Violenza e Stereotipi

Nel week end una ventiduenne di Brindisi ha accoltellato un coetaneo al torace dopo aver lanciato una bottiglia di birra sul viso di un altro ragazzo. Entrambe le vittime avevano preso le parti di un venditore di rose che la ragazza stava ingiustamente umiliando. Scommetto che non avete letto questa notizia altrove – certo, l’informazione è stata monopolizzata da altri e più gravi eventi. Ma domandatevi per un attimo cosa sarebbe accaduto se fosse stato il venditore di rose ad accoltellare la ragazza. O se fosse stato un maschio a ferire due coetanee in quel modo. Pensate che la notizia sarebbe passata ugualmente inosservata? Anche ora che avete letto, non state forse pensando “non è possibile che una ragazza abbia fatto una cosa del genere, avrà avuto i suoi buoni motivi”? La verità è che “donna” non significa “vittima”, “bullo” non significa “uomo” e “bianco” non significa “buono”. Siamo talmente schiavi dei nostri pregiudizi da non riuscire più a percepire le mille sfumature che rendono questo mondo così affascinante e al tempo stesso così tremendamente complicato. 

Il punto è che la linea di confine tra buoni e cattivi è trasversale e squarcia irrimediabilmente tutte le nostre belle etichette preconfezionate.
Mi rendo conto che tutto ciò sia poco rassicurante, ma non è mai stato un compito della verità esserlo.

Il Boss e La Morte Dignitosa

Premessa

Totò Riina ha ottantasei anni, una duplice neoplasia renale, una grave cardiopatia e una situazione neurologica altamente compromessa. Attualmente è detenuto a Parma ex art. 41 bis – cosiddetto “carcere duro”. È tornato recentemente alla ribalta delle cronache inragione di una sentenza della Corte di Cassazione che sta facendo molto discutere tutti.

Svolgimento

La prima considerazione da fare è che la Cassazione non “ha stabilito che anche Riina ha diritto a morire dignitosamente” perché non avrebbe avuto nessuna necessità di “stabilirlo”. La dignità del detenuto è un principio basilare del nostro ordinamento che trova espressione proprio negli articoli che hanno consentito al suo avvocato di chiedere il differimento della pena o in alternativa gli arresti domiciliari a causa di gravissime e conclamate condizioni di salute.

La seconda considerazione da fare è che la Cassazione non ha affatto “deciso” che Riina debba essere scarcerato, ma ha chiesto al Tribunale di Sorveglianza di Bologna di motivare meglio e in maniera più specifica la decisione presa con una ordinanza dello scorso anno. Si tratta di una differenza sottile, ma importante. Pensate che beffa sarebbe, per l’Italia, se, a causa di questa vicenda, venissimo (nuovamente) condannati dalla Corte Europea Per I Diritti Dell’Uomo.

Conclusioni

Mi sento umanamente vicino a chi si lamenta perché “Riina non ha avuto alcuna pietà per le sue vittime”. Capisco umanamente chi vorrebbe che la giustizia fosse vendicativa e feroce. Ma lo Stato non è la mafia. Abbiamo codici e valori diversi. Spero quindi che il Tribunale di Sorveglianza valuti e motivi più specificamente, affinché anche un criminale come Totò Riina possa morire in maniera dignitosa, ricevendo tutte le cure di cui ha bisogno.

In carcere.

Terrore Vero Per Un Finto Attentato

Ieri notte, mentre a Londra tre terroristi veri provocavano sei morti e circa cinquanta feriti, un “finto attentato” a Torino – forse il rumore causato da una ringhiera che ha ceduto – ha fatto impazzire la folla radunata in Piazza S. Carlo per vedere la partita, causando circa mille feriti – tra cui un bambino di tre anni, ricoverato in codice rosso. Sono molto preoccupato per questo (non)attentato di Torino. Credo infatti che quanto è accaduto a Piazza S. Carlo segni un punto di svolta estremamente importante nella storia del conflitto: da ieri notte il terrorista non è più qualcuno che si mimetizza nella folla “facendo finta” di essere un normale cittadino. Da ieri notte, il terrorista “è” il normale cittadino in preda al panico. Vittime della nostra stessa paura, abbiamo iniziato a farci male da soli. Come cellule di un sistema immunitario impazzito, aggrediamo lo stesso corpo che dovremmo difendere. L’esercito nemico siamo noi. Non esiste quindi più una sola piazza, una sola festa, una sola folla al cento per cento sicura. A questo punto, dovrebbe essere a tutti chiaro che il conflitto non sta volgendo a favore della società occidentale: se vogliamo sopravvivere, non possiamo più permetterci di continuare a perdere tempo.

I bimbi grandi non piangono.

La nostra società è molto preoccupata di migliorare l’educazione delle bambine, perché a tutti sembra ingiusto che le femmine vengano relegate, sin da piccole, in un ruolo subordinato e limitante che ne frustra drammaticamente le ambizioni e ne compromette lo sviluppo. La critica all’educazione femminile si basa solitamente sul fatto che alle bambine viene proposto il ruolo di “angeli del focolare”, mentre nessuno si preoccuperebbe di spronarle ad essere attive protagoniste e padrone del proprio destino. Questa vetusta educazione sessista è sbagliata, perché colma di pregiudizi e tremendamente superata. Per lo stesso motivo per cui ne mettiamo in dubbio la validità, dobbiamo, tuttavia, mettere in discussione anche l’educazione maschile. Anche questa pedagogia – come quella femminile – si basa su antichissimi e dannosi stereotipi. Anche questa – come quella femminile, meriterebbe di essere profondamente rivisitata. Se proviamo a considerare criticamente ciò che viene insegnato ai bambini, comprendiamo infatti che esistono alcuni spinosi argomenti che meritano di essere affrontati quanto più urgentemente possibile.

Il primo, è che da sempre ai bambini viene insegnato che essere “veri uomini” significa essere in grado soffocare e reprimere le proprie emozioni, soprattutto, viene loro insegnato che essere uomini significa imparare a trattenere le lacrime, perché “i bimbi grandi non piangono”. Anche quando i maschi non vengono apertamente spronati a tenersi tutto dentro, nessuno fa niente per insegnare loro a comprendere, condividere e comunicare come si sentono – cosa che invece riesce benissimo, e spontaneamente, alle femmine. Il risultato è che, una volta cresciuti, i maschi avranno il doppio delle probabilità delle femmine di sviluppare una fobia. Il risultato è che gli uomini sono incapaci di sfogarsi, arrivano quindi facilmente a livelli di stress interiore tali che ne favoriscono la vera e propria implosione.

Il secondo punto è che ai maschi viene insegnato in ogni modo che essere uomini significa essere “competitivi”. Questo secondo punto si trova chiaramente in relazione con il primo, rappresentandone, sotto molti di vista, un presupposto e una conseguenza. Di fatti, se l’altro maschio è un nemico con il quale dovrò combattere per procurarmi il cibo, per quale motivo dovrei mostrarmi debole? Se lo facessi, tutti saprebbero come e dove colpirmi. Dalle favole, ai fumetti, ai cartoni animati, tutti propongono ai bambini un modello educativo in cui l’eroe è sì maschio, ma è generalmente solo e lotta contro il mondo intero per affermare la propria individualità. Il risultato è che un bambino impara da subito che il mondo si divide in vincenti e perdenti. E prega sin dalla più tenera infanzia di non finire mai dalla parte sbagliata della barricata, perché intuisce che la parte più intima della sua identità dipenderà dalle vittorie che porterà a casa. Non c’è bisogno che sottolinei quanto tutto questo possa essere pericoloso.

Il terzo problema è rappresentato dalla violenza sessuale. Immagino che molti di voi saranno rimasti stupiti e avranno dovuto rileggere più volte quest’ultima frase. Non ho sbagliato a scrivere. C’è un’emergenza violenza sessuale di cui nessuno parla. In particolare, non ne parlano le vittime – come diretta conseguenza dei punti uno e due. Non mi riferisco solo ai numerosi casi di stupri dovuti a nonnismo-cameratismo-bullismo, ma, soprattutto, al numero impressionante di di detenuti e soldati che viene stuprato ogni giorno nel mondo. Ma questo, in fondo, non ci interessa, perché  anche in questo caso si tratta di persone che, in qualche modo, “se la sono andata a cercare”. In realtà, non sta scritto da nessuna parte che un detenuto, o un soldato, debba subire questo trattamento orribile e disumano. A fronte di numeri che fanno letteralmente rabbrividire, noi abbiamo “zero” campagne di informazione e prevenzione, “zero” fondi statali, “zero” centri di ascolto e di aiuto per le vittime.

Spero quindi che la festa del papà, in quanto unica festa “maschile” dell’anno, possa servire per riflettere su questi problemi. Se riuscissimo a dedicare un briciolo di attenzione anche a questi temi, potremmo veramente sperare di migliorare la vita di tutti.

 

Dylan Dog. L’indagatore dell’incubo.

          Dylan Dog, mensile, Sergio Bonelli Editore.
          Dellamorte Dellamore, Tiziano Sclavi, Cammina, Milano 1991, 167 pp., L. 22.000.

      Una delle cose più belle che possono fare per te i tuoi amici è di farti conoscere un film, un disco, un romanzo. Mi fa sempre piacere ricordare cosa mi hanno consigliato, e, se sono stati consigli azzeccati, resto loro per sempre grato. Ad esempio, so bene che Dylan Dog lo devo a Flavio. Un giorno, nel lontano 1989, mi disse che avrei assolutamente dovuto leggerne un numero, e siccome io ero parecchio scettico – ero convinto che non mi sarebbe in alcun modo piaciuto o interessato – mi prestò tre o quattro albi, obbligandomi a leggerli.  Fino ad allora, avevo letto Topolino, Lupo Alberto, le strisce di Bonvi, le vignette di Forattini, Alan Ford e Linus. Da quel giorno, Dyd divenne il mio unico eroe e punto di riferimento. Assieme a me, un’intera generazione si appassionò all’Indagatore dell’incubo, tanto che la tiratura raggiunse in pochi numeri le 150.000 mila copie battendo molti altri record. Dyd divenne presto uno dei fumetti più venduti in Italia, vendendo anche più copie del celeberrimo Tex.

     Insomma, Dyd  divenne un fenomeno di costume, un eroe conosciuto e venerato da moltissimi piccoli e grandi lettori – al pari dei più celebri e antichi supereroi americani. Questo straordinario successo dipese da una serie di fattori vincenti e difficilmente replicabili. Prima di tutto, il fascino del protagonista: un ragazzo sulla trentina tormentato dai suoi incubi che lotta contro fantasmi, licantropi, vampiri e mostri di vario genere e natura – provando, così, a risolvere gli incubi degli altri. Dylan  è un ex poliziotto, ex alcolista, un uomo dal passato torbido e oscuro, un amante della musica heavy metal e della musica classica, un suonatore di clarinetto  in grado di suonare un solo brano per ore – il trillo del diavolo – un appassionato di modellismo, da sempre impegnato a costruire il suo infinito galeone, un personaggio colmo di fissazioni, di tic e di nevrosi – ipocondriaco,  vegetariano, soffre di vertigini e di mal di mare – che sembra non essere mai uscito dall’adolescenza, perché della adolescenza ha mantenuto intatte le ingenuità e gli inflessibili princìpi. In secondo luogo, la simpatia dei co-protagonisti: il fedele amico, “maggiordomo” e assistente Groucho – liberamente ispirato a un membro dei fratelli Marx, gruppo comico tra più famosi degli anni ’20 – il personaggio che “alleggerisce” l’atmosfera delle avventure di Dyd con le sue battute, il deus ex machina di tante storie, sempre pronto a lanciare la pistola al capo nei momenti di maggiore difficoltà e l’altrettanto mitico Bloch – la figura paterna di un eroe senza genitori, l’ispettore di polizia calvo e in sovrappeso, eternamente sull’orlo della pensione, che prova, quando possibile, a far ragionare il suo migliore amico. Piccola curiosità: accanto a Dylan ci sono due personaggi il cui nome rimanda ad altrettanti filosofi comunisti (Groucho Marx – Ernst Bloch). Infine, la Fata Morgana, la donna perfetta  – la madre – che il protagonista sembra cercare invano negli occhi delle sue molteplici fidanzate e amanti.

     Oltre alla complessità psicologica dei personaggi, davvero poco comune per un fumetto, il grande successo di Dyd è certamente dipeso dalla qualità dei disegni. Una delle cose che mi sorprese era che non esisteva un solo Dylan Dog, non esisteva un solo modo di immaginare e disegnare i personaggi – che restavano comunque riconoscibili – perché i disegnatori cambiavano ogni mese e le differenze erano davvero notevoli. Al punto che ciascuno di noi  aveva i suoi disegnatori preferiti. Io, ad esempio, amavo le inimitabili tavole di Corrado Roi e quando decisi di disfarmi della mia collezione – ebbene sì, l’ho fatto – misi da parte solo gli album che aveva firmato questo indiscutibile e geniale artista della china.

         Ho smesso di leggere Dyd perché le storie iniziavano ad annoiarmi. Alla fine della fiera, lo scienziato, il ricco e il borghese erano sempre cattivi, mentre “i diversi” – di ogni genere e specie – erano quasi sempre buoni, ma discriminati dalla società ipocrita e perbenista; il meccanismo retorico dei “mostri buoni” , le metafore psicologiche, i rizomi e i dilemmi filosofici si assomigliavano un po’ troppo e iniziavano a darmi a noia. Mi congedai quindi dal mio eroe, convinto che non avrei mai letto un altro fumetto così ben scritto e disegnato fino al giorno in cui non mi imbattei nell’ultima annata di John Doe – ma questa è un’altra storia di cui magari parleremo un giorno. Tornando a Dyd, mi rendo conto che questo non è un romanzo, ma ho pensato che fosse giusto inserirlo nei miei #100 libri perché si tratta di uno dei fumetti più venduti in Italia, perché viene tradotto e venduto all’estero, perché ne hanno tratto qualche videogame e due film e soprattutto perché il suo antenato è Della Morte dell’Amore – il romanzo di Tiziano Sclavi, primo ideatore e vero padre di Dyd – che gli appassionati del fumetto non possono lasciarsi sfuggire.

           Voto: 9.

        Se non l’avete mai letto, fatevi un regalo, andate in edicola e compratene quattro o cinque numeri a caso, ne resterete affascinati.