Dahmer. La mia recensione

[No Spoiler] In poche settimane di programmazione, Dahmer, serie televisiva dedicata ad uno dei più famosi serial killer d’America, ha battuto diversi record, divenendo una delle più viste di sempre su Netflix.

Ho finito di vederla ieri – nel mio classico sabato sera di sballo da giovane ribelle: pizza, divano, netflix – e ho deciso di condividere qui la mia recensione.

Vi dico subito che trovo pretestuosa e inaccettabile ogni polemica sulla sua presunta oscenità: il cinema è a tutti gli effetti un’opera d’arte della quale è del tutto insensato dare un giudizio morale.

Tanto più che Dahmer non rende il protagonista un eroe; adotta spesso e volentieri il punto di vista delle vittime e tiene in grandissima e delicata considerazione i sentimenti dei familiari.

A mio avviso, proprio per l’attenzione dedicata alle vittime e alle loro famiglie, questa serie tv potrebbe addirittura essere considerata come il memoriale che gli Stati Uniti non hanno mai dedicato alle persone uccise dal serial killer.

Detto ciò, si tratta di un prodotto di altissimo livello per la recitazione, per la regia (alcune puntate sono state dirette magistralmente da Jennifer Lynch), per la colonna sonora (alla quale ha collaborato Nick Cave) e soprattutto per la sceneggiatura.

Perché Dahmer non si limita a raccontare la storia di un efferato criminale, ma si allarga a macchia d’olio, lentamente, inesorabilmente, narrando con grande perizia una miriade di aspetti, temi e dettagli, che solitamente vengono messi da parte da produzioni analoghe.

La storia viene narrata assumendo mille diversi punti di vista, offrendo grande rilievo all’ambiente umano nel quale Jeffry Dahmer è cresciuto e nel quale ha successivamente realizzato il suo delirio di sesso e cannibalismo.

Grande risalto viene dato anche a più di un tema politico, in particolare, al razzismo delle forze dell’ordine – con il quale l’America, a distanza di anni, non ha ancora fatto del tutto i conti.

Guardate Dahmer se avete lo stomaco forte, con la consapevolezza che alcune scene vi disturberanno, fatelo perché è un prodotto di altissimo livello che racconta una storia vera in maniera parecchio originale, costringendo lo spettatore a riflettere su temi come l’emarginazione sociale, la cattiveria, la sofferenza e la giustizia (divina e degli uomini).

Dahmer getta un magistrale colpo di sonda nell’abisso di una storia vera, merita il vostro tempo e la vostra attenzione, dalla prima all’ultima scena.

La serie TV per cui vale la pena avere una TV – no spoiler

La quarta stagione di Stranger Things rasenta la perfezione e può essere definita, a tutti gli effetti “epica”. La sceneggiatura intreccia con grande sapienza tre trame apparentemente separate; l’ambientazione anni ‘80 è stata ricostruita con una precisione commovente; i personaggi secondari, uno in particolare, sono talmente azzeccati da fare quasi ombra ai protagonisti.

Ho amato Stranger Things sin dalla prima stagione, temevo che non avrebbero mantenuto quel livello con le successive, non ero rimasto troppo soddisfatto dalla terza e difficilmente avrei potuto prevedere che la quarta avrebbe alzato tanto il livello, risultando ancor più bella della prima.

Dopo aver visto l’ultima stagione posso affermare che guardare questa serie tv è un ottimo motivo per avere una televisione in casa. Da sola, vale l’intero abbonamento a Netflix.

Molto di ciò che vediamo in Stranger Things è stato gia detto o scritto quarant’anni fa in diverse forme – fumetti, romanzi, canzoni, giochi di ruolo… – ma gli sceneggiatori sono riusciti nella colossale impresa di riproporre alla perfezione quello spirito e fare addirittura meglio dei loro Maestri.

Voto: 110 e lode.

Quasi impossibile fare meglio
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