Felicità

La felicità è un treno che viaggia nella notte, veloce, senza fermarsi mai.

Questo è ciò che cantava Lucio Dalla nel ritornello della splendida “Felicità”, una canzone dolce, poetica e malinconica, pubblicata sul finire degli anni ‘80.

La canzone ipotizza che in “un mondo fatto di cartone”, la felicità possa consistere nel recuperare la genuinità e la verità delle emozioni. Lasciando il cuore libero di smarrirsi nella profondità di due occhi grandi, “magari blu”.

Ipotizza che la felicità consista nel celebrare la nostra umanità.
Accettando di essere deboli e imperfetti, appesi ad un elastico che, cedendo immancabilmente al momento sbagliato, mette a nudo le nostre intime fragilità.

Ci ricorda che la felicità passa veloce e, aggiungo io, è un bene che sia così.

Perché è bene che le emozioni evolvano dolcemente, fluttuando con il passare del tempo, sfumando una nell’altra. Sarebbe un bel problema se la nostra mente non funzionasse in questo modo.

Intendo dire che la persona sempre felice, come la persona sempre triste, la persona costantemente arrabbiata o la persona sempre annoiata, ha certamente bisogno di ritrovare se stessa – magari grazie al valido supporto di uno psicologo.

Forse, la felicità consiste nel cullare dolcemente la nostra malinconia, come fa, con impareggiabile delicatezza, questa splendida canzone di Dalla.

Grazie a Damiano per averla interpretata, regalandoci, ancora una volta, grandissime emozioni.
❤️

Duro e puro

(Roma) – Ieri sera sono andato a vedere il primo film di e con Angelo Duro (Io sono la fine del mondo) che sta riscuotendo un grande successo di pubblico in questo periodo.

Conosco il personaggio sin dagli esordi, mi piace il suo stile e l’anno scorso sono stato a vederlo a teatro, al Brancaccio di Roma, spero che nessuno si offenda se dico che non è esattamente un attore, ma un caratterista che da anni mette in scena un solo personaggio – dissacrante, provocatorio e cinico.

Anche per questo motivo, le mie aspettative, lo confesso, erano parecchio basse. Temevo che Duro, come tanti altri comici prima di lui, sarebbe uscito ridimensionato dal passaggio al grande schermo.

Invece devo fare i miei complimenti ad attore e regista – autori peraltro della sceneggiatura- per la bravura con la quale hanno trasportato al cinema il ritmo e la verve che i fan già apprezzavano in televisione o dal vivo.

Il segreto del successo di “io sono la fine del mondo” è molto semplice: fa ridere. Ma c’è molto più di questo da dire.

Non è semplicemente un film comico come tanti, è un film che spiazza, disorienta e provoca, costringendo lo spettatore ad empatizzare per i genitori di Duro – anziani, malati, indifesi – ed al tempo stesso a ridere per il sadismo folle e pungente del protagonista.

Una considerevole parte del pubblico lo prenderà ad eroe ed esempio, una parte ride (e si vergogna di aver riso), una parte minoritaria non riesce a trovarci proprio nulla di divertente – ieri, tra il pubblico, c’era un signore che lo insultava a denti stretti per ogni cattiveria o battuta pesante.

Se dovessi azzardare una lettura psicologica: i genitori rappresentano la legge, l’ordine, le regole. Duro si vendica per ciò che gli hanno imposto quando era un bambino ed il pubblico empatizza con lui, con la vendetta dell’adulto che vuole essere libero di dire e fare tutto quello che gli passa per la testa, senza alcun rispetto per i sentimenti o i problemi altrui.

Vietato vietare.
Al potere l’anarchia.
Egoista è bello.

Proclamando questi “valori”, Duro riesce a piacere tanto a chi legge il suo film come una folle commedia dell’assurdo che fa paradossalmente emergere l’importanza dei valori che nega (“rido perché questo è matto”) quanto a chi non capisce la provocazione, prendendo Duro come esempio e profeta (“rido perché il protagonista ha ragione: basta col buonismo!”)

Totale: l’esperimento è perfettamente riuscito.

Bravo Angelo: 30 e lode.

Il piccolo principe

(Teramo) Mi rendo conto di aver dimenticato a Roma le scarpe da ginnastica. Devo assolutamente fare la spesa, decido quindi di commettere un gravissimo crimine contro l’umanità e peccato verso Dio: uscirò di casa con i pantaloni della tuta – peraltro parecchio sgualciti – e le scarpe “eleganti” – che normalmente indosso sotto il completo da lavoro.

L’immagine plastica di un disadattato.

Ho passato la giornata in giacca e cravatta, non ho nessuna voglia di togliermi la tuta.

“Entro nel supermercato, compro due cose ed esco, ci metterò due minuti, due minuti e mezzo, chi mai dovrei incontrare?” – dico a me stesso.

Entro quindi nel supermercato, dove, a testa bassa e cappello calato sugli occhi, in due minuti e quarantasei secondi netti, arraffo metà dei prodotti che mi servono e il doppio di quelli che non ho nessun bisogno di comprare.

Il piano è quasi perfettamente riuscito, quando, mentre attendo il mio turno alla cassa, vengo raggiunto da una collega.

La saluto per primo, perché a quel punto fare finta di niente sarebbe troppo scortese e peggiorerebbe la situazione.

Arrossisco per un attimo, rendendomi conto di quanto sono vestito male. Lei, rivolgendosi a suo figlio, dice: “lui è uno psicologo, sai? È famoso”.

Arrossisco di nuovo, perché questa storia del “famoso”, oltre ad essere una mistificazione, mi crea sempre un certo imbarazzo.

Il figlio sembra non aver notato nulla, impegnato come è a guardarsi intorno. Entra ed esce dalla conversazione a modo suo, come fanno spesso i bambini della sua età, in base a tempi e stimoli indecifrabili per noi adulti.

All’improvviso, appoggia la testa sul mio giaccone e mi cinge con le braccia, dondolandosi dolcemente.

“Lui è fatto così”, commenta la madre, “deve sempre abbracciare la gente”.

“Hey, grazie!” – dico io, sorpreso.

Il bambino mi sorride, poi lascia la presa e si volta a guardare un signore con un cane.

È arrivato il mio turno. Pago.
Saluto la collega ed il piccolo principe – “Fai il bravo” – mi raccomando.

Esco dal supermercato, portandomi a casa la magia di quell’abbraccio improvviso.
Spontaneo, gentile, vero.

Quanto sanno vivere i bambini, quanto avremmo bisogno di resettare tutto, tornare indietro.

Imparare da loro.