Parla con me

“Il nostro fallimento non dipende dalle sconfitte che abbiamo subito,
ma dalle discussioni che non abbiamo mai fatto”.
Berna, graffito in un centro giovanile.

0. Introduzione
Mi piace molto la citazione che ho posto in epigrafe. Quando la leggi la prima volta, sembra talmente vera e giusta da risultare quasi banale, scontata. Ma le cose non stanno esattamente così. Mi riferisco soprattutto al fatto che la seconda metà della frase è asimmetrica: il contrario di sconfitte è vittorie. Ovviamente, non avrebbe avuto senso scrivere che il fallimento di qualcuno dipende dalle vittorie che non ha mai ottenuto. Eppure, dopo la virgola, mi sarei aspettato di trovare un riferimento “alle battaglie che non abbiamo mai combattuto” piuttosto che alle discussioni che non abbiamo mai fatto. Perché, come amava ripetere Ernesto Guevara – detto il Che- “le battaglie non si perdono, si vincono sempre”.
Mettiamola così: se proviamo a fare qualcosa abbiamo almeno il cinquanta per cento di possibilità di riuscire, ma se voltiamo la testa dall’altra parte ed evitiamo di andare in battaglia, possiamo essere certi che non ce la faremo mai. Per questo motivo, si dice che arrivati ad una certa età è meglio avere rimorsi piuttosto che rimpianti. Ad ogni modo, la frase che ho citato esprime qualcosa di più importante del “semplice”: abbiamo sbagliato perché abbiamo rinunciato a lottare.

Noi

1. Silence, Please!
La frase che ho citato invita dunque a discutere, mentre le persone, troppo spesso, scelgono il silenzio: la cosa più odiosa e stupida in assoluto – con buona pace di molti lungometraggi esistenzialisti francesi. Nella maggior parte dei casi, il silenzio non è elegante, non è significativo, non è etico. Il silenzio è solo la cosa più facile e borghese che esista. Quando penso che stai sbagliando, io ho il dovere di prenderti da parte e costringerti a parlare. Ho il dovere di dirti le cose che non vorresti sentirti dire. Perché si cresce “in opposizione”. Perché il mio pensiero ostile vuole essere l’ostacolo – il gradino – sul quale appoggerai il tuo piede per salire più in alto. Perché un sinonimo di “rispondere” è “contestare”. Perché noi viviamo nella società del politicamente corretto, in cui alcune cose esistono, ma non possono essere dette. Ci illudiamo che, non chiamando le cose con il proprio nome, queste cesseranno progressivamente di esistere per trasformarsi magicamente in qualcosa di più bello e garbato. Ma i problemi non si risolvono rendendoli invisibili. Anzi.
Sotto altro e diverso punto di vista, la gente discute molto, ma lo fa nei luoghi sbagliati, nei modi sbagliati, per i motivi sbagliati e, soprattutto, con le persone sbagliate. Basta fare un giro su internet per rendersene conto. Gli utenti di Facebook e Youtube danno continuamente vita ad arditissime ed agguerrite battaglie teoretiche, spesso singolarmente, ancor più spesso, in gruppo. “Tu da che parte stai, con Samantha o con Selvaggia?”; “Questo gruppo non fa vero Rap”; “Se DiCaprio non ha mai vinto un Oscar è perché il mio pesce rosso recita meglio di lui”.
E le foibe? E i Marò?
Dietro ad uno schermo, protetti dalla foglia di fico di un nickname, sono tutti leoni, pronti a combattere e morire per le idee in cui credono – non importa quanto stupide ed assurde esse siano. Ma la verità è che queste persone scrivono solo per sfogare la propria aggressività repressa, non sono in alcun modo interessate al dialogo.
Non sono di certo queste le discussioni che fanno crescere.
Primo: le discussioni importanti si fanno in privato – evitando che ci sia un qualsiasi tipo di pubblico pronto a schierarsi da una parte o dall’altra – e, se possibile, dal vivo. Secondo: le discussioni importanti si fanno scegliendo bene le parole, perché tanto più è serio l’oggetto della discussione tanto più facilmente si rischia di degenerare. Terzo: una cosa fondamentale che insegnano ai bambini che imparano uno sport di squadra come il basket o il calcio è che in campo non si grida. Perché chi parla, perde fiato. Dobbiamo scegliere con cura le nostre battaglie, nessuno ci ridarà gli anni che abbiamo perso a discutere sul nulla. Quarto: molte persone preferiscono passare ore a discutere con uno sconosciuto in un bar – o su internet – piuttosto che redarguire i propri figli.
Ci sono tre modi per rovinare la vita di un figlio: 1) criticare continuamente tutto quello che fa – a prescindere; 2) ignorare deliberatamente qualsiasi cosa faccia; 3) adulare incondizionatamente ogni sua azione. Se il primo ed il secondo errore provocano danni, il terzo è letale. Adulare incondizionatamente un figlio è il modo migliore per farne uno stolto, confondendo l’amore con il quieto vivere ed evitando accuratamente che cresca.
Le persone con cui dovremmo discutere maggiormente sono proprio le persone che ci stanno vicino, quelle che rispettiamo ed amiamo.

2. Conclusioni
Tornando all’inizio di questo articolo – e concludendo il discorso – io credo che la frase da cui siamo partiti si riferisca alle discussioni che non abbiamo mai voluto fare sulle nostre idee. A me sembra che solo in questo modo il riferimento al fallimento possa acquistare un senso. Non è vero che le persone anziane non hanno voglia di mettersi in discussione, ma è vero piuttosto che le persone invecchiano quando perdono la voglia di mettersi in discussione. Nel corso della nostra vita, sarà pur capitato che qualcuno venisse a bussare alla porta di casa per farci notare che ci stavamo comportando in maniera sbagliata. Se è accaduto, è probabile che in quella occasione abbiamo reagito da stupidi: negando istintivamente di aver commesso un errore al posto di restare sereni o, tutt’al più, mostrare gratitudine. La cosa più bella che possiamo ricevere è una critica.
Se viene fatta in buona fede, ogni critica merita di essere presa sul serio: è un atto d’amore ed un favore. Perché solo un cretino potrebbe aiutare un nemico a migliorare se stesso.



La Benedetta Dannazione di Chi è Nato Secondo

1. “L’abbiamo già visto”.
Per i genitori, l’infanzia del secondogenito è una replica di quanto hanno già visto fare dal primo – interessante quanto i sondaggi elettorali del Tg7. Intendo dire che tutto quello che egli fa, nel bene e nel male, è stato già studiato, affrontato e risolto una prima volta. Il suo primo giorno di scuola è, per i genitori, il “secondo primo giorno di scuola”, la sua prima malattia è la “seconda prima malattia”, le sue prime parole sono le “seconde prime parole”. Considerato che durante l’infanzia l’attenzione e l’approvazione dei genitori è importante più o meno come il sole, l’acqua, o l’aria, non dobbiamo stupirci se i lettini degli psicologi sono pieni di secondogeniti intenti a rimettere insieme i pezzi della propria vita. Non sto dicendo che il secondogenito è meno amato del primo, ma di certo egli non riesce ad ottenere le stesse attenzioni. Per il semplice fatto che i genitori, per quanto buoni, intelligenti e preparati, sono comunque esseri umani. E gli esseri umani ricordano con imperitura emozione il primo bacio. Non il secondo.

Il Secondo

2. Le cose difficili diventano facili.
Ancor di più, mentre il secondogenito è impegnato ad affrontare gli esami di quinta elementare, il primogenito sta affrontando gli esami di terza media, i primi compiti in classe del liceo, o, peggio ancora, i primi esami universitari. Mentre il secondogenito  organizza il suo matrimonio, l’intera famiglia è impegnata a festeggiare il secondo divorzio del primogenito. Insomma, tutto ciò che era difficile ed importante, tremendamente importante, quando veniva affrontato dal primo – al punto da rappresentare un vero e proprio affare di Stato – diventa noiosamente semplice ed ordinario nel momento in cui è il secondo a doversene occupare. Guarire da questo trauma è tanto facile quanto superare il trauma di aver perso una finale di Coppa dei Campioni. In casa. Ai rigori.

Ma c’è di più, e di peggio.

3. Piccoli dittatori crescono
Per un lungo periodo della sua infanzia, il secondogenito è costretto a subire le angherie e le prepotenze del primo. Di fatti, il primogenito viene spesso incaricato dai genitori di prendersi cura del secondo. Ma i bambini sono bambini, non sono fatti per sostituire gli adulti. Siccome sono solo bambini, sanno essere tremendamente prepotenti, egocentrici e dittatoriali. Per questo motivo, molti secondogeniti hanno imparato a giocare a pallone facendo il palo nelle partite dei primi. Avete presente quella pubblicità in cui un attempato ed azzimato signore traccia un cerchio per terra  – indicando, metaforicamente, che il proprio istituto di credito gira tutto intorno al cliente? In quella pubblicità recitano un primogenito – il signore che traccia un cerchio – ed un secondogenito: il bastone.

Lentamente, ma inesorabilmente, nella testa del secondogenito si formerà dunque l’idea per cui egli non è stato voluto, partorito ed amato, esattamente come il primogenito, ma è stato più semplicemente ingaggiato, Perché gli facesse da sparring partner.

4. Ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.
Infine, il secondogenito tende ad avere maggiori problemi nello sviluppo della propria identità: egli non sarà mai del tutto libero di fare una scelta. Andate a controllare. Accade in ogni famiglia. Il primogenito è un campione olimpionico? Il secondo odia quasi tutti gli sport – ad esclusione del sollevamento Cheese Burger. Il primogenito è bravo a scuola? Il secondo va a ripetizioni di latino da Antonio Cassano. Il primo si diploma al Conservatorio? Il secondo ascolta solo canzoni di Gigi D’Alessio reinterpretate da Fedez. Il fatto è che il secondogenito, avendo compreso che sarà sempre e per sempre secondo, non deciderà mai veramente cosa fare della propria vita, ma reagirà, più semplicemente, alle libere scelte identitarie compiute dal primo. Perché, come si usa dire, “è meglio essere primi all’Inferno che secondi in Paradiso”.

5. Conclusioni.
Quando erano piccoli, i secondogeniti hanno imparato che l’unico modo per attirare l’attenzione del mondo era fare qualcosa, qualsiasi cosa, eccezionalmente bene. Di fatti, il messaggio che viene recapitato al secondogenito è che la sua semplice presenza non basta. Fare le cose che ha già fatto il primo non basta. Egli comprende, intuisce o solamente sente che dovrà lottare duro per guadagnarsi il diritto di essere sotto i riflettori. E lo farà per tutta la vita. Tutto ciò premesso e considerato, il mondo – nella sua versione più bella, esaltante, stimolante e ricca –  è opera dei secondogeniti. Sono i secondi che si svegliano alle cinque di mattina per migliorare di uno 0,3 per cento le proprie capacità ed incrementare le possibilità che hanno di essere riconosciuti, ed amati.

6. Postilla
Non fatico molto ad immaginare le critiche che riceverò per questo post. “Noi abbiamo dovuto sopportare lo stress di essere sempre al centro dell’attenzione!”; “Noi abbiamo fatto la battaglia per il motorino, la battaglia per la discoteca, la battaglia contro gli spinaci e di tutte queste battaglie ha tratto profitto il secondo, che si è trovato la strada spianata”. Può essere vero… nessuno lo mette in dubbio… per carità, magari ne parlerò nel prossimo post… ma oggi non stiamo parlando di voi. Smettetela di pensare di essere al centro del mondo, per una buona volta!

Il Viaggiatore

MACCHINA“Devi cambiare d’animo, non di cielo. […] Perché ti stupisci se i lunghi viaggi non ti servono, dal momento che porti in giro te stesso? Ti incalza il medesimo motivo che ti ha spinto fuori di casa, lontano”.

Seneca, Epistole morali a Lucilio

1. Meraviglioso e pericoloso
Sembra che i termini inglesi “trip” e “travel” – così come il francese “travail”- traggano origine dal nome di uno strumento di tortura che gli antichi romani chiamavano tripalium. Mentre la parola italiana “viaggio” – derivando dal latino viaticum – farebbe riferimento all’eucarestia che veniva somministrata ai moribondi affinché potessero affrontare serenamente il passaggio dal mondo dei vivi al regno dei morti. Non mi stupisce che queste parole abbiano in qualche modo a che fare con il dolore e la sofferenza.

Di fatti, ogni viaggiatore deve affrontare molte difficoltà e molti pericoli, come, ad esempio, il rischio di incontrare i briganti, di contrarre una malattia esotica, o, più semplicemente, di smarrire la retta via e non riuscire a raggiungere la propria destinazione. Eppure, viaggiare è bello, è importante. Dio santifica e benedice i viaggiatori. Per questo motivo, moltissimi miti dell’antichità greca e romana insegnano che gli déi amano recarsi sulla terra travestiti da forestieri – per mettere alla prova i mortali, verificarne l’ospitalità ed eventualmente sanzionarne l’egoismo. Potremmo ipotizzare che l’aurea di sacralità di cui godono i viaggiatori dipenda dal fatto che essi si mettono “nelle mani di Dio”. Abbandonando ciò che possiedono, la tranquillizzante sicurezza del luogo in cui sono nati. Accettando il rischio di aprirsi e di perdersi nel mondo. Scoprendosi umani, deboli ed indifesi.

Gli uomini tendono ad essere abitudinari, precisi, ordinati. Fondano città, costruiscono case, erigono mura a difesa di un territorio nel quale gettano profonde radici. Si sentono figli di una nazione, al punto che credono di avere una terra madre da amare e rispettare ed una patria per cui versare il sangue e morire. Gli uomini tendono ad essere tradizionalisti, hanno paura di mettersi in gioco, di perdere ciò che possiedono nell’incontro con altre e diverse culture. Dal canto loro, i viaggiatori sono folli, imprevedibili, disordinati. Mettono continuamente alla prova i propri limiti – i propri confini– attraversando tempeste epocali ed infiniti periodi di siccità. Esattamente come i pesci, traggono ossigeno vitale dal movimento. Esattamente come la rosa di Gerico, possono nascere e morire infinite volte. Per questo motivo, i viaggiatori sono veri e propri eroi da ammirare ed imitare. Eppure, il ruolo che essi assumono è parecchio complicato e può dar luogo a diverse incomprensioni.

 2.Viaggiare non significa “fuggire”.
Mi rendo conto che il discorso che ho svolto sin qui potrebbe dare adito ad alcuni equivoci. In primo luogo, qualcuno potrebbe credere che, esaltando il valore del viaggio e dei viaggiatori, io abbia voluto stigmatizzare la vita di coloro i quali non vogliono o non possono concedersi il lusso di abbandonare la propria casa per un lungo periodo di tempo. Ma ciò che ho scritto è chiaramente metaforico ed allusivo. Possiamo viaggiare senza uscire dalla nostra nazione, dalla nostra città, dalle solite quattro mura. Così come possiamo percorrere migliaia e migliaia di chilometri ed avere comunque la mente chiusa, restando confinati nelle nostre antiche convinzioni. Come ha scritto Marcel Proust: “il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’ avere nuovi occhi”.

La seconda possibile incomprensione, e forse la peggiore, è rappresentata dal fatto che il viaggio si presta ad essere confuso con il turismo: la banalizzazione commerciale di quella che dovrebbe essere un’occasione di maturazione e di crescita. Per questo motivo, è stato giustamente scritto che “il viaggiatore non sa dove sta andando. Il turista non sa dove è stato”. Non sono snob. Mi rendo perfettamente conto che andare in vacanza può essere utile, comodo e spesso anche necessario. Ma questo non significa che possiamo ignorare le differenze che separano Cuore di Tenebra da Abbronzatissima. Chi cerca spasmodicamente un ristorante italiano nel centro di Manila, chi spera di carpire il fascino metafisico dell’India tuffandosi nella piscina di un resort a cinque stelle e chi è disposto a perdersi nel centro di Marrakech solo per trovare un pub che trasmetta il posticipo del campionato di calcio, eviti, per favore, di definirsi “un viaggiatore”. Perché il viaggio è una cosa seria, e come tutte le cose serie, esige rispetto.

Da ultimo, dobbiamo fare in modo di non confondere il viaggio con la fuga. Intendo dire che la curiosità e la smania per la conoscenza non possono diventare la scusa dietro cui trincerarsi per evitare di vivere eticamente. Ovvero, per evitare di assumere qualsiasi vincolo, obbligo o legame. A differenza di passioni più frivole ed estemporanee, l’amicizia e l’amore richiedono tempo, ed una buona dose di dedizione. Avete presente il dialogo in cui la volpe spiega al Piccolo Principe come fare per addomesticarla? Il punto è che senza il rispetto quotidiano di una promessa, senza la stabilità di chi “resta”, è quasi impossibile che nascano l’affidamento e la fiducia necessarie a legare gli esseri umani. Il viaggiatore non possiede nulla, non erige mura a difesa del proprio territorio ed ama attraversare continuamente quei confini che altri uomini sorvegliano con attenzione, ma deve evitare che il viaggio diventi l’occasione per erigere altre e più alte mura. A tutela di una perfetta ed inconsolabile solitudine.

Un Magnifico Regalo

So che molto probabilmente deluderò molti di voi, ma la verità è che io sono un egoista. A me piace vivere bene e, per vivere bene, prima di tutto, penso a me stesso. Scusatemi, a chi altro dovrei pensare? In fondo, la società è un branco di lupi affamati dove tutti sono in guerra con tutti. Ci sono almeno tre citazioni che mi girano in testa da qualche giorno ed esprimono in maniera nitida questo concetto. La prima è il motto latino homo homini lupus;  la seconda è una frase che recita: “il tuo amore per il prossimo è il tuo cattivo amore per te stesso”; la terza, è una banale domanda retorica: “quando c’ho il mal di stomaco, ce l’ho io mica te, o no?”. La prima frase è stata resa celebre da Thomas Hobbes, la seconda è di Friedrich Nietszche e la terza di Vasco Rossi. A prescindere da quale sia il vostro filosofo preferito, il dato di fatto è che l’egoismo è una cosa naturale. L’uomo è schiavo dell’istinto di conservazione e, per conservare se stesso, è naturalmente disposto a fare qualsiasi cosa. Considerato che io sono molto uomo, e ci tengo a conservarmi bene, ho messo a punto alcune strategie che mi consentono di godermi pienamente la vita.

La prima di queste strategie consiste nel perdonare chi mi ha fatto del male. Lasciate che vi spieghi: dietro questa azione – apparentemente nobile ed altruista- si cela un grande equivoco dovuto al fatto che il verbo “perdonare” viene comunemente pensato ed utilizzato come se si trattasse di un verbo transitivo. Voglio dire, normalmente noi diciamo che abbiamo perdonato qualcuno o qualcuno ci chiede di essere perdonato. Ma la verità è che quando perdoniamo un’altra persona, stiamo, in realtà lavorando su noi stessi. Perdonare è un’azione essenzialmente riflessiva che coinvolge solo marginalmente altri esseri umani. Non ne siete convinti? Pensate un attimo a questo dato di fatto: la persona che abbiamo perdonato potrebbe anche non saperne nulla del nostro perdono – potrebbe persino essere morta, oppure, trovarsi lontano, in un’altra città, in un altro Paese. Queste circostanze non toglierebbero nulla al valore del gesto che abbiamo compiuto. Perché la verità è che il primo – ed alle volte anche l’unico- a beneficiare del perdono è lo stesso soggetto che perdona. A che serve infatti provare astio e rancore? Secondo una saggia frase -la cui paternità è, a dire il vero, incerta- “serbare rancore è come bere veleno e sperare che il tuo nemico muoia”.  Le cose stanno esattamente così: il rancore è un veleno di cui non abbiamo alcun bisogno. Fino a quando sarai inquieto, sentirai il dolore e l’umiliazione del torto che hai subito. Così facendo, aiuterai il tuo nemico a tenere sotto scacco la tua anima. Per quanto possa sembrare paradossale, persino chi ha deciso di vendicarsi non deve provare rancore, perché, insegna la saggezza popolare, la vendetta è come una red bull, deve essere consumata ghiacciata.

Zen

Si racconta di un uomo che si recava ogni giorno a pregare Dio perché lo aiutasse a perdonare il fratello maggiore che, a suo dire, aveva commesso un gravissimo torto nei suoi confronti. Un bel giorno, quell’uomo entrò nel tempio e cambiò finalmente la sua preghiera: “Dio mio, Ti ringrazio dal profondo del cuore per avermi dato la forza di perdonare mio fratello. Da oggi, posso tornare a vivere serenamente, perché, grazie ai Tuoi insegnamenti ed alla santa interdizione del Tuo spirito, mi sento finalmente in pace con il mio antico nemico. Vorrei solo chiederTi un ultimo consiglio: sapresti dirmi cosa devo farne del cadavere?”.

Al contrario di quell’uomo, io sono un egoista ed ho quindi imparato a perdonare. Non per superficialità, ma perché so benissimo che “rimettere” il debito altrui curerà, prima di tutto, le ferite della mia anima. Come dice la parola stessa, il perdono è un magnifico dono – ed io adoro farmi dei regali.

Camminare senza pesi
Un giorno, due monaci zen stavano percorrendo una strada di montagna per raggiungere un monastero che distava molti chilometri dalla città. Su quello stesso sentiero, a pochi passi di distanza, camminava spedita anche una giovane e graziosa ragazza. I monaci fecero in modo di non prestarle la minima attenzione, nel rispetto dei doveri che erano stati loro insegnati. Quando, dopo aver molto camminato in silenzio, arrivarono nei pressi di una grande pozza piovana, videro che la ragazza si era fermata, palesemente imbarazzata ed incerta sul da farsi. A quel punto, uno dei due decise di sollevare la ragazza e di aiutarla ad attraversare la pozza. Una volta giunti dall’altra parte, la giovane ringraziò e, con molto garbo, si allontanò, prendendo un diverso sentiero. Dopo molti chilometri, uno dei monaci ruppe finalmente il silenzio e chiese all’altro: “Perché hai toccato quella ragazza? Non ricordi che le nostre regole impongono di non avere nessun contatto con le donne?” L’altro rispose: “Io ho lasciato quella ragazza alla fine della pozza che abbiamo trovato sul nostro cammino, molti chilometri fa. Tu, invece, la stai ancora portando con te.”.

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Come Desideravi di Respirare.

1. La cosa più importante di tutte.
Un giorno chiesero ad un vecchio Maestro zen quale fosse la cosa più importante di tutte.  Dopo un lungo silenzio, egli rispose: “la cosa più importante di tutte è la testa di un gatto morto. Perché nessuno può dire quale prezzo abbia”. Questo aneddoto mi fa venire in mente una massima di Elias Canetti – i ricchi possono comprare ogni cosa. E poi si illudono che sia davvero tutto – ed un aforisma di Oscar Wilde: “al giorno d’oggi le persone conoscono il prezzo di ogni cosa ed il valore di nessuna”.

Il fatto è che le cose importanti non possono essere semplicemente comprate. Ma non dobbiamo pensare che siano gratuite.

Solo gli allocchi credono a chi promette grandi risultati con il minimo sforzo. “Dimagrisci mangiando mezzo limone al giorno”; “Impara a parlare perfettamente il tedesco giocando a tre sette con gli amici”; “Ferma la caduta dei capelli con un semplice clic.”.

Date retta a me, sono tutte fregature.

Superata una certa età, l’unica cosa che arresta la caduta dei capelli è il pavimento.

Tutto e subito non stanno bene insieme. Le cose importanti hanno bisogno di tempo per crescere. Dobbiamo saper preparare il terreno, gettare le giuste sementi, averne cura ed aspettare, pazientemente, che cresca qualcosa di buono. Perché, come recita un antico proverbio africano, ciò che che cresce lentamente getta radici profonde.

2. Beato lui.

Gli attori famosi, i grandi artisti, i campioni dello sport… tendiamo a pensare che queste persone abbiano ricevuto un dono. Immaginiamo che si siano svegliate un bel giorno ed abbiano scoperto, come per magia, di possedere dei superpoteri. Si tratta di un pensiero rassicurante: in fondo, se qualcuno sa fare bene qualcosa, è solo perché è stato più fortunato di noi.

Sarà anche vero che alcune persone possiedono spiccate attitudini naturali.  Ma dobbiamo anche considerare che dietro quasi tutti i grandi campioni c’è una lunga storia fatta di  eroiche rinunce, di  atroci sofferenze e di feroce determinazione.

Nel suo best seller “Open”, Andre Agassi racconta che quando era ancora un bambino passava ogni minuto di ogni ora del suo tempo libero sul campo da tennis. Il padre, che aveva appositamente costruito una portentosa macchina spara palline, sottoponeva il piccolo Andre ad interminabili sedute di allenamento, urlandogli continuamente nelle orecchie di colpire “più forte”. Prima di un match, quando il figlio non aveva ancora compiuto quindici anni, questo padre/padrone provò a fargli assumere una pasticca di anfetamina.

Andate a guardare su youtube i filmati delle vittorie di Agassi.

Quel volto sconvolto. Quello sguardo perso. Quelle interminabili lacrime.

Aveva proprio ragione Gibran: “Quando siete felici, guardate in fondo al vostro cuore e scoprirete che è solo ciò che vi ha procurato dolore a darvi gioia”.

Affogare

3. Il segreto che non vuoi conoscere.
L’ultima storia Zen di questo articolo racconta del giorno in cui un giovane allievo chiese al suo Maestro che cosa avrebbe dovuto fare per raggiungere l’illuminazione. Il Maestro ordinò all’allievo di entrare in uno stagno. Poi, gli mise una mano sul capo e lo costrinse a restare a lungo sott’acqua. Quando l’allievo riuscì finalmente ad emergere, il Maestro disse: ti ricordi quanto desideravi l’aria mentre eri sott’acqua? Per raggiungere l’illuminazione, devi desiderarla esattamente allo stesso modo.

Avvicinati allo schermo, voglio svelarti un segreto che non vuoi conoscere.

Le cose belle costano.
La qualità si paga.

A renderci capaci di tutto non è la forza di cui disponiamo.
Ma l’intensità del nostro desiderio.