un genio incompreso e maltrattato da una società troppo stupida e volgare per apprezzarne l’infinita genialità. L’unico modo per fargli capire come stanno realmente le cose è usare l’ironia, ad esempio, potreste regalargli una t.shirt con la scritta “Dio è morto, Marx è morto ed anche io non mi sento benissimo”, oppure, scegliere la più diretta e veritiera: “Dio esiste. Ma non sei tu. Rilassati”.

2. La ragione è dei fessi
Se quanto detto sino ad ora dovesse sembrarvi poco, aggiungo che è praticamente impossibile discutere con un superbo. A prescindere da quale sia l’argomento della conversazione, Sua Magnificenza ne capirà e ne saprà comunque più di voi. Non sperate di risolvere la discussione chiamando in causa l’opinione di un esperto, il Superbo resterà del tutto indifferente alle vostre citazioni dotte, perché egli non ammette che esista alcuna autorità al di fuori della sua (piccola) testa.

Freud, riprendendo un’antica intuizione di Kant, scrive che tutto questo dipende dal fatto che il superbo è un ipocrita.

Ma io sono convinto che si sbaglino entrambi.

3. Epilogo. “La dura realtà”.

Una sera di qualche anno fa mi trovavo in macchina con la mia (ex) fidanzata. Avevo capito che lei, quando uscivamo insieme, non era serena. Intuivo il motivo di questo disagio e sentivo che dovevo assolutamente fare qualcosa, prima che la situazione degenerasse.

-Vedi, tesoro, io non vorrei mai che tu ti sentissi in imbarazzo, bloccata o peggio ancora sotto esame quando sei con me. Tutto quello che io ho fatto ed ottenuto nella vita – il mio successo – non ha nulla a che fare con la nostra storia. Io vorrei davvero che tu, quando sei con me, fossi rilassata, spontanea, a tuo agio. Ecco, a me piacerebbe che  tu ti comportassi  con me come ti comporti con i tuoi amici. Io voglio vedere la vera te, voglio stare con la vera te, non con una persona tesissima che vive con la tremenda paura di commettere irreparabili errori ogni volta che dice o fa qualcosa. Per questo motivo, ti prego, ti prego, ti prego: considerami e trattami semplicemente per quello che sono.

-E cosa saresti?

-Il numero uno.

Sette Vizi Capitali. L’Invidia.

Senza ombra di dubbio, l’invidia è uno tra i vizi capitali più diffusi nel nostro Paese. Alzi la mano chi non ha mai provato invidia in vita sua e, soprattutto, chi non si è mai sentito invidiato. Non sapete di cosa sto parlando? Non ci credo. Se l’invidia facesse crescere le ali, l’Italia sarebbe un aeroporto. Osservatela bene.
Non è uno stivale, è una portaerei.

Sette VIzi

1. Tre famiglie
Gli invidiosi possono essere divisi in tre grandi famiglie:

1) quelli che scompaiono. Quando le cose non girano per il verso giusto, queste persone vi telefonano, vi scrivono su whatsup, vi mandano sms, lettere, messi comunali e piccioni viaggiatori. Insomma, vi stalkizzano giorno e notte senza alcuna pietà. Al minimo cenno di ripresa, diventano ombre del passato. Privi di sangue e disperati- come anime affogate nello Stige – strisciano furtivi alle vostre spalle. Imitando l’omicida di Scream.

Se proprio non riusciranno ad evitarvi, faranno finta di non sapere nulla di ciò che avete fatto o ottenuto di buono nella vita. Per quanto possano sforzarsi, vi accorgerete immediatamente della loro sofferenza, perché la verità è che niente fa più rumore del silenzio di un invidioso.

2) quelli che ti offendono facendoti i complimenti. “Che occhi fantastici che hai! Si notano molto… forse perché sono l’unica cosa bella del tuo viso!”. “Ho dato un’occhiata al tuo blog. Complimenti per le citazioni! Ed anche per le foto che usi. Peccato che entrambe le cose non siano tue!”. Esattamente come il Sindaco Marino, queste persone partono bene. Ma si tradiscono da sole. E finiscono per fare una brutta figura.

3) quelli che si comportano come la volpe della famosa favola, disprezzando apertamente ciò che non possono avere. Io, ad esempio, me ne sono fregato del fatto che non mi abbiano riconosciuto neanche una misera nomination ai “premi della rete” In fondo, ho solo totalizzato 150.000 visualizzazioni in meno di un anno, per quale motivo avrei dovuto aspettarmi di ricevere un seppur minimo riconoscimento?

2. Invidia è autolesionismo
Gli invidiosi danneggiano prima di tutto se stessi.  Sono vittime di un atteggiamento negativo che li allontana irrimediabilmente dal successo. Chi prova invidia si convince facilmente che il prossimo non ha alcun diritto di avere ciò che ha – o di essere ciò che è. Il risultato di queste convinzioni è che l’invidioso non sarà mai in grado di impegnarsi per ottenere qualcosa.

Che senso avrebbe darsi da fare, se, in fondo, è tutta questione di fortuna?

Questa è la immensa differenza che separa l’invidia dall’ammirazione. Chi ammira riconosce la grandezza altrui, anche se (di)spera di poter raggiungere gli stessi obiettivi raggiunti dal suo modello. Per questo motivo, dall’ammirazione nasce sforzo, passione e, spesso, amore. Dall’invidia, invece, non nasce nulla. Se non cattiveria e frustrazione.

3. Il successo del panino al prosciutto
L’invidia è tanto diffusa perché le persone tendono a confondere due categorie di beni: i beni competitivi ed i beni non competitivi.

Per fare un esempio, pensiamo alla differenza che passa tra un panino al prosciutto – bene competitivo per eccellenza – e la cultura – che è, invece, un bene non competitivo. Il panino è un bene esclusivo e competitivo, perché, per essere sfruttato ed apprezzato pienamente, deve appartenere ad una sola persona. Se (con)dividi il tuo panino, resterai con mezza merenda tra le mani – a meno che tu non sappia fare altri giochetti, come camminare sulle acque o resuscitare i morti.

La cultura, al contrario, è non competitiva: se (con)dividi le tue idee con qualcuno, avrai in cambio idee migliori, oppure, il doppio delle idee.

Per smetterla di essere invidiosi dobbiamo renderci conto che il successo non è un bene esclusivo e competitivo. Il mondo è grande, c’è posto per tutti! Ogni giorno abbiamo infinte occasioni per essere felici e realizzare i nostri desideri – la prima delle quali è svegliarsi presto e rimboccarsi le maniche.

Voglio dire: la scandalosa fortuna del nostro vicino di casa non ci danneggerà in alcun modo. Se lui esce con Giorgia Palmas questo non significa che noi saremo costretti a sposare la moglie di Fantozzi.

4. Il genio del manuale
La parola “invidia” deriva dal latino “in”- “videre” che significa, letteralmente, “guardare di sbieco” qualcuno. Forse per questo motivo, ho sempre trovato deliziosa questa storiella: una notte, mentre sta pulendo un polveroso manuale di diritto privato, un docente universitario riesce ad evocare un genio.

“Chiarissimo, Professore, La ringrazio per avermi liberato! Per compensarLa, esaudirò un Suo desiderio”.

“Solo uno?” .

“Solo uno. C’è la crisi. E poi, ce lo chiede l’Europa” .

“Qualsiasi cosa?”.

“Si, ma tenga presente che farò avere il doppio di ciò che mi chiede
al suo più acerrimo rivale accademico”.

“Cavami un occhio”.

Una Visione del Paradiso

Un giorno, gli abitanti di un villaggio chiesero ad un Profeta di descrivere l’inferno. Dopo aver meditato a lungo, il Profeta disse: “dovete immaginare un immenso salone delle cerimonie…”

Un giorno, gli abitanti di un villaggio chiesero ad un Profeta di descrivere l’inferno. Dopo aver meditato a lungo, il Profeta disse: “dovete immaginare un immenso salone delle cerimonie. Al centro di questo salone c’è una tavola imbandita con ottimo cibo e pregiatissimi vini. Seduti a tavola ci sono tanti ospiti. Sono tutti affamati e sono tutti molto tristi, perché hanno posate lunghissime legate ai gomiti: possono infilzare il cibo, ma non riescono a portarlo alla bocca”.

Al che, il capo del villaggio domandò: “Ed il paradiso? Come è fatto il paradiso?”

Il Profeta rispose: “dovete immaginare il paradiso come se fosse un immenso salone delle cerimonie. Al centro di questo salone c’è una tavola imbandita con cibo succulento e pregiatissimi vini. Seduti a tavola ci sono tanti ospiti. Sono tutti affamati ed hanno posate lunghissime legate ai gomiti”.

Udite queste parole, la folla iniziò a rumoreggiare, ma solo il matto del villaggio ebbe il coraggio di prendere la parola ed obiettare: “Ma cosa state mai dicendo? Il Paradiso e l’Inferno sono dunque la stessa cosa?”

Allora il Profeta rispose: “Ti sbagli, amico mio. Le persone che siedono a tavola in Paradiso sono felici perché hanno capito che possono darsi da mangiare gli uni con gli altri”.

Alcuni autori attribuiscono la paternità di questo racconto a Buddha, altri a Mao, altri ancora ad Oliver Sacks. Non sono ancora riuscito a capire chi abbia ragione. Ad ogni modo, trovo che si tratti di una storia davvero interessante. Per alcuni aspetti, si tratta di una perfetta allegoria, per altri, ci porta completamente fuori strada.

 1. Ciò che mi piace di questa storia
Giustamente, l’inferno viene presentato come se fosse il regno dell’egoismo. Ciascuno pensa esclusivamente a sé, quindi, sono tutti poveri. I dannati sono eternamente insoddisfatti, costretti a desiderare in eterno un cibo che non potranno mai mettere sotto i denti. Questo è un paradosso davvero affascinante. L’errore in cui cadiamo tutti almeno una volta nella vita. Pensiamo di essere furbi quando ci “risparmiamo”, quando seguiamo il celebre consiglio dell’on. Razzi e “ci facciamo i fatti nostri”, quando evitiamo di condividere con gli altri ciò che possediamo di bello e di desiderabile. La verità è che a lungo andare l’egoismo riempirà la nostra dispensa, ma svuoterà la nostra anima.

Non a caso, Elias Canetti ha scritto che il misantropo digiuna per sei giorni ed il settimo mangia da solo.

D’altro canto, la storia che vi ho appena raccontato è una perfetta metafora della comunità. Come ricorda Roberto Esposito, il termine italiano “comunità” viene dalla unione delle parole latine cum e munus. Questo significa che ogni comunità è un dovere ed un dono reciproco. Possiamo conoscere la gioia del paradiso solo se viviamo in pace e reciproca comunione con i nostri fratelli.

 2. Ciò che non mi piace.
Non mi piace il fatto che questa descrizione del paradiso ruoti attorno all’idea di reciprocità. Voglio dire: è molto bello pensare che gli altri ci diano qualcosa in cambio del cibo che offriamo loro. Ma tutti sappiamo che le cose non stanno sempre così. Non a caso, Sartre ha scritto che “l’inferno sono gli altri” (Umberto Tozzi ha risposto che “gli altri siamo noi” ed Emis Killa ha concluso magistralmente che “l’inferno siamo noi”). Spesso, quando offriamo da mangiare, non riceviamo in cambio nulla – se non ingratitudine e frustrazione.

Ecco, io credo che se vogliamo davvero capire cosa è il paradiso, dobbiamo abbandonare del tutto questa idea di reciprocità. La gioia del donare è nel dono. Punto. Non c’è niente dopo, non c’è niente in cambio.

Ciò che l’altro mi offre non sono i suoi avanzi – il cibo a cui egli non può arrivare. Ciò che egli mi offre è la sua fame. Per quanto possa sembrare paradossale, l’altro mette a mia disposizione la sua indigenza: la drammatica urgenza di una pancia vuota che mi consente di uscire dal guscio del mio egoismo e di scoprirmi, nel dono, pienamente libero e pienamente uomo.

L’unica persona peggiore di un avaro è la persona che offre qualcosa con un secondo fine. Come quegli ambulanti che ti fermano per strada, ti mettono in mano un “regalo” e poi ti chiedono in cambio un’offerta.

3. Citazioni conclusive.
Non avendo mai fatto esperienza del paradiso, possiamo solo fare congetture. Come quella battuta che dice “il paradiso è un posto dove i cuochi sono francesi, gli amanti sono italiani, i poliziotti sono inglesi, i meccanici sono tedeschi. Ed è tutto organizzato dagli svizzeri. L’inferno è un posto dove i cuochi sono inglesi, gli amanti sono svizzeri, i meccanici sono francesi, i poliziotti sono tedeschi. Ed è tutto organizzato dagli italiani”.

Ad ogni modo, queste sono le mie citazioni preferite sul tema di oggi:

1) “La tristezza chiude le porte del paradiso, la preghiera le apre, la gioia le abbatte”
(antico proverbio ebraico)

2) “Preferisco il paradiso per il clima e l’inferno per la compagnia”
(Mark Twain)

3) “Che tu possa arrivare in paradiso mezz’ora prima che il diavolo sappia che sei morto” (antico proverbio irlandese).