La Bugia Che Dici Più Spesso

Ricominciare da capo non è follia. La vera follia è abbandonarsi alla depressione e fare finta di essere felici”. Ho letto questa frase su internet, non so chi sia l’autore, però mi piace, mi fa venire in mente il verso di un grande poeta contemporaneo che recita: “la bugia che dici più spesso è sto bene” (Marracash).  Tutti noi attraversiamo periodi in cui sappiamo benissimo che le cose non vanno come dovrebbero andare, ma preferiamo comunque proseguire con le solite vecchie abitudini, mentendo agli altri e a noi stessi, piuttosto che accettare il rischio che ogni cambiamento, inevitabilmente, comporta.

Eppure io sono convinto che la nostra vita sarebbe migliore se solo riuscissimo a investire in coraggio le stesse energie che spendiamo, quotidianamente, in ipocrisia.

Violenza e Stereotipi

Nel week end una ventiduenne di Brindisi ha accoltellato un coetaneo al torace dopo aver lanciato una bottiglia di birra sul viso di un altro ragazzo. Entrambe le vittime avevano preso le parti di un venditore di rose che la ragazza stava ingiustamente umiliando. Scommetto che non avete letto questa notizia altrove – certo, l’informazione è stata monopolizzata da altri e più gravi eventi. Ma domandatevi per un attimo cosa sarebbe accaduto se fosse stato il venditore di rose ad accoltellare la ragazza. O se fosse stato un maschio a ferire due coetanee in quel modo. Pensate che la notizia sarebbe passata ugualmente inosservata? Anche ora che avete letto, non state forse pensando “non è possibile che una ragazza abbia fatto una cosa del genere, avrà avuto i suoi buoni motivi”? La verità è che “donna” non significa “vittima”, “bullo” non significa “uomo” e “bianco” non significa “buono”. Siamo talmente schiavi dei nostri pregiudizi da non riuscire più a percepire le mille sfumature che rendono questo mondo così affascinante e al tempo stesso così tremendamente complicato. 

Il punto è che la linea di confine tra buoni e cattivi è trasversale e squarcia irrimediabilmente tutte le nostre belle etichette preconfezionate.
Mi rendo conto che tutto ciò sia poco rassicurante, ma non è mai stato un compito della verità esserlo.

Il Boss e La Morte Dignitosa

Premessa

Totò Riina ha ottantasei anni, una duplice neoplasia renale, una grave cardiopatia e una situazione neurologica altamente compromessa. Attualmente è detenuto a Parma ex art. 41 bis – cosiddetto “carcere duro”. È tornato recentemente alla ribalta delle cronache inragione di una sentenza della Corte di Cassazione che sta facendo molto discutere tutti.

Svolgimento

La prima considerazione da fare è che la Cassazione non “ha stabilito che anche Riina ha diritto a morire dignitosamente” perché non avrebbe avuto nessuna necessità di “stabilirlo”. La dignità del detenuto è un principio basilare del nostro ordinamento che trova espressione proprio negli articoli che hanno consentito al suo avvocato di chiedere il differimento della pena o in alternativa gli arresti domiciliari a causa di gravissime e conclamate condizioni di salute.

La seconda considerazione da fare è che la Cassazione non ha affatto “deciso” che Riina debba essere scarcerato, ma ha chiesto al Tribunale di Sorveglianza di Bologna di motivare meglio e in maniera più specifica la decisione presa con una ordinanza dello scorso anno. Si tratta di una differenza sottile, ma importante. Pensate che beffa sarebbe, per l’Italia, se, a causa di questa vicenda, venissimo (nuovamente) condannati dalla Corte Europea Per I Diritti Dell’Uomo.

Conclusioni

Mi sento umanamente vicino a chi si lamenta perché “Riina non ha avuto alcuna pietà per le sue vittime”. Capisco umanamente chi vorrebbe che la giustizia fosse vendicativa e feroce. Ma lo Stato non è la mafia. Abbiamo codici e valori diversi. Spero quindi che il Tribunale di Sorveglianza valuti e motivi più specificamente, affinché anche un criminale come Totò Riina possa morire in maniera dignitosa, ricevendo tutte le cure di cui ha bisogno.

In carcere.

Terrore Vero Per Un Finto Attentato

Ieri notte, mentre a Londra tre terroristi veri provocavano sei morti e circa cinquanta feriti, un “finto attentato” a Torino – forse il rumore causato da una ringhiera che ha ceduto – ha fatto impazzire la folla radunata in Piazza S. Carlo per vedere la partita, causando circa mille feriti – tra cui un bambino di tre anni, ricoverato in codice rosso. Sono molto preoccupato per questo (non)attentato di Torino. Credo infatti che quanto è accaduto a Piazza S. Carlo segni un punto di svolta estremamente importante nella storia del conflitto: da ieri notte il terrorista non è più qualcuno che si mimetizza nella folla “facendo finta” di essere un normale cittadino. Da ieri notte, il terrorista “è” il normale cittadino in preda al panico. Vittime della nostra stessa paura, abbiamo iniziato a farci male da soli. Come cellule di un sistema immunitario impazzito, aggrediamo lo stesso corpo che dovremmo difendere. L’esercito nemico siamo noi. Non esiste quindi più una sola piazza, una sola festa, una sola folla al cento per cento sicura. A questo punto, dovrebbe essere a tutti chiaro che il conflitto non sta volgendo a favore della società occidentale: se vogliamo sopravvivere, non possiamo più permetterci di continuare a perdere tempo.