(Teramo) Mi rendo conto di aver dimenticato a Roma le scarpe da ginnastica. Devo assolutamente fare la spesa, decido quindi di commettere un gravissimo crimine contro l’umanità e peccato verso Dio: uscirò di casa con i pantaloni della tuta – peraltro parecchio sgualciti – e le scarpe “eleganti” – che normalmente indosso sotto il completo da lavoro.
L’immagine plastica di un disadattato.
Ho passato la giornata in giacca e cravatta, non ho nessuna voglia di togliermi la tuta.
“Entro nel supermercato, compro due cose ed esco, ci metterò due minuti, due minuti e mezzo, chi mai dovrei incontrare?” – dico a me stesso.
Entro quindi nel supermercato, dove, a testa bassa e cappello calato sugli occhi, in due minuti e quarantasei secondi netti, arraffo metà dei prodotti che mi servono e il doppio di quelli che non ho nessun bisogno di comprare.
Il piano è quasi perfettamente riuscito, quando, mentre attendo il mio turno alla cassa, vengo raggiunto da una collega.
La saluto per primo, perché a quel punto fare finta di niente sarebbe troppo scortese e peggiorerebbe la situazione.
Arrossisco per un attimo, rendendomi conto di quanto sono vestito male. Lei, rivolgendosi a suo figlio, dice: “lui è uno psicologo, sai? È famoso”.
Arrossisco di nuovo, perché questa storia del “famoso”, oltre ad essere una mistificazione, mi crea sempre un certo imbarazzo.
Il figlio sembra non aver notato nulla, impegnato come è a guardarsi intorno. Entra ed esce dalla conversazione a modo suo, come fanno spesso i bambini della sua età, in base a tempi e stimoli indecifrabili per noi adulti.
All’improvviso, appoggia la testa sul mio giaccone e mi cinge con le braccia, dondolandosi dolcemente.
“Lui è fatto così”, commenta la madre, “deve sempre abbracciare la gente”.
“Hey, grazie!” – dico io, sorpreso.
Il bambino mi sorride, poi lascia la presa e si volta a guardare un signore con un cane.
È arrivato il mio turno. Pago.
Saluto la collega ed il piccolo principe – “Fai il bravo” – mi raccomando.
Esco dal supermercato, portandomi a casa la magia di quell’abbraccio improvviso.
Spontaneo, gentile, vero.
Quanto sanno vivere i bambini, quanto avremmo bisogno di resettare tutto, tornare indietro.
Imparare da loro.




