La pista sarda

Ieri ho finito di vedere la prima stagione della (mini)serie sul mostro di Firenze, in streaming su Netflix in questi giorni.

Devo dire che si tratta di un prodotto di ottimo livello, davvero notevole per quanto riguarda la fotografia, la regia e la recitazione.

Ho apprezzato molto il modo in cui gli autori hanno saputo ricostruire un filone dell’inchiesta sui delitti del mostro, la grande precisione nei dettagli, il lavoro di documentazione e di ricerca che hanno svolto per arrivare al risultato finale.

Ho trovato sempre più matura e godibile la regia di Stefano Sollima – che ha dimostrato di saper padroneggiare una cifra stilistica ulteriore e più densa rispetto alla consueta.

Sono rimasto convinto dalla recitazione di un cast di altissimo livello, che raggiunge picchi davvero ottimali grazie all’interpretazione di Marco Bullitta (Stefano Mele) e Valentino Mannias (Salvatore Vinci).

Unica nota stonata: l’aver insistito sul sessismo patriarcale e maschilista come matrice dei delitti.

Sicuramente la comunità sarda che la serie mette sotto la lente di ingrandimento era una comunità fortemente patriarcale (altrettanto fortemente intollerante nei confronti della libertà sessuale di Barbara Locci).

Ma non possiamo dimenticare che i delitti del mostro erano diretti contro le coppie. Il mostro cercava le coppie e le colpiva nell’atto della loro unione. Questo è l’unico elemento costante dei suoi delitti.

Se i suoi crimini fossero stati diretti contro le donne non avrebbe avuto senso assalire due persone – una delle quali avrebbe potuto reagire o provare a fuggire, come, in effetti, è accaduto in almeno un paio di episodi.

Per questo motivo, a me pare che l’interpretazione sessista sia veramente forzata, immagino che sia stata scelta per cavalcare un tema drammaticamente attuale e la trovo complessivamente svilente e ipocrita.

Per fortuna, questa interpretazione forzata dei delitti del mostro come “femminicidi seriali”, molto presente nelle dichiarazioni del regista, non risulta troppo marcata nella sceneggiatura.

Complessivamente, mi sentirei di consigliarne a tutti la visione.


E credo che tornerò a guardare nuovamente le puntate in futuro.

29.10.2025

“Da quando il giorno non è più giorno”.

Storia di una piccola renna

Baby Reindeer (piccola renna) è titolo della (mini)serie televisiva che sta ottenendo grande successo in questi giorni su Netflix. Si tratta di una storia autobiografica di abuso e stalking, scritta ed interpretata con maestria da Richard Gadd.

L’ho vista in questi giorni e ne consiglio vivamente la visione a tutti.

Perché Baby Reindeer affronta l’argomento dello stalking – un tema parecchio delicato – con grande sensibilità e altrettanta originalità. Mettendo in scena, con impareggiabile dettaglio, i meccanismi psichici che legano la vittima di abusi al suo carnefice.

Lo fa con una precisione sconcertante. A tratti crudele. Senza concedere nulla alla nota valanga di luoghi comuni che affollano i film ed i libri sul tema. Conservando la giusta empatia e la dovuta carità per la vittima.

Baby Reindeer squarcia il velo dell’ ipocrisia, costringendo tutti ad una profonda riflessione sulle cause e sulle conseguenze della violenza – fisica e psicologica.

Il messaggio che veicola è un pugno nello stomaco. Ma anche un invito a tutte le persone che sono (state) vittime di violenza. Non isolatevi, non vergognatevi, non colpevolizzatevi.

Sono molteplici ed imprevedibili, le conseguenze perverse degli abusi.

Abbiate cura di voi.
Abbiate il coraggio di cercare aiuto.

29.4.2024

Nessuno si salva da solo

Il mito di Sly

I genitori di Sylvester Stallone vivevano a Hell’s Kitchen, uno dei quartieri più malfamati e poveri di Manhattan. Suo padre provava a fare il barbiere e sua madre vendeva le sigarette in un teatro.

Era soprattutto lei a portare i soldi in casa. Per questo motivo, continuò a lavorare anche quando era prossima al parto, si ruppero le acque mentre era su un bus e Sylvester nacque con la parte sinistra del viso paralizzato – ragione del suo celebre ghigno.

Alcuni anni dopo i genitori si separarono, e Sylvester, ancora bambino, andò a vivere con il padre, un uomo duro e di poche parole, veterano della seconda guerra mondiale, che spesso e volentieri lo picchiava, con il pretesto di dovergli insegnare a stare al mondo.

Per questo motivo Sly è cresciuto con un grande vuoto dentro ed un forte desiderio di rivalsa nei confronti del padre, amato ed al tempo stesso odiato.

Di queste vicende parla lo stesso attore, nel documentario biografico in onda in questi giorni su Netflix.

Stallone ripercorre le tappe della sua incredibile carriera – senza dimenticare di omaggiare la memoria del figlio, Sage, morto di infarto a soli 36 anni.

Si tratta di un documentario molto bello, che vi consiglio di vedere, giusto tributo alla carriera di un uomo che ha fatto la storia del cinema, scrivendo, interpretando e dirigendo, un personaggio immortale, il cui valore va ben oltre i muscoli e le scene di azione.

Pochi giorni fa ho visto un video in cui Stallone, assieme alla sua famiglia incontra il Papa. Sly ringrazia il Pontefice dicendo che è onorato. Papa Francesco risponde: “Siamo tutti cresciuti con i tuoi film”.

Così è.

13.11.2023

Grazie di vero cuore Sly.
Ci hai regalato una favola indimenticabile.
❤️

Questo mondo non mi renderà cattivo

La mia recensione – senza spoiler, ma con qualche riflessione “politica”.

Dall’8 giugno, su Netflix, è disponibile “Questo mondo non mi renderà cattivo”, la seconda serie di Zerocalcare. Ovviamente l’ho vista tutta l’8 giugno, in una piacevole ed interminabile maratona. Ho aspettato qualche giorno per scrivere una recensione, perché volevo rivedere alcuni passaggi e ponderare meglio alcune idee; sono un grandissimo fan di Zerocalcare – da ben prima che diventasse famoso – e ci tenevo ad avere le idee chiare prima di iniziare a scrivere.

Totale: io credo che “Questo mondo non mi renderà cattivo” sia complessivamente un ottimo lavoro, si vede che la piattaforma ha investito molto su questo progetto, si nota il lavoro delle altre “300 persone” che Michele Rech ringrazia e cita spesso. Nel dettaglio: l’animazione è più fluida e più curata rispetto al precedente; il mixaggio, finalmente pulito, rende giustizia alla dizione di Rech che, al massimo, “c’ha un po’ de inflessione”; la colonna sonora è azzeccata; si ride moltissimo; i temi trattati sono esistenziali, generazionali e politici – nella migliore tradizione della casa.

Allora tutto bene, abbiamo un capolavoro?

No. Consentitemi di muovere anche una sommessa critica. Premettendo che ho letto tutti i libri di Zero, che ho tutte le sue action figures, che regalo da sempre le sue opere a parenti ed amici e che attendevo da mesi che uscisse questa serie (insomma, il pregiudizio per quanto mi riguarda c’è, ma è positivo).

Tutto ciò premesso, io non sono troppo convinto del messaggio politico che emerge da questa serie. Perché nel messaggio politico complessivo, per quanto mi riguarda, ci sono troppi “anche”. È vero x ed è vero anche y; ed è vero anche r ed è vero anche z.

Qualcuno dirà che questa è la maturità e la bellezza dell’opera, che evita di mostrare il mondo in bianco e nero, rifuggendo il codice binario del semplicistico “amico/nemico”.

Ma io credo che quando il tema è nuovi “nazisti” (come li chiama lui) contro nuovi partigiani, non ci sia nessuno spazio per tutti questi “ma anche”, per tutta questa comprensione, per i secchi di destra che lanciano bomboni come i secchi di sinistra, per le Sare complottiste che addossano la colpa dello scontro ai poteri forti ed ai giornalisti (qui ho sentito Moretti che mi urlava nelle orecchie “siamo in un film di Alberto Sordi?); per i vecchi amici che sbagliano – ma solo perché la sinistra (radical chic e borghese) li ha abbandonati al loro destino.

Zero spazio per le preoccupazioni dei produttori che ti chiedono di unire e non dividere, caro Zero.

Perché, come scrivevi qualche tempo fa, questa non è una partita a bocce.

Conclusioni
Ottimo prodotto, vale sicuramente la pena vederlo, complessivamente più curato del primo, ma discutibile e confuso per quanto riguarda il senso: un messaggio di ecumenico perdono per tutti i “vecchi amici che sbagliano”, ma, in fondo in fondo, sono bravi ragazzi, esattamente come i nuovi partigiani.

Voto: 7.
Guardatela, ridete, riflettete.

The Bad Guy

Ieri sera ho finito di vedere la prima stagione di The Bad Guy e ho deciso condividere con voi la mia recensione (no spoiler).

The Bad Guy è una serie TV prodotta da Amazon Prime Video e diretta da Stasi e Fontana. Il protagonista principale è Luigi Lo Cascio (che interpreta il magistrato antimafia Nino Scotellaro), mentre i co-protagonisti di questa prima stagione sono Claudia Pandolfi (Luvi Bravi) e Vincenzo Pirrotta (Salvatore Tracina).

Ci sono mille motivi per cui mi sento di consigliarvi di guardare The Bad Guy: la regia è rapida, priva di sbavature, ultramoderna; il montaggio è serrato; la fotografia regala immagini e colori mozzafiato; la colonna sonora è stata curata con estremo gusto; la recitazione di Lo Cascio è impareggiabile.

Ma soprattutto, consentitemi di dirlo, la trama è spettacolare.


Devo fare i miei più sinceri complimenti al trio Rampoldi, Serino e Stasi per aver intrecciato con così grande disinvoltura una moltitudine di temi e di sotto-racconti.

Il risultato è una narrazione piena di (auto)ironia, di colpi di scena e di suspence, che vi terrà inchiodati alla poltrona dal primo all’ultimo episodio.

Conclusioni
The Bad Guy sposta parecchio in alto l’asticella delle serie televisive italiane. Dovete assolutamente guardarla. L’unico neo, se così vogliamo dire, è che il finale vi lascerà appesi, in spasmodica attesa del seguito. Si tratta di un peccato tutto sommato veniale, che possiamo forse perdonare a Prime Video mentre aspettiamo la seconda stagione, ma solo a patto che si sbrighino a distribuirla.

22.12.2022

Voto 9
Davvero un ottimo lavoro.
Immagino che fosse parecchio difficile fare meglio.