Cose Molto Cattive. Un Articolo Politicamente (S)Corretto

 

1. Secondo il dizionario Treccani l’espressione “politicamente corretto” sarebbe un “calco dalla locuzione angloamericana politically correct, con cui ci si riferiva, in origine, al movimento politico statunitense” intento a rivendicare “il riconoscimento delle minoranze etniche” e a richiedere “una maggiore giustizia sociale, anche attraverso un uso più rispettoso del linguaggio”. Utilizzare un linguaggio politicamente corretto implica dunque che siano messe al bando tutte le espressioni che evocano una qualche forma di discriminazione nei confronti delle minoranze etniche o delle persone “fisicamente svantaggiate”. Inoltre, dovrebbero essere evitate le espressioni sessiste e le parole che “tradizionalmente connotate in modo discriminatorio”, come, ad esempio, “becchino”, “bidello” o “spazzino”.

Molto probabilmente, fu per questo motivo che Umberto Eco evitò di scrivere che Silvio Berlusconi era basso e pelato, descrivendolo come “una persona verticalmente svantaggiata intenta ad ovviare a una regressione follicolare” (La Repubblica, 6 novembre 2004).

Il fatto è che le parole possono ferire e il grado di civiltà di un popolo si misura anche dalla capacità di controllare il linguaggio che viene utilizzato in pubblico. Ovviamente, bisognerebbe anche evitare di scivolare nel ridicolo, perché spesso si rischia di esagerare – soprattutto con riguardo alla discriminazione di genere. L’esempio più evidente che mi viene in mente è la dizione “genitore 1” e “genitore 2” che alcuni uffici pubblici, qualche tempo fa, avrebbero voluto iniziare ad utilizzare al posto del più classico “mamma” e “papà”. Se questa nuova formula potrebbe apparire giusta e sensata a chi non vuole riconoscersi né “madre” né “padre” – a causa del chiaro significato sessuato e procreativo di questi termini -, la formula burocratica potrebbe invece urtare la sensibilità di chi, avendo sperimentato le gioie del parto, ci tiene ad essere identificata esattamente come “madre”. Anche perché, volendo utilizzare “genitore 1” e “genitore 2”, si rischierebbe di sottintendere la prevalenza di un genitore sull’altro. Ed è ovvio che questo ruolo è stato attribuito dalla stessa natura alla donna.

Cose Cattive

2. Scherzi a parte, il dovere di controllare le proprie esternazioni sembra valere sino a quando non si entra in una sorta di zona franca, rappresentata dalla comicità – o dalla satira. Chiari esempi di satira politicamente scorretta sono: la vignetta della Merkel che ho scelto per adornare questo articolo; la recente vignetta di Charlie Hebdo in cui si ipotizza che il bambino morto sulla spiaggia di Bodrum, se fosse cresciuto, sarebbe diventato un molestatore; la “candid camera” del finto terrorista che lancia una finta bomba ai passanti che si spaventano e fuggono via – veramente terrorizzati.

Per quanto riguarda il nostro Paese, mi vengono in mente alcune battute che ho letto su Spinoza.it – una comunità satirica molto attiva e conosciuta su internet. Quando morì una celebre modella anoressica, gli utenti di Spinoza divulgarono le seguenti freddure: “è venuta a mancare xxxx, aveva posato per una campagna contro l’anoressia. Una magra figura”. Oppure, “era malata di anoressia, ma è arrivata lo stesso a trent’anni: è tutto grasso che cola”. Un utente, sul forum, si lamentò per questo genere di battute, ottenendo la seguente risposta: “diciamo che non sono proprio grasse risate, ma comunque…”.

Ancora, mi viene in mente questo breve stralcio che ho letto sul retro di un libro, qualche anno fa:

“Quando me l’hanno detto non ci credevo. Pensavo fosse uno scherzo. Nei pub australiani si è diffuso uno sport davvero strano: il lancio del nano (dwarf throwing) […] pare che il divertimento preferito di molti australiani sia quello di assistere la lancio di questi esseri umani, dotati di apposito casco di sicurezza, verso materassi posti un po’ di metri più in là. Lo scopo è lanciare il nano il più lontano possibile. Lenny “the Giant”, la star di questo sport che i sostenitori propongono persino di includere tra le specialità olimpiche, è stato lanciato a più di nove metri, con grande soddisfazione propria e altrui. Della quale poco è importato al Consiglio di Stato francese, che qualche tempo fa ha deciso di proibire sul proprio territorio questa pratica, in quanto lesiva della dignità umana. E la Commissione per i diritti umani dell’ONU ha stabilito che la decisione francese non aveva alcun carattere discriminatorio nei confronti dei nani.

Ma è proprio vero? Non la pensano così i praticanti di questa disciplina […] Insomma ne è nata una discussione di notevole interesse filosofico che dimostra quanto sia “impervia” la questione relativa alla definizione e alla difesa dei diritti umani.

Un libertario, come chi scrive, non può non uscirne turbato. Vorrebbe che questa pratica non esistesse, ma come giustificarne il divieto? Vorrebbe che si facesse un uso migliore della propria libertà, ma non vorrebbe neppure biasimare chi si trova in un orizzonte di scelte non paragonabile con il proprio. Era partito con l’idea di scrivere una cosa divertente. Ora non può che vergognarsi se davvero qualcuno ha riso mentre la leggeva”. (A. Massarenti).

3. Il punto è esattamente questo: dobbiamo vergognarci per aver sorriso e/o per aver fatto in modo che qualcun altro sorridesse?  Il discorso è parecchio complicato,  ma l’unica cosa che non si può dire è che non dovrebbe esserci nessun limite. La satira non può essere la “scusa” dietro cui ripararsi per fare deliberatamente del male a qualcuno. Se non altro, trovo che sia parecchio scorretto strumentalizzare la morte o la sofferenza altrui. La giustificazione “si fa per ridere” mi sembra peggiore di qualsiasi accusa: non può essere di certo questo il fine che giustifica ogni mezzo. Si dice che la satira serva a fare riflettere. Vero. Ma per riflettere abbiamo davvero bisogno di ridere sul dolore di altre persone? Non potremmo riflettere con altre e più rispettose modalità?

Dubito che la legge di un Paese democratico possa proibire a qualcuno di fare ironia – fosse anche sulla morte, sulla disabilità o sulla sofferenza altrui – dovrebbero tuttavia pensarci la deontologia professionale, il buon senso, e la più dura riprovazione sociale.