Circa 13 anni fa, Eli Parisier coniò il termine “filter bubble” per fare riferimento all’ambiente di relazioni virtuali che ogni utente costruisce sul web attraverso le sue reazioni, ricerche, preferenze.
In base a questa teoria, gli algoritmi di profilazione chiuderebbero ogni utente in una sorta di bolla, un ambiente scarsamente permeabile dalle novità e altamente autoreferenziale.
Per questo motivo, i social network favorirebbero la radicalizzazione del pensiero e ostacolerebbero la discussione tra persone che hanno idee diverse.
Nulla di più ingenuo.
I social network guadagnano in base al tempo medio che ciascun utente spende sulla piattaforma – time spent on platform.
La verità è che i social network hanno tutto l’interesse a sollecitare un ambiente altamente conflittuale nel quale gli utenti discutono per ore (giorni) commentando un contenuto e restano così “agganciati” alla piattaforma.
Perché nulla fa aumentare l’engagement (il coinvolgimento) degli utenti quanto le discussioni.
La mia impressione è che Facebook, negli ultimi tempi, stia superando il livello di guardia. Così si spiega la crescente frustrazione, la noia e la conseguente fuga di molti utenti verso lidi più costruttivi di questo.
Insomma, Facebook ci contrappone, guadagnando sulla nostra aggressività e violenza verbale: la piattaforma sa benissimo quando e come far apparire sulla tua home un post che ti farà infuriare. Se non l’hai mai notato fino ad ora, facci caso.
E seguimi su Instagram ;)
Scopri di più da Due Minuti di Lucidità
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.
