Una sentenza (in)comprensibile

Urge fare un minimo di chiarezza sul caso giudiziario che sta scuotendo l’Italia in questi giorni. Sicuramente ne avete sentito parlare tutti: le motivazioni di una sentenza del Tribunale di Torino stanno scatenando un putiferio.

1) l’uomo, imputato per aver picchiato la ex moglie, non è stato assolto, è stato condannato per le lesioni causate.

2) Il collegio giudicante non ha ritenuto che ci fossero prove sufficienti per condannarlo anche per il diverso reato di “maltrattamenti in famiglia”.

3) Gli insulti che l’uomo avrebbe rivolto alla moglie dopo che lei gli aveva comunicato che intendeva lasciarlo (“non sei una buona madre”, “pttan” o “voglio vedere come farete a vivere senza di me”) non sono stati ritenuti sufficienti a integrare il reato di maltrattamenti in famiglia.

4) A questi insulti e minacce – non all’aggressione fisica – si riferiscono le frasi sicuramente poco opportune scritte nelle motivazioni della sentenza. (Quelle in cui si dice che il contegno dell’uomo deve essere compreso “considerata la situazione”).

5) Alle orde di utenti che accusano “il giudice” di aver adottato questa decisione perché “tra maschi ci si aiuta”, faccio notare che il collegio giudicante era formato da tre persone, di cui due – la maggioranza – erano donne.

6) La condanna a un anno e sei mesi per lesioni appare effettivamente troppo lieve, considerate le conseguenze dell’aggressione. Ma la pena è stata mitigata dal riconoscimento delle attenuanti generiche (evento parecchio frequente per un incensurato) – non per solidarietà nei confronti di un uomo che veniva lasciato dalla moglie.

Precisare non significa schierarsi dalla parte del reo – ci mancherebbe! – ma provare a fare informazione in modo corretto.

Oltre ogni allarmismo sensazionalistico.

A beneficio di tutti.

13.9.2025!

Tanto si doveva.
Pace e bene.

Esemplare

“Non è importante capire chi è Vannacci, ma perché tanta gente lo appoggia. La vera questione è la cittadinanza. In Italia vige lo jus sanguinis, basta avere un bisavolo italiano per diventare italiani. Mentre non lo sono ragazzi nati e cresciuti qui. Per fortuna Egonu, Silla ed altre sono diventate italiane prima di compiere 18 anni, quando lo sono diventati i loro genitori: altrimenti non avrebbero potuto giocare in Nazionale”.

Julio Velasco è così. Non sbaglia una frase, un commento, una virgola. Non spreca una parola. Pochi giorni fa si è raccontato in una lunga intervista al Corriere in cui ha parlato letteralmente di tutto. Sempre con grande saggezza ed autenticità.

Ha raccontato di essere rimasto orfano di padre quando era ancora un bambino; della sua gioventù di rivoluzionario di sinistra, innamorato del Che; dell’arresto del fratello minore, incarcerato e torturato dai militari per un mese e mezzo.

Ha raccontato dei suoi amici uccisi dal regime e della sua fuga da La Plata a Buenos Aires, dove, per i primi tempi, riuscì a sopravvivere facendo le pulizie, lavando i vetri di una banca.

Ad oggi, Velasco è uno spettacolare mix di culture, di filosofia e di saggezza popolare.

Sembra che abbia sempre preso il meglio da tutto ciò che ha visto e fatto nella sua lunga carriera, sembra che abbia imparato qualcosa da ogni più piccola gioia o grande dolore

Ad impressionarmi di lui non sono tanto le vittorie (l’ultima, strepitosa, risale a pochi giorni fa) quanto la sua grande capacità di raccontare lo sport ed i suoi valori, dando l’idea di essere una persona seria, estremamente competente ed altrettanto leale.

Julio Velasco è un motivatore, un grande conoscitore dell’animo umano ed un campione.

Un uomo di sport raro ed esemplare.

Nel vero senso della parola.