Il Giorno In Cui Le Cose Impazzirono

Un bel giorno le cose impazzirono. I fiumi si fermarono, i palloni smisero di rimbalzare, le bacheche di Facebook iniziarono a raccontare la vita reale delle persone. In un primo momento, gli uomini pensarono che fosse il loro cervello ad avere qualcosa che non andava. Poi, parlando gli uni con gli altri, capirono che erano proprio le cose ad essere improvvisamente impazzite.

“Scusate, signori, la vedete anche voi questa foto di Luca Giurato che declama l’Odissea?”. “Ma certo, si trova giusto accanto alla felpa di Salvini che balla il tango con una pizza napoletana”.

A quel punto, gli uomini decisero di organizzare una delegazione che avrebbe dovuto parlare con le cose per sistemare la situazione una volta per tutte. Si incontrarono dunque in una grossa stanza che si trovava alla estrema periferia sud/est di Roma, dove, per qualche strana ragione, c’erano ancora lampadine che emettevano luce invece di distribuire coriandoli, sedie che ti consentivano di sederti senza approfittarne per allungare le mani e tavoli che stavano zitti zitti al posto loro.

Il primo a parlare fu un anziano e saggio professore universitario: “care cose, così non si può più andare avanti. La nostra vita è diventata uno strazio. Le finestre si aprono solo nei giorni dispari, le posate appaiono e scompaiono, le gomme da masticare sono diventate più dure dei mattoni… insomma, o tornate a fare il vostro lavoro o saremo costretti a dichiararvi tutte allucinazioni”.

Le cose risposero con una grossa, grassa, risata irriverente.

“E chi sareste voi per dichiarare noi allucinazioni? Chi vi ha dato questo potere?” chiese uno stereo che da un mese riproduceva solo brani di Tiziano Ferro. “Voi fate parte del mondo esattamente come noi. E se fossimo invece noi a dichiarare voi allucinazioni?”

Gli uomini rimasero parecchio spiazzati.

Prese allora la parola un giovane focoso e guerrafondaio. Rosso in viso, iniziò a dimenare i pugni per aria e urlare: “basta! Come vi permettete? La dovete fare finita! Non avete proprio capito come stanno le cose: o tornate subito a fare il vostro lavoro, oppure prenderemo le armi e per voi non ci sarà più scampo!”.

“Mi scusi, baldo giovane dai folti capelli a caschetto, ma lei suppone che le armi stiano dalla sua parte…” – rispose prontamente una pistola – “mentre noi non siamo altro che cose. Come tutte le altre cose ci stiamo ribellando alla vostra arroganza”. E per dare una dimostrazione che faceva sul serio, emise un getto di caffè caldo dalla canna fumante. Il giovane capì di averla fatta grossa e smise prontamente di parlare.

“Qui non si tratta di arroganza”, disse dunque il vecchio, “si tratta di rispettare le leggi di natura!”.

Altra fragorosa risata.

“Le leggi di cosa?” – chiese una patatina scoppiettante. “Mi scusi, buon uomo, ma di quali leggi sta parlando? Voi siete una parte della natura, esattamente come noi. Per quale motivo dovreste essere in grado di imporci queste regole?”

“Ma noi non vogliamo imporvi un bel niente!”, rispose una bella ragazza dai lunghi capelli biondi, “noi abbiamo appreso queste regole osservandovi per secoli, vi abbiamo studiato, vi abbiamo criticato, via abbiamo messe in discussione e alla fine abbiamo capito come dovete funzionare: i bicchieri sono fatti per accogliere l’acqua, le torte per essere mangiate ai compleanni, le birre per essere bevute in compagnia di baldi giovani  che amano il rock, la pizza e il calcio”.

Questa volta non ci fu nessuna risata.
Le cose si fecero molto serie.

A prendere la parola fu la tintura per capelli di Lilli Gruber.

“Questo è il problema, bella ragazza, voi avete smesso di guardarci tanti anni fa, ormai non ci considerate più, non ci studiate più come un tempo. Passate la vita curvi sui vostri schermi e pensate che vi mostrino esattamente come stanno le cose. Noi vogliamo solo che torniate a guardarci come ci guardavate tanti anni fa”.

Gli uomini capirono dunque quale era stato il loro sbaglio e promisero alle cose che avrebbero prestato nuovamente attenzione.
Promisero solennemente che sarebbero tornati a guardare e discutere e riflettere.

A quel punto, le finestre si spalancarono, i fiumi ripresero a correre, i palloni a rimbalzare, i fiori a sbocciare.
E tutti vissero felici e contenti.

La favola che vi ho appena raccontato “a parole mie”, è stata pensata da Ermanno Bencivenga e pubblicata nel libro La filosofia in sessantadue favole, Mondadori, Milano 2015. A me sembra che si tratti di un ottimo modo per spiegare cosa significa “fare filosofia”. Riflettere filosoficamente vuol dire infatti avere cura delle cose, metterne in dubbio il funzionamento. Lavare via la polvere e le lacrime dai nostri occhi per tornare a guardare il mondo che ci circonda con il magico incanto che provavamo da bambini. Inoltre, questa favola ci aiuta a riflettere sull’espressione: leggi naturali. La cosa più stupida che possano fare gli esseri umani è pensare di poter inventare queste leggi, ovvero di imporre al mondo norme e regole, esattamente come fanno con gli altri esseri umani. Voglio dire, noi possiamo obbligare le persone a rispettare i semafori, a fare la fila alla cassa, a pagare il canone rai nella bolletta del cellulare, ma non possiamo obbligare il sole a sorgere solo di inverno, le stelle a comporre il nome della persona che amiamo o il vento ad aumentare di intensità per asciugare i panni stesi al sole. Non possiamo obbligare la natura a comportarsi come vorremmo che si comportasse, perché alla natura non si comanda, se non ubbidendole.

Come aveva capito benissimo la patatina scoppiettante, l’uomo fa parte della natura, quindi non può arrogarsi il diritto di parlare grossolanamente in suo nome. Ma questo non significa che una natura non esista, o che non sia possibile discutere, interrogarsi e riflettere su quale essa sia.

Autore: Guido Saraceni

Professore di Filosofia del Diritto e di Informatica Giuridica, Facoltà di Giurisprudenza, Università degli Studi di Teramo - In viaggio.

2 thoughts on “Il Giorno In Cui Le Cose Impazzirono”

  1. E’ una questione interessante, in un momento in cui l’espressione ‘contro natura’ è usata con grande entusiasmo. Uccidere la propria prole è contro natura, o contro le leggi morali? E mangiare carne umana? Quando, e con quali processi, si può e si deve modificare una legge morale? Dove sta il limite fra la morale e la bieca prospettiva bigotta? Auguri, qui invece che risposte mi vengono solo domande.

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  2. buona domenica prof. come sempre ci dai ottimi spunti per pensare a come non tutto e’ dovuto.
    dietro ad ogni comportamento ci deve essere un senso e un’ intenzionalita’ per non perdere di vista l’essenziale.
    grazie !
    fabrizia

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