Una sentenza (in)comprensibile

Urge fare un minimo di chiarezza sul caso giudiziario che sta scuotendo l’Italia in questi giorni. Sicuramente ne avete sentito parlare tutti: le motivazioni di una sentenza del Tribunale di Torino stanno scatenando un putiferio.

1) l’uomo, imputato per aver picchiato la ex moglie, non è stato assolto, è stato condannato per le lesioni causate.

2) Il collegio giudicante non ha ritenuto che ci fossero prove sufficienti per condannarlo anche per il diverso reato di “maltrattamenti in famiglia”.

3) Gli insulti che l’uomo avrebbe rivolto alla moglie dopo che lei gli aveva comunicato che intendeva lasciarlo (“non sei una buona madre”, “pttan” o “voglio vedere come farete a vivere senza di me”) non sono stati ritenuti sufficienti a integrare il reato di maltrattamenti in famiglia.

4) A questi insulti e minacce – non all’aggressione fisica – si riferiscono le frasi sicuramente poco opportune scritte nelle motivazioni della sentenza. (Quelle in cui si dice che il contegno dell’uomo deve essere compreso “considerata la situazione”).

5) Alle orde di utenti che accusano “il giudice” di aver adottato questa decisione perché “tra maschi ci si aiuta”, faccio notare che il collegio giudicante era formato da tre persone, di cui due – la maggioranza – erano donne.

6) La condanna a un anno e sei mesi per lesioni appare effettivamente troppo lieve, considerate le conseguenze dell’aggressione. Ma la pena è stata mitigata dal riconoscimento delle attenuanti generiche (evento parecchio frequente per un incensurato) – non per solidarietà nei confronti di un uomo che veniva lasciato dalla moglie.

Precisare non significa schierarsi dalla parte del reo – ci mancherebbe! – ma provare a fare informazione in modo corretto.

Oltre ogni allarmismo sensazionalistico.

A beneficio di tutti.

13.9.2025!

Tanto si doveva.
Pace e bene.