American Psycho – #100Libri

American Psycho, Bret Easton Ellis, tr. it. G. Culicchia,  Einaudi, pp.517, euro 14.

AP è un romanzo crudo, splatter, dissacratore e violento. Il protagonista si chiama Patrick Bateman – casualmente, ha lo stesso cognome di Norman Bateman, protagonista del celeberrimo Psycho.  Degno erede del vecchio Norman, Patrick è un sadico serial killer che si diverte a torturare le proprie vittime nei modi più impensati e fantasiosi – utilizzando trapani, bisturi e persino animali. Le scene in cui vengono seviziate e uccise diverse persone innocenti sono disgustose, cruente e colme di dettagli inquietanti. Tuttavia, l’autore ha saputo creare un climax perfetto – partendo dalle poche macchie di sangue che incuriosiscono – e in un certo qual modo “attirano” – il lettore nei primi capitoli per arrivare a forme di violenza letteralmente bestiale e disumana sul finale. Ciò che rende AP un libro particolarmente inquietante non è tanto la narrazione di questa violenza, quanto l’estrema lucidità di Patrick, la sua fredda, calcolata, spietata capacità di mimetizzarsi, parlare e agire come un perfetto damerino – in questo, ricorda molto i protagonisti dell’altrettanto inquietante Funny Games (film del 1997 diretto da M. Haneke). Al contrario di molti suoi “colleghi” – e del suo predecessore Hitchcockiano – Bateson non è però un asociale, non è sporco, né brutto, né, in alcun modo, “strano”. Bret Easton Ellis spiazza il lettore, puntando tutto su di un personaggio non comune per questo genere narrativo, ma comunque estremamente credibile. Viene quindi spontaneo collegare mentalmente American Psycho ai racconti di Flannery O’Connor – in cui personaggi “normalmente buoni” compiono gesta eticamente riprovevoli.

Giustamente, molti critici hanno interpretato AP come una critica all’avvento di quella società edonistica, consumista – e paurosamente vuota che ha caratterizzato il finire del XX secolo. Stiamo parlando più esattamente degli anni ’80, della guerra fredda, della cocaina, della musica pop e dei fast food. Stiamo parlando della generazione in reazione alla quale nacque, successivamente, il movimento grunge (“sporchi fuori e puliti dentro”). A suo modo, Patrick Bateson è l’emblema di quell’epoca, conduce una vita del tutto regolare e rispettabile: frequenta ristoranti stellati e locali alla moda, veste in maniera impeccabile e soprattutto parla come un libro stampato – lo notiamo ogni volta che discute con i suoi amici o recensisce la musica che ama ascoltare, adottando uno stile del tutto simile a quello delle riviste patinate. A mio avviso, questa capacità di cambiare registro stilistico è una delle grandi doti dell’autore: qui notiamo la sua grande bravura nel descrivere la psiche – la follia – del personaggio principale senza dare giudizi di sorta e soprattutto senza mai imboccare il lettore.

Bret Easton Ellis è considerato uno degli scrittori più capaci e dotati del XXI secolo, non è un caso se Chuck Palahiunk abbia dichiarato esplicitamente di essersi ispirato alle sue opere. Inoltre, possiamo leggere in questo romanzo un precursore della stessa violenza estetica che renderà celebri i film di Quentin Tarantino. Per chiudere con un ultimo rimando al cinema: da questo libro è stato tratto un film, ma, a mio avviso, Patrick Bateson assomiglia più al DiCaprio di The Wolf of Wall Street che al pur bravo Christian Bale, protagonista di una versione cinematografica che, pur essendo curata e tutto sommato ben confezionata, non ha conservato nulla della genialità indiscussa del romanzo.

Voto: 8 e 1/2.

Parliamoci chiaramente, AP è un libro dell’orrore.
Non leggetelo se temete che possa turbarvi, perché sicuramente lo farà. 

 

 

Autore: Guido Saraceni

Professore di Filosofia del Diritto e di Informatica Giuridica, Facoltà di Giurisprudenza, Università degli Studi di Teramo - In viaggio.

One thought on “American Psycho – #100Libri”

  1. Non ho mai letto American Psycho e questa recensione, oltre a farmelo conoscere, mi apre ulteriormente gli occhi su un libro italiano – appartenente al genere – che trascinata dal gran parlare ho letto dopo la morte del suo autore. Mi riferisco ad “Io uccido” di Faletti. Purtroppo, gli ironici post di facebook già mi avevano svelato chi fosse il colpevole prima ancora che iniziassi a leggerlo. Ma a parte questo ricordo molto bene come, giunta alla fine, fossi meno che soddisfatta della lettura. Accettato lo stile di scrittura e la durezza di molte scene, la scelta del movente dell’assassino che l’autore svelava soltanto alla fine mi lasciò sbigottita per la sua banalità. Adesso comprendo che anche la trama, difettando di originalità, seguiva un canovaccio già collaudato.

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