Il Paese reale

Il 31 gennaio mi sono recato presso il pronto soccorso di un ospedale romano perché una persona a me cara era stata urgentemente trasferita lì in ambulanza e presa in carico con codice rosso.

Sono arrivato alle 21.30, ho avuto le prime, telegrafiche, notizie alle 02.30.

In quelle cinque ore di attesa ho visto e sentito letteralmente di tutto: un uomo con un dito quasi del tutto divelto dalla mano che aspettava dalle 18.30 di essere visitato; barboni e ubriachi che sfruttavano la sala d’attesa per dormire arrecando (in)volontarie molestie a pazienti e parenti; poliziotti costretti a fare il lavoro degli infermieri; persone curate nei corridoi; malati che urlavano disperati chiedendo che qualcuno si prendesse cura di loro; medici che facevano letteralmente i salti mortali per essere ovunque e fare tutto.

Da quasi un mese frequento i reparti d’ospedale di mezza Roma, vorrei ringraziare medici, infermieri, paramedici e volontari per l’encomiabile servizio che ci rendono, tutti i giorni, lavorando con vero spirito di sacrificio in una condizione di costante e strutturale emergenza.

Sarebbe bello se la politica tornasse ad occuparsi seriamente di temi come questo.

Roma 4.2.2020

Sogno un Paese con meno armi e più ospedali.

Autore: Guido Saraceni

Professore di Filosofia del Diritto e di Informatica Giuridica, Facoltà di Giurisprudenza, Università degli Studi di Teramo - In viaggio.

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